Vanità, tutto è vanità

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Cara Genova, della mia infanzia estiva, dei miei parenti, città cara per De Andrè e gli altri artisti che hai concepito nel tuo ventre marinaro, ferita gravemente un’altra volta. Ho solo questo pensierino sgangherato da dedicarti, anch’esso vanità, ma vorrebbe essere un abbraccio

 


I miei pensieri vanno dove vogliono e questa mattina, guardando il ponte di Genova suicidarsi, hanno recuperato: “Vanità delle vanità, vanità delle vanità, tutto è vanità”, prima con le note di Angelo Branduardi e poi con i versi dell’Ecclesiaste: “Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento. Ciò che è storto non si può raddrizzare e quel che manca non si può contare”.

“Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d’ogni specie; mi sono fatto vasche, per irrigare con l’acqua le piantagioni (…) Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole”.

No, non è così. Molto di quel che viene fatto è utilità, come quel ponte e quell’autostrada, ma ciò che è storto non si può raddrizzare e i rimedi ad uno sviluppo ipetrofico, in verticale, occupando ogni centimetro quadrato, restano rattoppi. Se poi non li curi e dopo cinquant’anni li consideri eterni, diventano vanità: ciò che conviene, oppure ciò che si può, ma non ciò che è giusto.

“Sei felice, sei, dei piaceri tuoi, godendo solo d’argento e d’oro, alla fine che ti resterà, vanità di vanità” canta Branduardi. E l’Ecclesiaste dice: “Felice te, o paese, che per re hai un uomo libero e i cui prìncipi mangiano al tempo dovuto per rinfrancarsi e non per gozzovigliare. Per negligenza il soffitto crolla e per l’inerzia delle mani piove in casa”.

Cara Genova della mia infanzia estiva (delle vacanze con la sorella Rosanna – oggi è il tuo compleanno, sorella del mio cuore); cara Genova dei miei parenti, città cara per De Andrè e gli altri artisti che hai concepito nel tuo ventre marinaro, ferita gravemente un’altra volta. Cara Genova, ho solo questo pensierino sgangherato da dedicarti, anch’esso vanità, ma vorrebbe essere un abbraccio.

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