Zuckerberg e la libertà di bannare Trump

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Se questa volta non è difficile trovare sacrosante ragioni per impedire a Trump di aizzare i suoi seguaci alla ribellione, come purtroppo abbiamo visto, l’intervento di Zuckerberg quale precedente rappresenta per il domani? Chi ci garantisce che la censura non calerà invece su politici, scienziati o persone ritenute scomode?

 


Quando ho saputo che Zuckerberg aveva bannato Trump, sospendendolo sui suoi social, mi è scappato un sorrisetto di compiacimento, perché chi di Twitter ferisce, di Twitter perisce e in questi anni il presidente ha costruito il suo consenso attraverso un uso compulsivo e senza ritegno, verità e rispetto per gli altri.

Però poi il sorrisetto si è spento perché non è meno grave che il proprietario di un social possa decidere chi censurare, quando e come farlo.

Se questa volta non è difficile trovare sacrosante ragioni per impedire a Trump di aizzare i suoi seguaci alla ribellione, come purtroppo abbiamo visto, l’intervento di Zuckerberg quale precedente rappresenta per il domani? Chi ci garantisce che la censura non calerà invece su politici, scienziati o persone ritenute scomode?

Se Zuckerberg ha il diritto di bannare Trump, lui potrà bannare chi vorrà quando troverà siti accondiscendenti o quando addirittura ne aprirà uno proprio (Lo ha dichiarato: “Valutiamo una nostra piattaforma, non ci zittiranno”, come annunciato in queste ore). Si arriverebbe gradualmente a social ‘di parte’, con precise connotazioni politiche, sociali, religiose favorendo così ‘l’identità’, il confrontarsi soltanto con persone che la pensano allo stesso modo e questo genera mostri.

La presunta coerenza di Zuckerberg a favore della verità è facilmente smontabile. Lo fa il senatore repubblicano Rick Scott: “”Twitter ha sospeso il presidente Trump ma consente ai cinesi di vantarsi del genocidio e all’ayatollah di parlare sulla possibilità di spazzare via Israele dalle cartine geografiche””. Di contro in questi anni abbiamo potuto verificare l’eccessiva capacità dei social di influenzare l’opinione pubblica, arrivando quasi a decidere chi vincerà le elezioni, inondando il web di fake news che troppe persone non riescono a decifrare e ne restano vittime; si veda come esempio il negazionismo sul coronavirus.

Non credo che esistano facili soluzioni per questo nodo cruciale del nostro presente e soprattutto del nostro futuro; alla base c’è una perdita di autorevolezza delle istituzioni per cui quanto dichiarato dal Presidente del Consiglio vale quanto il post dell’ultimo pischello e dobbiamo ammettere come in effetti certe volte la differenza sia realmente annullata, in parte perché l’ultimo pischello è riuscito a diventare ministro, ma sempre pischello rimane e in parte perché il politico, volendo trovare empatia con il pischello, ragiona come lui.

L’altro nodo da risolvere è il rapporto fra pubblico e privato. Quando il capitale è privato, ma il servizio è di pubblica utilità, che forma di controllo e con quali modalità la comunità può tutelarsi? Nicola Zamperini, autore del ‘Manuale di disobbedienza digitale’ è convinto che non dovremmo più chiamarle aziende: “Io le chiamerei ‘metanazioni digitali’. La definizione di azienda sta stretta, queste entità hanno una loro soggettività politica, internazionale, alcune pensano di battere monete a hanno degli organi di giurisdizione. Dobbiamo immaginare delle categorie nuove che una volta fatte nostre ci consentano di immaginare delle soluzioni politiche.La prima misura da attuare è smetterla di considerarle aziende ma soggetti che hanno protagonismo politico nei confronti di miliardi di persone e nei confronti tanto degli stati nazionali quanto degli organismi internazionali”. 

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