Verbi transitivi e verbi intransitivi (seconda parte)

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“PAGINE MEMORABILI DEL GIORNALISMO ITALIANO”Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.Da come essi hanno descritto e commentato nell’immediato l’avvenimento, si possono ritrovare pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e scoprire, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

Va detto che più che un articolo, nell’uso invalso attribuito al vocabolo, si tratta di un elzeviro, pubblicato in apertura della terza pagina del Corriere, quando la terza pagina era di rito la pagina culturale. Un gustoso aneddoto narrato da Alfredo Panzini [1] e ambientato in un mondo che apparentemente non pare più esistere, ma che, io credo, mutatis mutandis, possa indurre anche noi a qualche riflessione, noi che pur viviamo in tempi molto diversi.

A. B.

 

VERBI TRANSITIVI E VERBI INTRANSITIVI ( seconda parte )

 

Eccellente idea!

Ma quando si trattò di metterla in pratica, molte difficoltà si presentarono. Il vino si fa con l’uva e su questo il professore non aveva dubbi. Anche trovare un tino, un bigoncino, una pévera non fu difficile. Anche il pigiatore fu trovato nella persona del portinaio, che assicurò la più scrupolosa abluzione delle sue estremità inferiori. Ma e l’uva? Dove si compra all’ingrosso? Chi è il più onesto mercante? e quanto costa? e il peso? e la tara? e il trasporto?

Al professore parve più facile avere a fare con gli Atridi che con tutte queste cose.

I fruttaiuoli a cui ne richiese, lo guardavano di mal occhio, e, o non davano risposta o davano vaghe ambigue risposte, come se lui, comperando un po’ d’uva all’ingrosso, volesse danneggiarli o rubar loro il mestiere.

         Vuol fare il vino con l’uva – domandavano.

Andò anche da un vinaio suo conoscente. Oh, che gli saltava in mente di fare il vino in casa? Un impazzimento. E i vinai che ci stanno a fare?

Insomma il vinaio lo accolse come lui avrebbe accolto il vinaio se questi fosse venuto da lui a dirgli: “Io voglio far scuola e spiegare chi sono gli Atridi e chi sono i verbi transitivi”.

Questo trovare le porte chiuse alle sue oneste domande, gli infuse non poca malinconia; non tanto per il ritardo che veniva a subire il suo vino: il suo vino era deciso! a costo di comperare l’uva dai fruttaioli a cinquanta centesimi il chilo, volta per volta e portarsela a casa, il vino ed il mezzo vino — ripeto — erano decisi! ma perché, ben considerando, trovava che il mondo era dolorosamente chiuso. «Viviamo in democrazia, siamo tutti fratelli, siamo tutti federati, eppure ecco che siamo ancora divisi in caste! I fruttaiuoli non svelano che ai fruttaioli il loro mercantile segreto. Il salumaio confida i misteri delle sue manipolazioni ai salumieri soltanto…

«Oh, reo mondo, chiuso e crudele!».

Ebbe un’altra idea luminosa: «Ma esiste il bollettino dei prezzi dell’uva: io mi atterrò scrupolosamente al bollettino e così sarò a posto».

         Faccia presto – gli disse uno dei fruttaiuoli, meno brigante, al quale aveva confidato i suoi propositi igienici ed enologici – le uve aumentano.

E il professore andò al mercato, dunque. Ed era una bella mattina di ottobre.

Non c’era mai stato al mercato. Una cosa sbalorditiva, enorme: tettoie, botteghe, magaz
zini, folla, urti, carri, carretti, furia, bestemmie. Un macchinario enorme formato di umanità in movimento. Povero professore! Oh, come era più tranquilla la più tumultuosa delle scuole!

Gli parve di essere come una festuca che si accosti ad una spaventosa motrice in gran movimento : soffia e butta via la festuca.

Anche lui fu soffiato via dalla folla.

E poi quel dialetto! Tutti parlavano in dialetto! E poi macché dialetto! Gergo!

