Versi di un tempo che fu … La partenza del boscaiolo

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Forse è stato per effetto dell’inchiesta sullo stato della scuola o, forse, l’aver ritrovato il decrepito sussidiario di quinta elementare. Fatto sì è che sfogliando quelle pagine di un tempo straordinariamente lontano sono riaffiorati alcuni versi che era costume far imparare a memoria agli scolari.

Cose di poco conto, non impegnative, poesiole in rima senza pretese letterarie, ma traboccanti di ricordi, di tenerezza. Un’onda di nostalgia che mi ha inumidito le palpebre.

Oggi di quei versi, di quelle rime baciate non v’è più traccia, si ha orrore di allenare la memoria degli alunni con siffatte sciocchezzuole.

Però, ho pensato (forse m’illudo), che a qualcuno potrebbe fare piacere ritrovarle, rileggerle …

 

Alberto Broglia

 

La partenza del boscaiolo                                      

La scure prendi su, Lombardo,
da Fiumalbo e Frassinoro!
Il vento ha già spiumato il cardo,
fruga la tua barba d’oro.

Lombardo, prendi su la scure,
da Civago e da Cerù:
è tempo di passar l’alture:
tient’a su! tient’a su! tient’a su!

Più fondo scavano le talpe
nelle prata in cui già brina.
È  tempo che tu passi l’Alpe,
ché la neve s’avvicina.

Le talpe scavano più fondo.
Vanno più alte le gru.
Fa come queste, e va pel mondo:
tient’a su! tient’a su! tient’a su!

Per le faggete e l’abetine,
dalle fratte e dal ruscello,
quel canto suona senza fine,
chiaro come un campanello.

Per l’abetine e le faggete
canta, ogni ora ogni dì più,
la cinciallegra, e ti ripete:
tient’a su! tient’a su! tient’a su!

Di bosco è come te, la cincia:
campa su la macchia anch’essa.
Sa che, col verno che comincia,
ti finisce la rimessa.

La cincia è come te, di bosco:
sa che pane non n’hai più.
Va dove n’ha rimesso il Tosco:
tient’a su! tient’a su! tient’a su!

Le gemme qua e là col becco
picchia: anch’essa è taglialegna.
Nel bosco è un picchierellar secco
della cincia che t’insegna.

Col becco qua e là le gemme
picchia al mo’ che picchi tu.
Va, taglialegna, alle maremme…
tient’a su! tient’a su! tient’a su!

Ha il nido qua e là nei buchi
d’ischie o d’olmi, ove gli garba;
e pensa forse a que’ tuoi duchi,
grandi, dalla lunga barba.

Nei buchi erbiti dove ha il nido,
pensa al gran tempo che fu;
e getta ancora il vecchio grido:
tient’a su! tient’a su! tient’a su!

Un’azza è quella con cui squadri
là, nel verno, il pino e il cerro;
con cui picchiavano i tuoi padri
sopra i grandi elmi di ferro.

Tu squadri i tronchi, ora; con l’azza
butti le foreste giù.
Va ora senza più corazza…
tient’a su! tient’a su! tient’a su!

Rimane nella valle il canto.
Sono ormai, le cincie, sole.
La scure dei lombardi intanto
lassù brilla contro al sole.

E sempre il canto che rimane,
giunge in alto alla tribù,
che parte a guadagnarsi il pane:
tient’a su! tient’a su! tient’a su!

Giovanni Pascoli

 

Tratta dai Canti di Castelvecchio questa poesia, non molto conosciuta per la verità, parla del nostro Appennino.

 

Alberto Broglia

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