Un’atavica avversione per gli Arcivescovi

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Garantiamo il pieno diritto della prima pagina a Ugolino che, nonostante il pessimo carattere e il suo dente avvelenato, nessuno vuole declassare per fare spazio ai suoi assistenti

Ho visto con un certo disappunto che, a mia insaputa, una lettera a me indirizzata è stata dirottata dalla Redazione di Bice a Don Petronio, il simpatico curato di campagna che, dal canto suo, si è preso la briga di rispondere.

Ora però, anche se non mi sono proprie la sottile arguzia e la dottrina di Don Petronio, poiché qualche cognizione degli Arcivescovi non mi manca, vorrei rispondere anch’io all’amica Carla[1] [1] (sempre che non dispiaccia troppo alla Redazione).

Riporto le parti salienti del suo scritto, a beneficio di coloro che non l’avessero letto sul n° 96 di Bice nell’articolo di Don Petronio Zamberlucco.

“Caro Ugolino,

… spero perciò che potrai aiutarmi a risolvere un dubbio che mi è sorto recentemente, andando a sommarsi agli altri di analogo tenore che covo da tempo.

Molte cose sono cambiate nella Chiesa dai tempi in cui frequentavo la mia scuoletta di suore e mi insegnavano, fra le altre cose, che la verginità è un valore assoluto, che i rapporti pre-matrimoniali sono proibiti, che il sacramento del matrimonio è sacro …

L’ultima spallata alla già barcollante opinione che in questi anni sono andata maturando riguardo alla Chiesa di Roma, giunge dalla morte di Pavarotti …

Come mi spieghi che un divorziato (divorziato! che ha piantato in asso moglie e tre figli!) ha la camera ardente nel duomo di Modena (non andava bene il Municipio, per dirne una?) nonché solennissimi funerali in chiesa!!! con tanto di Vescovo e stuolo di sacerdoti a officiare!!

Ma ai divorziati, se risposati e quindi, ai fini della dottrina, conviventi more uxorio, una volta, quand’anche ammessi alle funzioni, non era negata persino la Comunione? O questo valeva e vale soltanto per i poveri bamba, e la Chiesa, come sempre, segue l’onda e compiace i potenti?

     

Ma … e la coerenza? E l’umiltà? Valgono sempre solo per gli altri?

Beh, ti leggerei molto volentieri al proposito, se e quando avrai voglia di rispondere.

Se questa voglia non ce l’hai, non fa nulla, davvero, non è poi così importante.”

 

Ovviamente, cara Carla, le mie sono opinioni strettamente personali, prive di qualsiasi valore dottrinale e men che meno teologico: su questo piano, l’ho già scritto, valgono molto di più le parole di don Petronio.

Incominciamo dalla verginità e dai rapporti pre-matrimoniali.

Ciò che ti hanno insegnato le suore mantiene il suo valore e non è, né potrà mai essere, scalfito nella sua essenza. La stessa cosa vale per il matrimonio cristiano e per ciò che ne deriva.

E allora come si spiega che un Arcivescovo di Santa Romana Chiesa compia la scelta che ti ha tanto turbato e disturbato?

Forse la ragione va ricercata in certi indirizzi, in certe valutazioni operate qualche decennio fa.

Circa mezzo secolo fa, la gerarchia ecclesiastica, con il proposito tanto ingenuo quanto contraddittorio di non smarrire le pecorelle, ha deciso di sbiadire il patrimonio inestimabile di millenovecento anni di Tradizione cristiana e di interpretare il Vangelo in funzione della finalità preor
dinata.

Due Pontefici, Giovanni XXIII e Paolo VI, hanno (rispettivamente) imposto ed adottato questa linea, probabilmente, anzi sicuramente credendo di salvare dal naufragio la barca di Pietro che sembrava affondare proprio per la progressiva diminuzione dei “”fedeli””.

Senza volerlo sbiadirono anche l’episodio evangelico di Gesù dormiente nella tempesta[2] [2] , e così, pur di rivedere le chiese gremite, apersero le porte ai fedeli del Marxismo, nemici e persecutori dichiarati della nostra religione, del nostro credo, concedendo loro un “”ingresso”” a buon mercato, quando non del tutto gratuito.

