Antica Roma e Terzo Millennio

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Le riflessioni più amare, quando sono sincere, generano spesso i confronti più utili. Non servono ad alimentare una polemica effimera ma a misurare la distanza fra il principio del servizio pubblico e la realtà del potere.

Il cittadino comune che ascolta i politici ricordare, con aria compunta, che salari e stipendi italiani sono i più bassi d’Europa,  inevitabilmente guarda con amarezza alle loro indennità, ai rimborsi e ai privilegi connessi alla carica. Questa amarezza è un sentimento basato su dati oggettivi, non su semplici percezioni. Il contrasto di cui sopra è una delle contraddizioni più evidenti del sistema italiano.

Se guardiamo ai numeri, il quadro conferma che l’Italia è tristemente nota per essere l’unico Paese in Europa in cui i salari reali siano diminuiti negli ultimi trent’anni. Dall’altro lato, i membri del Parlamento italiano percepiscono indennità tra le più alte in assoluto in Europa, superando nettamente i colleghi di Paesi come Regno Unito o Spagna, che pure hanno un costo della vita simile o superiore al nostro.

Sentir parlare di “sacrifici” o di “salari bassi” da chi non vive quelle stesse limitazioni e non rinuncia a nessuno dei propri privilegi economici,  suona inevitabilmente ipocrita. Manca quell’esame di coscienza che dovrebbe essere alla base della rappresentanza democratica.

Si fa strada il pensiero che certi emolumenti dovrebbero essere ridimensionati, non solo quelli dei politici, ovviamente, ma soprattutto quelli dei politici che, in teoria, sono “piazzati”  lì dagli elettori per il bene comune. Sottolineare questo aspetto non ha nulla a che fare con l’invidia sociale: è una pura e semplice questione di etica pubblica. Detto per inciso,  lo stesso principio dovrebbe valere per l’alta dirigenza dello Stato e per i vertici delle grandi aziende pubbliche. In quegli ambiti assistiamo spesso all’erogazione di stipendi astronomici e liquidazioni milionarie che rimangono intatti anche a fronte di gestioni fallimentari, sprechi o servizi scadenti offerti ai cittadini.

Tornando alle laute prebende dei politici c’è chi evoca l’Antica Roma nella quale i senatori della Repubblica non percepivano alcuna indennità: la dignitas, ( il prestigio sociale), l’auctoritas, (l’influenza politica) e la gloria conseguente per la  propria gens (famiglia) rappresentavano il compenso più alto. Quella gratuità, tuttavia, vista con i  nostri occhi disincantati,  aveva un prezzo, pagato dagli esclusi perché solo i ricchi potevano dedicarsi alla politica e non chi doveva lavorare per vivere… inoltre c’erano grandi privilegi indiretti: incarichi nelle province, controllo di appalti, influenza sulle decisioni pubbliche e occasioni di arricchimento; un  potere, il loro,  formalmente gratuito ma tutt’altro che disinteressato.

La democrazia moderna ha tutt’altra visione e, giustamente,  retribuisce il politico. L’idea originaria era nobile: permettere anche a un maestro, a un operaio o a un medico e in generale a chiunque,  senza grandi patrimoni, di entrare in Parlamento. È un principio da difendere, non un alibi da sfruttare. Il problema nasce quando la garanzia diventa rendita. Se indennità, rimborsi e benefici si accumulano fino a separare materialmente chi rappresenta da chi è rappresentato, il mandato perde la sua funzione e costruisce una nuova distanza sociale. Cambiano le forme, non il meccanismo: ieri i latifondi e le province, oggi le prebende e i privilegi della casta. In entrambi i casi, il potere finisce per proteggere sé stesso prima del bene comune.

Il politico dovrebbe tornare ad essere, letteralmente, il primo servitore dello Stato. Retribuirlo è giusto; sottrarlo a ogni misura, a ogni responsabilità e alle condizioni materiali dei cittadini non lo è. Ridimensionare i privilegi non significa umiliare la funzione pubblica, ma restituirle autorevolezza.

Il paradosso del nostro tempo è tutto qui: uno strumento nato per garantire uguaglianza e partecipazione ha finito, troppo spesso, per alimentare una nuova casta. I senatori romani non avevano stipendio, ma disponevano di ricchezza, latifondi e potere; molti politici contemporanei ricevono invece compensi elevati e benefici che li collocano al riparo dalle difficoltà che dichiarano di voler risolvere. La Storia, comunque si  declini negli anni e negli eventi, conserva una costante:  quando il servizio pubblico diventa privilegio, la distanza dal popolo non è più soltanto economica, diventa distanza morale.

