Versi di un tempo che fu … Re Travicello

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Forse è stato per effetto dell’inchiesta sullo stato della scuola o, forse, l’aver ritrovato il decrepito sussidiario di quinta elementare. Fatto sì è che sfogliando quelle pagine di un tempo terribilmente lontano sono riaffiorati alcuni versi che era costume far imparare a memoria agli scolari.

Cose di poco conto, non impegnative, poesiole in rima senza pretese letterarie, ma traboccanti di ricordi, di tenerezza. Un’onda di nostalgia che mi ha inumidito le palpebre.

Oggi di quei versi, di quelle rime baciate non v’è più traccia, si ha orrore di allenare la memoria degli alunni con siffatte sciocchezzuole.

Però, ho pensato (forse m’illudo), che a qualcuno potrebbe fare piacere ritrovarle, rileggerle …

 

Alberto Broglia

  Re Travicello

Al Re Travicello

piovuto ai ranocchi,

mi levo il cappello

       e piego i ginocchi;

lo predico anch’io

cascato da Dio:

oh comodo, oh bello

       un Re Travicello!

Calò nel suo regno

con molto fracasso;

le teste di legno

       fan sempre del chiasso:

ma subito tacque,

e al sommo dell’acque

rimase un corbello

       il Re Travicello.

Da tutto il pantano

veduto quel coso,

«È questo il Sovrano

       così rumoroso?»

 (s’udì gracidare).

«Per farsi fischiare

fa tanto bordello

       un Re Travicello?

Un tronco piallato

avrà la corona?

O Giove ha sbagliato,

       oppur ci minchiona:

sia dato lo sfratto

al Re mentecatto,

si mandi in appello

       il Re Travicello».

Tacete, tacete;

lasciate il reame,

o bestie che siete,

       a un Re di legname.

Non tira a pelare,

vi lascia cantare,

non apre macello

       un Re Travicello.

Là là per la reggia

dal vento portato,

tentenna, galleggia,

       e mai dello Stato

non pesca nel fondo:

che scienza di mondo!

che Re di cervello

       è un Re Travicello!

Se a caso s’adopra

d’intingere il capo,

vedete? di sopra

       lo porta daccapo

la sua leggerezza.

Chiamatelo Altezza,

ché torna a capello

       a un Re Travicello.

Volete il serpente

che il sonno vi scuota?

Dormite contente

       costì nella mota,

o bestie impotenti:

per chi non ha denti,

è fatto a pennello

       un Re Travicello!

Un popolo pieno

di tante fortune,

può farne di meno

       del senso comune.

Che popolo ammodo,

che Principe sodo,

che santo modello

       un Re Travicello!

 

Giuseppe giusti

 

La favola, per certi versi attuale, fu magistralmente massa in rima dal Giusti nel 1846. Il poeta la riprese da una favola di Fedro che, a sua volta, l’aveva tradotta da Esopo.

Alberto Broglia

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