“Uomini di cenere”

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E’ il titolo dell’ultimo romanzo di Roberto Barbolini : nato a Formigine, il 22 luglio 1951. Laureato in filosofia con il Prof Luciano Anceschi, all’Università di Bologna, è sposato con Silvia Tomasi, saggista e scrittrice ed ha due figli. Narratore, saggista, critico teatrale e giornalista, ha cominciato la carriera giornalistica a Modena.

  

  Ha iniziato prima nel settimanale “Via Emilia”, poi come critico teatrale de “Il Resto del Carlino”, poi nella redazione modenese de “Il Giornale” di Indro Montanelli. Dal 12 dicembre 1981, cioè da 25 anni, vive e lavora a Milano, dove, da diciotto anni, è giornalista culturale del settimanale “Panorama”. E’ autore dei romanzi “Il punteggio di Vienna”, “Piccola città, bastardo posto”, “Ligabue fandango”, delle raccolte “La strada fantasma”, “Buffalo Bill sceglie Chico”, “La gabbia a pagoda”, “San Cataldo Cemitery Blues”, “Chiamala veglia”, “Storia tra sonno e rock” ed ora del romanzo “Uomini di cenere”, che sarà presentato a Modena, allo storico “Caffè dell’Orologio”, alle ore 21,00 di mercoledì 13 settembre 2006.

 

Lei è giornalista, scrittore e saggista. E’ nato prima il giornalista o lo scrittore? Quali le differenze, se esistono, tra lo scrittore, il saggista e il giornalista ?

 

“ Le tre cose entrano una nell’altra. Essere narratore mi ha aiutato a fare meglio il mestiere di giornalista. Il giornalista ha degli obblighi, di misure, di lunghezza nei testi, di tagli. Ha dei vincoli, che, se praticati in esclusiva, possono diventare degli stereotipi. Sono come i ricettari delle vecchie nonne. Però, se la ricetta la realizzi tu, il piatto non ti viene allo stesso modo.

Nella tradizione del Novecento, ci sono molti giornalisti-scrittori: da Arpino a Piovene, a Montale, che,chiamava il giornalismo il suo secondo mestiere, dopo la poesia.

Il giornale è frutto di un lavoro collettivo. Entri in un prodotto che ha i suoi stilemi. Certi modi di iniziare un pezzo vanno bene per “Panorama” e non vanno bene per il “Corriere della Sera”. Come scrittore, invece, sei completamente libero davanti alla pagina bianca o al computer. In definitiva, la spinta alla scrittura nasce da una tendenza identica che, però, si canalizza in un modo diverso. Il giornale ti costringe ad una disciplina regolata da parametri rigidi, mentre la narrativa ti consente una potenziale libertà. Però ti lascia nudo di fronte ai “precursori forti”, gli autori che ami e ti hanno preceduto. Con il tempo, mi sono accorto che c’è un circuito vizioso ma anche virtuoso tra giornalismo e narrativa perchè molti spunti che vengono dal giornalismo, lasciati a sedimentare, diventano utili per la narrativa.

Secondo me, non c’è alcuna divaricazione tra il narratore e il saggista. Si tratta sempre di una scrittura narrativa-creativa. Non c’è divaricazione tra narrativa e saggistica. Basti pensare a Pontiggia, La Capria. La scrittura è a tutto campo. Personalmente, cerco di fare rifluire il giornalista nello scrittore e lo scrittore nel giornalista.”

 

Lei ha descritto, in più occasioni, la vita e le fortune musicali di Modena degli anni Sessanta. Come è nato quel fenomeno e come, perchè, si è esaurito ?

 

Non sono uno storico o un sociologo: spetta ad altri indagare su come e perchè un determinato fenomeno nasce e poi si esaurisce. Del resto succede a tutti: agli stili artistici come alle nostre vite. Per quel che mi riguarda, c’è stata semplicemente una felice coincidenza anagrafica tra la mia adolescenza e gli anni Sessanta, i più creativi nella seconda metà del secolo scorso. Così quel periodo ha rappresentato spesso lo spazio-tempo ideale cui fare riferimento nel mio romanzo di formazione perennemente incompiuto. Ma a volte ho delle ricadute agli anni Cinquanta della mia infanzia. Certi personaggi di “Piccola città, bastardo posto” rimandano a figure reali, ben conosciute in città come il mago Leo Caiti o Mario Molinari, che appartenevano alla generazione di mio padre. C’è una specie di memoria collettiva che viaggia attraverso le epoche”

 

Lei ,nel romanzo che ha appena citato, racconta Antonio Delfini, grande scrittore ma sempre misconosciuo. Perchè ? Come mai Delfini non ha avuto la fortuna che gli sarebbe spettata ?

