Viaggio fra degrado, declino e rassegnazione

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La Modena di oggi, simbolo di una società che da anni ha smesso di credere in sé stessa, in ciò che è e quindi incapace non solo di costruire ma ancora prima di pensare al proprio futuro e di darsi una prospettiva.

Basta, come a me è bastato nuovamente, ripercorrere il tragitto a piedi, poi in treno poi di nuovo a piedi, che divide il centro di Sassuolo a quello di Modena, per rendersi conto dello stato di degrado, declino e purtroppo di rassegnazione in cui vive, o meglio sopravvivono a loro stesse, sia Sassuolo che Modena, ma anche buona parte della Provincia.

Alla stazione di Sassuolo il piazzale pullula di immigrati nullafacenti che non stanno aspettando il treno ma solo bivaccando, sputando per terra, fumando e salendo in sella all’improvvisa su biciclette chiaramente non loro. Tutti parlano una lingua che non conosco. Non ho il biglietto. D’estate non rinnovo la tessera a scalare. La biglietteria è chiusa. Decido di andare al bar vicino alla stazione, che li ha, ma il capotreno mi dice di “non andare fino là”. Mi fa cenno di salire lo stesso, tanto passa e lo fa lui. Tanto so che non è così. Non passerà, come tantissime volte è successo. Io, comunque, il biglietto lo prendo lo stesso, e salgo. Su Gigetto ci sono una trentina di persone, tutte straniere, viaggiano sulla corsa serale.

Scendo a Modena, lo scenario non cambia. Mi sento straniero in patria (che se oggi parli di patria rischi pure di beccarti del fascista).

A quel punto, spinto dalla curiosità, mi metto a contare, a spanne, le persone che incontro: 10-20-30 stranieri. I primi italiani, o presumibilmente tali, li incontro in prossimità dell’atrio della biglietteria: 4, 5, non di più. Esco e faccio un altro esperimento: sono un turista che arriva a Modena e vuole visitarla. L’unica indicazione visibile di un ufficio turistico è quella data dal box che ospita anche la biglietteria Seta. Chiusa. Alle 19,20 lo è durante la normale stagione, figuriamoci in agosto, quando chiude anche di giorno.

Modena non è poi così grande, si può andare a piedi. Ma un turista mica lo sa quando è grande e nessuno glielo dice, nemmeno con un cartello. Mi dirigo verso Piazzale Natale Bruni. Il biglietto da visita della città che doveva essere pronto per accogliere i turisti in vista dell’Expo è lo stabile delle ex poste, ristrutturato e che se va bene riaprirà giusto giusto per salutare la chiusura di Expo ed un sexy shop seguito, percorrendo il portico, da una serie di 12 negozi, tutti etnici: kebab, macellerie islamiche, market africani, un negozio di parrucchiera specializzata in treccine africane, un bazar islamico ed un phone center/money transfert. Agli occhi dei turisti che arrivano in treno la Modena del bel canto, della buona tavola dei motori, si presenta così, ovvero con nulla di tutto ciò.

Sono al cavalca ferrovia. Per andare verso il museo casa natale Enzo Ferrari devo scavalcarlo a piedi perché i sottopassi chiusi da anni perché gli extra ci pisciavano sotto e bivaccavano, e che l’Assessore Sitta aveva promesso di riaprire insieme all’imminente apertura del museo, in realtà sono ancora chiusi. Per gli stranieri che bivaccano a gruppi di dieci nei due kebab di via dell’Abate non c’è problema. A pisciare vanno sopra, non sotto, direttamente sul marciapiede dove i muri che dividono dalla carreggiata sono imbrattati da scritte in arabo di cui non si capisce ovviamente il significato. Quelle però vengono lasciate. Nessun volontario va li e le cancella. Il senso di estraneità rispetto ad un mondo in cui scorazzavo in bici da piccolo, dal momento in cui avevo tolto le rotelline e potevo arrivare fino a li, aumenta e mi avvolge sempre di più. Continuo il conteggio. Sono ad altre 40 persone circa, tutte di colore o nord africane, dall’uscita della stazione al cavalca ferrovia. Quasi tutti africani: ghanesi, marocchini, maghrebini, un po di cinesi, diversi pakistani. Loro sono quelli che hanno più negozi take Away. Ecco il biglietto da visita per i turisti che in Italia per l’Expo, decidono (su quali basi poi vista l’assenza decennale di un piano di marketing territoriale capace anche solo di riempire i sepre vuoti pullman del Discover Ferrari/Pavarotty land), di visitare Modena.

