Versi di un tempo che fu … La voce

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Versi di un tempo che fu … La voce

 

Forse è stato per effetto dell’inchiesta sullo stato della scuola o, forse, l’aver ritrovato il decrepito sussidiario di quinta elementare. Fatto sì è che sfogliando quelle pagine di un tempo straordinariamente lontano sono riaffiorati alcuni versi che era costume far imparare a memoria agli scolari.

Cose di poco conto, non impegnative, poesiole in rima senza pretese letterarie, ma traboccanti di ricordi, di tenerezza. Un’onda di nostalgia che mi ha inumidito le palpebre.

Oggi di quei versi, di quelle rime baciate non v’è più traccia, si ha orrore di allenare la memoria degli alunni con siffatte sciocchezzuole.

Però, ho pensato (forse m’illudo), che a qualcuno potrebbe fare piacere ritrovarle, rileggerle …

 

Alberto Broglia

                                  

La voce

C’è una voce nella mia vita,

che avverto nel punto che muore;

voce stanca, voce smarrita,

col tremito del batticuore:

voce d’una accorsa anelante,

che al povero petto s’afferra

per dir tante cose e poi tante,

ma piena ha la bocca di terra:

tante tante cose che vuole

ch’io sappia, ricordi, sì… sì…

ma di tante tante parole

non sento che un soffio… Zvanî…

Quando avevo tanto bisogno

di pane e di compassione,

che mangiavo solo nel sogno,

svegliandomi al primo boccone;

una notte, su la spalletta

del Reno, coperta di neve,

dritto e solo (passava in fretta

l’acqua brontolando, Si beve?);

dritto e solo, con un gran pianto

d’avere a finire così,

mi sentii d’un tratto daccanto

quel soffio di voce… Zvanî…

Oh! la terra, com’è cattiva!

la terra, che amari bocconi!

Ma voleva dirmi, io capiva:

– No… no… Di’ le devozioni!

Le dicevi con me pian piano,

con sempre la voce più bassa:

la tua mano nella mia mano:

ridille! vedrai che ti passa.

Non far piangere piangere piangere

(ancora!) chi tanto soffrì!

il tuo pane, prega il tuo angelo

che te lo porti… Zvanî… –

Una notte dalle lunghe ore

(nel carcere!), che all’improvviso

dissi – Avresti molto dolore,

tu, se non t’avessero ucciso,

ora, o babbo! – che il mio pensiero,

dal carcere, con un lamento,

vide il babbo nel cimitero,

le pie sorelline in convento:

e che agli uomini, la mia vita,

volevo lasciargliela lì…

risentii la voce smarrita

che disse in un soffio… Zvanî…

Oh! la terra come è cattiva!

non lascia discorrere, poi!

Ma voleva dirmi, io capiva:

– Piuttosto di’ un requie per noi!

Non possiamo nel camposanto

più prendere sonno un minuto,

ché sentiamo struggersi in pianto

le bimbe che l’hanno saputo!

Oh! la vita mia che ti diedi

per loro, lasciarla vuoi qui?

qui, mio figlio? dove non vedi

chi uccise tuo padre… Zvanî?… –

Quante volte sei rivenuta

nei cupi abbandoni del cuore,

voce stanca, voce perduta,

col tremito del batticuore:

voce d’una accorsa anelante

che ai poveri labbri si tocca

per dir tante cose e poi tante;

ma piena di terra ha la bocca:

la tua bocca! con i tuoi baci,

già tanto accorati a quei dì!

a quei dì beati e fugaci

che aveva i tuoi baci… Zvanî!…

che m’addormentavano gravi

campane col placido canto,

e sul capo biondo che amavi,

sentivo un tepore di pianto!

che ti lessi negli occhi, ch’erano

pieni
di pianto, che sono

pieni di terra, la preghiera

di vivere e d’essere buono!

Ed allora, quasi un comando,

no, quasi un compianto, t’uscì

la parola che a quando a quando

mi dici anche adesso… Zvanî….

Giovanni Pascoli

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