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Una risposta

  1. Costi della politica e Nuova Casta

    Editoriale pregevole e totalmente condivisibile.
    Per fare più chiarezza in merito espongo alcuni dati:
    nell’antica Roma, la carica di senatore era considerata un honos (un onore) e un dovere civico, non un lavoro. Di conseguenza, le magistrature e la partecipazione al Senato rientravano nel concetto di gratuità delle cariche pubbliche.
    Per poter accedere al Senato, i cittadini dovevano già possedere un patrimonio straordinario .
    La carica era quindi riservata esclusivamente all’aristocrazia terriera e alle classi più facoltose.
    I senatori non solo lavoravano gratis, ma spesso dovevano finanziare di tasca propria opere pubbliche, giochi per il popolo (ludi) e campagne elettorali per guadagnare prestigio e consenso.
    Ma anche senza uno stipendio fisso, lo status di senatore offriva enormi opportunità di arricchimento alternativo.
    Questo avveniva principalmente attraverso il governo delle province (dove la riscossione delle tasse e i bottini di guerra erano fortemente remunerativi), i legami clientelari e gli investimenti immobiliari.
    In Italia, l’indennità per i parlamentari viene corrisposta ufficialmente dal 1948 (con la prima attuazione dell’articolo 69 della Costituzione repubblicana tramite la legge n. 1102 del 1948), ma il principio fu introdotto per la prima volta in via parziale decenni prima:
    lo statuto albertino del 1948 ( art 50 ) stabiliva la gratuità del mandato parlamentare («Le funzioni di Senatore e di Deputato non danno luogo ad alcuna retribuzione od indennità»), impedendo di fatto a chi non possedeva rendite personali di fare politica.
    Ma con la riforma di Giovanni Giolitti ( legge n. 666 del 30 giugno 1912 ) , fu introdotta per la prima volta un’indennità per i deputati Negli anni Venti furono estesi compensi e gettoni anche al Senato del Regno.
    Con l’art . 69 della La Costituzione Repubblicana fu sancito definitivamente che membri del Parlamento dovessero ricevere una indennità stabilita dalla legge per garantire a tutti il libero svolgimento del mandato.
    Scrissi tempo fa , parlando di riduzione dei costi della politica:
    del problema dei costi della politica si è fatto carico anche il legislatore che però per anni si è limitato a ridimensionare il numero dei consiglieri comunali o provinciali ignorando volutamente le più che pletoriche camere parlamentari.
    Si è dovuto attendere il 2020 per arrivare alla riforma costituzionale (che ha tagliato il numero dei parlamentari da 945 a 600), voluta dal M5S e digerita ob torto collo dagli altri, grazie alla quale lo stipendio e i rimborsi per il singolo onorevole sono rimasti invariati, ma è cambiato il costo complessivo per il bilancio dello Stato a causa della riduzione dei seggi.
    Ricordo ancora che i deputati percepiscono un’indennità lorda di circa 10.000 € al mese (circa 5.000 € netti), a cui si aggiungono una diaria di circa 3.500 € per il soggiorno a Roma e un rimborso per le spese di mandato di circa 3.690 € al mese. Sommando i vari rimborsi e benefit (trasporti, telefono), un deputato arriva a superare i 17.000 € lordi al mese.
    I senatori percepiscono un’indennità lorda di circa 10.385 € al mese, una diaria e un rimborso per le spese di mandato di circa 4.180 € al mese. Complessivamente, un senatore può raggiungere circa 20.000 € lordi mensili.
    Conclusioni : con il passaggio da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori (-37% complessivo), il risparmio netto sulle sole indennità e competenze degli eletti si aggira intorno ai 52-53 milioni di euro all’anno per la Camera e a circa 22 milioni di euro all’anno per il Senato (per un totale complessivo di circa 70-80 milioni di euro annui, ma i costi di struttura , nonostante il minor numero di eletti, i bilanci complessivi dei due rami del Parlamento (Camera circa 943 milioni di euro, Senato circa 505 milioni di euro) non si sono ridotti in modo proporzionale, poiché i costi fissi delle strutture, del personale amministrativo e dei contributi ai gruppi parlamentari sono rimasti alti e persino aumentati .

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