Una piccola donna indifesa

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Discutibile, dato che la verità non ha genere, è l’atteggiamento di difendere le donne… a prescindere. Per attenuare le responsabilità di un madre imputata per la morte della figlioletta, due psicologhe non hanno esitato a falsare i test sulle sue condizioni mentali. Così facendo, tuttavia, hanno infierito con indifferenza su un’altra donna, una piccola donna indifesa, Diana, lasciata morire di stenti a diciotto mesi.

Due psicologhe, che operano nel carcere di San Vittore, sono indagate; avrebbero falsato un test su Alessia Pifferi, sotto processo a Milano con l’accusa di omicidio pluriaggravato nei confronti della figlioletta di 18 mesi, Diana, lasciata morire di stenti, abbandonata in casa da sola per sei giorni, nel luglio del 2022.

Le due psicologhe del carcere di San Vittore, hanno falsato i risultati dei test, redigendo in seguito a ciò una relazione dalla quale  risulterebbe che la donna ha un quoziente intellettivo pari a 40,  assimilabile a quello di una bambina di sette anni.  Il documento evidenziava «la scarsa comprensione delle relazioni di causa ed effetto e delle conseguenze delle proprie azioni» da parte dell’indagata.

La quale, tuttavia, indipendentemente da quanto accaduto, nei precedenti interrogatori, si presentava sicura di sé, sempre lucida, in pieno possesso delle proprie facoltà mentali, razionalmente orientata nel tempo e nello spazio. Per questa vicenda è indagata per falso ideologico anche l’avvocato Alessia Pontenani, legale di Alessia Pifferi.

L’indagine, comunque, si è estesa ad altri episodi similari e sono state acquisite le cartelle di altre quattro detenute. Fra queste, anche un’altra imputata della morte della figlioletta. L’atteggiamento è quello di difendere le donne… a prescindere.

Atteggiamento discutibile, sempre, dato che la verità non ha genere, così come non hanno genere la rettitudine e la professionalità … In ogni caso, per attenuare le responsabilità di un madre imputata per la morte della figlioletta di appena 18 mesi,  due psicologhe non hanno esitato a falsare i test sulle sue condizioni mentali e la legale della donna le ha, ovviamente, dato l’imbeccata, su come comportarsi, su quale atteggiamento  tenere, su come rispondere alle domande del giudice. E, proprio come se fosse una bambina di  sette anni, la Pifferi con vocina contrita, dice  “Non mi  sgridi…”  al giudice che la interroga. Se quest’ultimo modo di agire è “normale”, fra difensore e cliente, non lo è, o almeno, non dovrebbe esserlo, per due figure professionali come le psicologhe di un istituto carcerario.

Figure professionali   dalle quali si deve pretendere la competenza unita alla correttezza nell’agire. Ben lontano da ciò è favorire un’imputata, mostrandola vulnerabile, con grave deficit, solo perché è una donna.  Per il PM Francesco De Tommasi, che ha contestato la relazione predetta, le psicologhe avrebbero manipolato l’indagata, fornendole «una tesi alternativa difensiva» ossia la presenza di una malattia mentale in modo da spianare la via alla richiesta della perizia psichiatrica per accertarne l’imputabilità.

La sola a non avere nessuno che la difenda e la protegga, l’unica abbandonata una volta ancora, è una donnina di appena diciotto mesi, Diana.

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