Come se ciò non bastasse vi fu anche chi, in ambito non solo politico ma anche ecclesiale, ritenne di poter coniugare le due ideologie: due correnti di pensiero drammaticamente e radicalmente opposte: il Marxismo ateo e materialista da un lato ed il Cristianesimo dall’altro. Nacquero così le “mosche cocchiere” altrimenti note con il vezzeggiativo togliattiano di “utili idioti”.

Del resto ancor oggi (anzi, oggi più che mai), il Marxismo dichiara e mette in pratica il suo odio radicale e viscerale nei confronti del Cristianesimo, non cessando peraltro di impiegare a proprio sostegno, quei soggetti sedicenti cattolici, che Togliatti definì per l’appunto “utili idioti”.

Chi avrebbe dovuto stroncare con fermezza una simile aberrazione teologica, avendo l’autorità per farlo, preferì invece esercitare il potere pontificale nei confronti di chi[3] [3] aveva, almeno inizialmente, la sola colpa di difendere i valori ed i principi teologici pre-conciliari e la sopravvivenza di una liturgia che, comunque, fa e farà sempre parte della Tradizione cristiana.

La nuova via intrapresa parve, ad una visione assai miope e con un orizzonte temporale molto limitato, dare i suoi frutti.

Oggi, a distanza di quarant’anni inorridisco e impietrisco nel ravvisare distintamente ciò che già allora, seppur confusamente, mi sembrava di percepire: la Chiesa, la nostra Chiesa, quella che per quasi duemila anni aveva guidato il popolo di Dio, con molti errori, certo, ma con granitica, immutabile fermezza sui principi basilari, stava dilapidando sé stessa, si andava sgretolando, dissolvendo in una specie di melassa[4] [4] confezionata con i frutti guasti della “”comprensione che giustifica sempre tutto””, del “”dialogo ad ogni costo, anche con chi dichiara di volerti annientare””. Quella roba lì, la melassa intendo, oggi è diventata “”buonismo””, “”relativismo etico””, “neo-illuminismo”, “cattolicesimo adulto”, “disfattismo”, “autolesionismo”, “autoflagellazione”, etc. etc.

Ancora oggi vi sono personaggi affiliati alla setta catto-comunista che osano criticare Giovanni Paolo II asserendo la sua presunta incapacità di comprendere «lo scarto esistente tra il marxismo realizzato nei regimi comunisti e le aspirazioni alla giustizia, all’uguaglianza, alla liberazione sociale che, richiamandosi genericamente al pensiero marxista, animavano i diseredati della terra e li spingevano a proclamarsi comunisti.»

Come se il Cristianesimo avesse bisogno di attingere alla sorgente miracolosa del Marxismo per indicare ai fedeli la via del bene comune e della giustizia.

Come se gli strateghi dell’ideologia marxista non avessero una finalità, un obiettivo preciso e predeterminato, ma diffondessero il loro credo unicamente per il bene dell’umanità.

Come se il marxismo realizzato nei regimi comunisti non avesse dimostrato in quale “meraviglioso paradiso” vivessero i suoi sudditi.

Come se il Cristianesimo avesse bisogno del Marxismo e del suo odio di classe.

Mi accorgo che il discorso si fa un po’ troppo lungo, per cui, per non annoiarvi troppo, rimando il seguito e la conclusione a martedì prossimo. Sempre che alla Redazione non dispiaccia.

 



[1] [1] Per differenziarmi adotterò uno pseudonimo diverso da quello che le ha attribuito don Petronio.

[2] [2]  Matteo 8: 23-26 Essendo poi salito su una barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco scatenarsi nel mare una tempesta così violenta che la barca era ricoperta dalle onde; ed egli dormiva. Allora, accostatisi a lui, lo svegliarono dicendo: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». Ed egli disse loro: «Perché avete paura, uomini di poca fede?» Quindi levatosi, sgridò i venti e il mare e si fece una grande bonaccia.

[3] [3] Monsignor Marcel Lefebvre.

[4] [4] Liquido sciropposo e dolciastro che rimane dopo l’estrazione dello zucchero dalla canna. Usato come mangime in zootecnia e, a Cuba, per la produzione del rum cubano.

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