Università, la Gelmini fa il gioco delle tre carte

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L’on. Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in commissione Istruzione e Cultura della Camera, commenta l’intervento del Rettore Mario Tomasi sulla legge di riforma dell’Università approvata di recente.  Ecco la sua lettera   

 

Caro direttore

 

ha ragione da vendere il Magnifico Rettore Tomasi quando invoca nuove risorse, da subito, per il sistema universitario italiano. Peccato che di risorse aggiuntive la riforma Gelmini non ne preveda, così come non sarà in grado di rispondere ai bisogni del sistema perché non rilancia davvero l’autonomia degli atenei basata sulla valutazione; non sostiene realmente il diritto allo studio; non valorizza le competenze e i talenti sia del personale di ruolo che di quello precario. E non mette in campo un credibile progetto di investimento, quindi alla fine non vale niente, semplicemente perché non costa niente allo Stato.

Come stabilito dalla legge di stabilità (la vecchia finanziaria), il Fondo di finanziamento ordinario per le università per il 2011 registra un segno meno di ben 276 milioni di euro. Senza tener conto del fatto che, ormai alle soglie del 2011, il ministro non ha ancora provveduto a ripartire i finanziamenti del 2010.

Nella legge Gelmini, le risorse sono solo “evocate”, come nel caso del fantomatico Fondo per il merito, istituito per erogare agli studenti premi nazionali e prestiti d’onore, purtroppo senza alcun riferimento al reddito. Questo Fondo è totalmente privo di una propria dote finanziaria, poiché ad alimentarlo saranno versamenti di privati, enti e fondazioni e trasferimenti pubblici. Tuttavia nella Legge di stabilità per il 2011 neppure un euro è stato previsto per il Fondo. Si tratta quindi di propaganda.

In altre norme della legge, le risorse sono indicate nero su bianco ma non si tratta di risorse aggiuntive. Per l’assunzione di nuovi professori associati viene riservata una quota “non superiore a 13 milioni” da prelevare dal Fondo di finanziamento ordinario già abbondantemente decurtato. Evidentemente, al ministero ritengono che si tratti non di Fondo, ma di Pozzo di San Patrizio. Analogamente, i 18 milioni per il 2011 destinati al recupero dello scatto stipendiale (tagliato dalla manovra estiva) sono prelevati dai 44 milioni previsti per l’attuazione dei piani triennale e quadriennale dell’università.

Siamo di fronte al gioco delle tre carte o, come ho avuto modo di dire in Aula, ai carri armati di Mussolini, spostati da una parata all’altra per far credere che fossero tanti.

È quindi falso affermare, come ha fatto il ministro, che all’università siano state date risorse in più. In questo contesto di finanziamenti decrescenti, qualsiasi discorso sul riconoscimento del merito diventa aleatorio poiché, a meno di non onorare le spese obbligatorie (stipendi, affitti, accordi nazionali e internazionali…), le risorse non ci sono. Il fondo del barile è già stato raschiato e, nonostante i massicci pensionamenti e il dannoso blocco del turn over, il Fondo di Finanziamento Ordinario per il prossimo anno è in grado di far fronte solo alla sopravvivenza del sistema.

Già la commissione Muraro, istituita dal governo Prodi, aveva indicato il riconoscimento del merito come indirizzo da perseguire per valorizzare la qualità dell’università pubblica, ma solo se accompagnato da adeguate risorse. Infatti la seconda finanziaria Prodi dispose 550 milioni annui, per il triennio 2008-2010, al fine di incrementare il Fondo di Finanziamento ordinario. Un intervento importante, che il Governo Berlusconi-Bossi ha ritenuto di cancellare.

Durante la discussione in Aula abbiamo risolutamente proposto – indicandone l’adeguata copertura – che venisse definito un piano di incremento strutturale del Fondo di Finanziamento (in modo da allinearlo con la media OCSE) e che una quota crescente fosse ripartita agli Atenei in base a valutazione. Il ministro e la maggioranza hanno bocciato la proposta e hanno preferito rinviare la definizione dei  “meccanismi premiali nella distribuzione delle risorse pubbliche”  in una delega al governo, da esercitare entro un anno. Si prende tempo, tanto i titoli sui giornali sono già conquistati. Poi, si vedrà…

 

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