«A che valgono le scuole, almeno di italiano?» pensava il professore. E pensava anche. «Dove trovare una faccia da cristiano a cui fare questo discorso: Signore, io avrei intenzione di fare acquisto di una certa partita di uva, matura e sana, ancorché non da tavola, la quale però fosse a convenevole prezzo, allo scopo, ecc. ecc.».

Tutte facce convulse, congestionate, tutta gente che si intendeva ad urli, a mimica, ad improperi. Ed era tardi: le otto. Alle dieci – gli avevan detto – il mercato è finito.

Poté accostarsi ad una faccia un po’ civile – che gli fu indicata come mercante di uve – ma fu dialogo breve:

         Quanti vagoni?…

         A me veramente basterebbe una piccola partita…

         Non lavoro in piccole partite.

E il professore vide le spalle e non più la faccia di quel despota del mercato, dal parlare laconico.

Trovò un altro che lavorava in piccole partite. Si degnò di ascoltarlo; ma quando si venne alla merce, non permise nessun esame della merce. Garantiva lui e basta.

Egli voleva persuaderlo, con assennato discorso, che “garantiva lui e basta” implicava un eccesso di fiducia che egli sarebbe stato ben lieto di concedere; ma che certamente lui stesso, il mercante, non avrebbe alla sua volta concesso. Ma colui non volle nemmeno udire il principio di questo assennato e logico ragionamento, perché disse:

         Non ho tempo di sentire le sue chiacchiere.

Villano! Ma un pensiero più increscioso gli si insinuò: i suoi logici e assennati ragionamenti, classificati sotto il titolo commerciale di «chiacchiere»!

In quel momento il buon professore provò per la prima volta uno struggimento quasi affettuoso, per il Governo o Stato o Nazione o Italia o comunque si nomini quell’Ente provvidenziale che lo pagava per i suoi logici e assennati ragionamenti di tre ore al giorno: senza contare le classi aggiunte.

Con un altro venditore che aveva una distesa magnifica di bellissima uva, grossa, ambrata, disposta in cestelli ornatissimi, che pareva dipinta, quasi attaccò lite.

Lui s’era accostato e, pian pianino, aveva spiccato un acino per assaggiarlo…

         Giù quella mano!

         Ma un chicco!

         Macché chicco o checca! Giù le mani, dico! Tutto il paniere mi ha guastato quello lì.

E tutti lo guardavano bieco come fosse stato un ladruncolo. Si fece piccino piccino e sgattaiolò dalla folla.

Lui, professore, e quasi cavaliere, essere chiamato «quello lì»!

Da un altro con cui era venuto a mezzo contratto, per ciò che concerne la merce, quando si venne al prezzo, e lui il professore tirò fuori il bollettino, si sentì rispondere con un tono che non ammetteva repliche :

         Il bollettino me lo faccio io!

Che camorra, che gente, che mondo! Oh, molto meglio avere a che fare con gli Atridi.

«Uva non se ne compera», gli diceva una voce interiore.

Ma c’era una voce anche più interna che diceva: «Professore esimio, tu che tanto improperasti il Governo, dimmi dimmi, di grazia, come ti guadagneresti la vita, se non ci fosse il Governo?».

 

Alfredo Panzini

 (“II Corriere della Sera”)

 

RIASSUNTO

 

L’idea non pare essere stata poi così eccellente. I fili iniziano a intrecciarsi, mentre l’esimio professore, propenso ad improperare il Gelmini di turno (nihil sub sole novum), rimpiange gli Atridi, assaggia l’aspra realtà del vivere comune e prova come è duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale. Resta da vedere come andrà a finire.

 

RIASSUNTO DELLA PARTE PRECEDENTE

 

Verbi che passano e che non passano, àlapae, scuffiotti, ravanelli, vinacci affatturati, vino merum e, per completare il quadro, Plutone, l’inesorabile dio degli Inferi, paiono essere tanti fili sciolti che attendono di essere intrecciati. L’ “eccellente idea” potrebbe essere l’inizio della trama.

 

 

 

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