 

“In questo momento, Delfini gode di una certa salute critica. Soprattutto grazie a Cesare Garboli. Ma questa fortuna non si allarga al mercato, al pubblico. Delfini è il caso paradossale di uno scrittore sul cui valore convergono i critici ma sul quale non si ha un editore che crede e investe. E’ stato anche “sfigato”. Negli anni Ottanta, quando puntava su Delfini, la casa editrice Einaudi è entrata in crisi gestionale. Poi, Cesare Garboli stava lavorando ad un grande “Meridiano” dedicato a Delfini, ma, purtroppo, è scomparso , quasi due anni fa e il
progetto si è arenato”

 

Che cos’è, cosa racconta il suo ultimo libro “Uomini di cenere”, appena pubblicato dal più importante editore italiano, Arnoldo Mondadori ?

 

“ Nella prima parte si svolge in un immaginario ducato mezzo italiano e mezzo mitteleuropeo, che può ricordare il ducato di Modena tedeschizzato, al tempo sospeso e raggelato in cui impeversano gli uomini delle Bande Nere. Un gruppo di amici ebrei, visti i tempi duri e difficili che si delineano all’orizzonte, con i tedeschi che stanno per conquistare anche il nostro ducato, si pone il problema della propria futura sopravvivenza. Uno di loro propone di organizzare una “Tontina”, misterioso termine che deriva da Lorenzo Tonti, un banchiere napoletano del XVII secolo. In realtà, l’idea è semplice: tutti i partecipanti si quotano, puntano una certa cifra e solo l’ultimo vince tutto. Cioè il sopravvissuto, riscuoterà il premio, con gli interessi nel frattempo maturati. Nel gergo delle assicurazioni, è una semplice polizza di capitale differito. Nel libro, è una beffarda e tragica scommessa contro la Storia. Nell’uragano di fuoco che distrugge l’Europa, durante la Seconda Guerra mondiale, il “Club della Tontina” si disperde e ognuno va incontro al proprio destino.

Così la seconda parte del romanzo , che si svolge mezzo secolo dopo, a Los Angeles, presumibilmente nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, vede un sopravvissuto, Canetti, centenario che fa il mercante di bare. Si aggiungono altri personaggi come un imbalsatore e il suo assistente, che accompagnano un loro cliente defunto in Italia. Ma la bara e il contenuto scompaiono nel nulla. I due devono trovare il contenitore e il contenuto e chiedono aiuto ad un detective privato, che a prima vista, non fa una grande impressione. Ma il detective Kramer si rivelerà indispensabile e guiderà i due in un viaggio picaresco tra sopravvissuti alla Shoah e cimiteri, sulle tracce di un segreto che affonda le sue radici nel passato.,  inserito in un’altra storia parallela sulla possibilità di ottenere diamanti dalle ceneri dei cadaveri , secondo il convincimento che, dal momento che siamo fatti di carbonio, anzichè cremare i defunti, si possono ottenere diamanti, precisamente un terzo di carato da ogni corpo umano. E’ la grande scommessa delle agenzie di pompe funebri americane.

Questa seconda parte incentrata sulla diamantificazione ha i personaggi della prima parte ed altri ancora. Nelle pagine finali, si avrà la sorpresa, che porta alla nuova apocalisse : dopo la Shoah e la Seconda Guerra mondiale, abbiamo la strage criminale del terrorismo islamico con le Torri Gemelle di New York. Solo all’ultima pagina, scopriremo con un colpo di scena, chi è il vero vincitore della “Tontina” e, quanto tragica e beffarda possa essere la Storia. Ma sta al lettore andare a scoprire questa sorpresa finale”

 

                                                                                                                            

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