Un San Silvestro di altri tempi!

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L’ultimo dell’anno sono stato svegliato dai botti di mezzanotte e da qualche telefonico augurale sms. Per me nessuna tragedia non essere stato coinvolto in un veglione di fine anno: non mi coinvolgeva nemmeno in gioventù. Ma in questa recente occasione, costretto, anche dalla sorte, ad un solitario fine/inizio anno mi sono ritrovato nel mezzo di un rincorrersi di ricordi e di varie considerazioni che mi hanno fatto buona compagnia.

Mi sono riapparse immagini di me giovanissimo, al veglione di San Silvestro così come era vissuto dalla civiltà contadina della bassa reggiana, ospite in quei tempi dei nonni materni.

Il nonno, il riconosciuto capo famiglia, prima del cenone (per l’occasione figli, nuore, generi e nipoti rigorosamente tutti presenti a tavola) che aveva inizio attorno alle ore 20 usciva di casa e imbracciando il fucile da caccia con due colpi “uccideva l’anno vecchio”.

 Poi rientrato in casa si recitava il rosario in latino tra le smorfie e le insofferenze di noi giovani nipoti  che esternavamo durante le orazioni nonostante fossimo costantemente seguiti dagli sguardi severi dei nostri rispettivi genitori ma confortati da quelli  ammiccanti di qualcuno degli zii che diversamente dai figli riservavano invece ai nipoti  occhiate di comprensione e di sotterranea complicità.

I nonni materni erano agricoltori e cattolici praticanti. Del resto agli inizi anni cinquanta del secolo scorso nella bassa reggiana non si scherzava: lo schierarsi era come un  imperativo categorico imposto dai tempi. O sceglievi la Chiesa o l’anti clericalismo; o venivi battezzato o sceglievi in seguito il rifiuto dei principali Sacramenti o dei riti che da questi derivavano. Ti sposavi, venivi condotto al cimitero o con il rito “religioso” o con quello “civile” e quelle forti scelte di vita venivano con orgoglio testimoniate da ciascuna delle parti in campo, contemporaneamente causa ed effetto di una spaccatura verticale del tessuto sociale che, come conseguenza, degenerava in una profonda contrapposizione in termini politici.

Non meravigliava quindi che fosse l’austero capofamiglia, chinato con l’ausilio di una sedia , con la corona del rosario in mano, a scandire i Pater, Ave, Gloria…Litanie comprese « Regina  angelorum; Regina profetarum; Regina apostolorum …».

La cena che ne seguiva ripeteva i piatti previsti dalla tradizione vigente i quella famiglia in occasione della vigilia di Natale dove ci si asteneva dal mangiare carne. In compenso capienti zuppiere piene di tortelli di zucca, per i palati più popolari, assieme a tortelli di erbette, per i più raffinati, ripagavano abbondantemente quella mancanza che il giorno dopo sarebbe stata sanata con abbondanza di cappelletti, lessi, arrosti e coniglio in umido…con pane a volontà grazie al forno di casa che lo coceva direttamente senza bisogno di recarsi dal fornaio del paese.

I sapori tra loro contrastanti che emanano i secondi  di pesce conservato, come il capitone e la ventresca di tonno, non erano nulla rispetto al magico rituale che il capo famiglia ci riservava in quelle ricorrenze.

Dopo i primi sorsi di vino proposto dalle donne di casa, regine della dispensa, senza però suscitare ne infamia ne lodi da parte di alcuni dei commensali, il nonno si recava nella sua capiente cantina e ritornava con bottiglie delle quali solo lui conosceva la collocazione.

Quel vino come veniva prudentemente versato riempiva il capiente bicchiere di una abbondante schiuma: gioia di noi nipoti che, in quelle occasioni, avevamo il permesso di assaggiarla perché bere la schiuma del vino da piccoli rendeva più “scaltri”.

La cena terminava con qualche sorso di “Malvasia” dolce che permetteva di gustare l’abbondare di pezzi di torta, di torroni, della tradizionale spongata e di molta frutta secca composta di noci, fichi, castagne, oltre alle arance e ai mandarini. Queste dolci leccornie ci facevano compagnia anche nel lungo dopo cena  dove la tavola rimaneva apparecchiata per la prima colazione  dell’indomani all’alba da parte degli uomini che potevano così usufruire delle portate rimaste intoccate dalla sera prima. Una ghiotta opportunità per i più golosi e meno propensi a comunicarsi durante “la grande Messa delle undici” per il fatto che imponeva ai comunicandi di essere a digiuno dalla mezzanotte.

Solitamente l’arrivo dell’anno nuovo gli uomini lo festeggiavano radunandosi nelle stalle misurandosi in mitici tornei di “briscola” o similia da protrarsi fino all’alba e al cui vincitore toccava un cappone o un’anatra, mentre salami e cotechini venivano destinati ai secondi e ai terzi classificati.

Alle “pie donne” veniva invece lasciato l’impegnativo compito di assistere alla messa di mezzanotte per chiedere una “annata benedetta da Nostro Signore” o di recarsi l’indomani alla prima messa delle otto per poi ritornare presto in cucina per preparare il pranzo di capodanno.

Ai ragazzi e agli adolescenti veniva garantita la non imposizione di andare a dormire presto: un sonno che tuttavia generalmente ci aggrediva prima dello scoccare della mezzanotte complice il tepore di una camera da letto dove in un camino braci ardenti coperte di cenere facevano sentire la loro calda presenza.

Il mitico veglionissimo, con annessi e connessi , da quelle parti, non era ancora stato inventato…e fu così che per la notte di San Silvestro 2011 mi sono ritrovato a festeggiarlo come tanti anni fa…incurante di ciò che poteva accadere altrove, anche in luoghi più fortunati di quello nel quale mi trovavo a soggiornare, consapevole che comunque il nuovo anno sarebbe arrivato con tutte le sue sorprese ed incognite e ciò a prescindere dal dove e dal come lo avessimo accolto. Bei tempi quei tempi? …Altri tempi!

 

D.F.

 

 

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