Proseguo. Da Piazzale Natale Bruni, dopo avere percorso il cavalcafferovia e avere incrociato solo persone che parlano tra di loro o al telefono lingue che non conosco, arrivo all’alveare di miniappartamenti occupati prevalentemente da stranieri che vivono grazie agli affitti ed ai sussidi ed ai buoni spesa coop che il comune continua a garantire loro e che li ne ha attirati a centinaia. Siamo al complesso dell’Erre nord. Qui, la Coop Canaletto, è obbligata ad assoldare due energumeni da due metri per due di stazza per prevenire attacchi prevalentemente serali di stranieri ubriachi. Continuo a contare: su trenta persone perlopiù bivaccati sui muretti del piazzale antistante il supermercato coop, un negozio di abbigliamento cinese ed un China African Market, solo due che stanno salendo su un’auto sono presumibilmente italiani. Anche qui i sottopassi  pedonali lungo la Canaletto sono stati chiusi da un’Amministrazione che da anni l’ha data vinta agli spacciatori, delinquenti e clandestini che ci bivaccavano e che pur di non affrontare con le giuste maniere il problema, nonostante l’arrivo di centinaia di migliaia di euro dalla Regione, si è arresa ad esso, preferendo mettere a rischio ogni giorni la sicurezza stradale di centinaia di cittadini, obbligati ad attraversare a piedi, ed in superficie, una strada congestionata e pericolosa. Il contesto sociale fortemente degradato e degradante all’Erre nord, non è cambiato, nonostante i circa 4,5 milioni di euro spesi dall’Amministrazione (molti finanziati dalla Regione che alla fine sempre soldi pubblici sono), con l’obiettivo di riqualificare un complesso residenziale dai problemi di degrado che le proprie politiche buoniste verso gli immigrati hanno evidentemente creato. Penso a quanto sia assurdo, paradossale, pensare che chi ha  creato il problema, con politiche sociali sbagliate, non possa oggi garantire una soluzione. Forse, penso, perché a nessuno, tra chi conta, interessa soluzione:  proprio perché è la gestione del problema, che ha riempito di finanziamenti pubblici  associazioni, cooperative enti ed organizzazioni cosiddette non profit nel campo della prostituzione, dell’immigrazione, dell’integrazione, che per molti è la soluzione.

Continuo verso via del Mercato. A destra ed a sinistra della Canaletto, altro degrado urbano che persiste da anni, a seguito di un abbandono delle aree non seguito dalla realizzazione di alcun progetto di riqualificazione. Dalla vicenda ventennale dell’ex consorzio a quella del comparto ex mercato Bestiame. Un tempo sede di attività produttive e di scambi commerciali di cui andare fieri agli occhi dell’Europa, oggi area abbandonata da decenni, chiusa, condannate al degrado ed alla pericolosità. Via del Mercato ne subisce le conseguenze più evidenti. Le prostitute africane spuntano già dalle 20, a gruppi, forti dal potersi nascondere in aree buie ed abbandonate, residenziali ed industriali, che costeggiano più di metà della via. Da tempo, al tramonto, decine di stranieri tornano indisturbati a rompere le finestre e gli infissi di ex magazzini ed edifici abbandonati ed a trovarvi rifugio. Si moltiplicano le segnalazioni ma le forze dell’ordine dicono di non poterci fare più di tanto trattandosi di proprietà privata. Anche questo – penso io – segna il degrado di una società, anche e soprattutto a livello istituzionale. Un degrado che è simbolo di una società che l’ha data persa e crede ancora che il peggio si eviti non affrontando i problemi ma evitandoli e non parlandone. Una società addormentata che ha perso l’orgoglio della sua forza, dei propri valori, della propria cultura, della propria identità e di ciò che in passato l’aveva resa grande. L’area è un deserto e la via solo un passaggio. Le attività commer
ciali chiudono e i prezzi delle case rimaste crollato di oltre il 50%. Succede così anche a Modena est e sull’asse di via Emilia Ovest dove  ci sono proprietari di capannoni pronti a togliere il tetto (che equivale a demolirli), perché stritolati dalle tasse al massimo che pesano su immobili industriali che la crisi ha svuotato e che pur non producendo reddito continuano ad essere allo stesso assurdo modo tassati. In quella zona, dove chiudono e si riducono capannoni ed attività lavorative prende spazio  una sede sempre più grande di Equitalia dove centinaia di imprenditori fanno la fila per lasciare le ultime gocce di sangue dopo avere chiuso per sempre la saracinesca, vessati da uno Stato che è il primo a non pagare e che per questo è spesso causa della loro rovina.

Questa è la Modena di oggi, simbolo di una società che da anni ha smesso di credere in sé stessa, in ciò che è e quindi incapace non solo di costruire ma ancora prima di pensare al proprio futuro e di darsi una prospettiva. Una Modena che riflette una provincia senza prospettiva e visione, che ha il proprio specchio ed il proprio riflesso non solo in chi tristemente l’ha governata negli ultimi 20 anni ma anche in tutti coloro che si sono rassegnati ad essa.

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