Un morto che viene di lontano

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Questo articolo di Montanelli, scritto sul finire del luglio 1988, evoca l’efferato assassinio del Commissario capo L. Calabresi perpetrato 16 anni prima, e dà notizia della cattura dei presunti autori del delitto.

 

“Pagine memorabili del giornalismo italiano”

Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.

Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

Questo articolo di Montanelli, scritto sul finire del luglio 1988, evoca l’efferato assassinio del Commissario capo L. Calabresi perpetrato 16 anni prima, e dà notizia della cattura dei presunti autori del delitto.

A.B.

 

Un morto che viene di lontano

 

Ai giovanissimi il nome di Calabresi non dirà nulla. Era un commissario di polizia ai tempi in cui polizia era sinonimo di fascismo. Per cui, quando lo raccolsero cadavere, freddato da due colpi di pistola, lo seppellirono senza chiasso, e senza che nessuno reclamasse giustizia nei confronti degli assassini. Forse qualche indagine fu svolta per identificarli, ma quasi di soppiatto, come se ci se ne vergognasse. Naturale. Correva l’anno ‘72: la giustizia veniva invocata per i morti ammazzati da destra. Per i morti ammazzati da sinistra (e in questo caso non c’era da equivocare), pace.

Ora non sappiamo se la pista imboccata per risalire ai criminali è quella giusta, e l’esperienza c’induce a cautela: di casi Tortora ne basta uno ogni messo secolo, e ne avanza. Siamo sicuri solo di una cosa: che anche se i quattro arrestati sono i veri killer di Calabresi, ne furono solo i killer. Prima che dalle loro pistole, Calabresi fu ucciso da una campagna di stampa, fra le più infami che si siano viste e udite nel nostro Paese. Il linciaggio morale precedette e motivò quello fisico. Egli venne indicato alla furia omicida della eversione rossa come il seviziatore e il responsabile – diretto o indiretto -della morte dell’anarchico Pinelli, precipitato dal quarto piano della Questura, nel corso delle indagini per la strage di piazza Fontana. Non ci poteva essere accusa più falsa di questa. Non solo perché nulla accredita l’ipotesi che Pinelli – un galantuomo certamente innocente — sia stato ucciso o indotto a uccidersi. Ma perché tutto esclude che in ogni caso a spingercelo fosse stato Calabresi, il più mite e corretto (parlo per conoscenza diretta) funzionario della polizia ai Milano, anche perché sorretto da una profonda e rigorosa coscienza religiosa. Eppure fu su di lui che si scatenò l’odio della contestazione sessantottesca. E furono i predicatori di questo odio i veri responsabili della sua morte: colui o coloro che gliela inflissero – siano o non siano i quattro arrestati di ieri – non ne erano che i messaggeri e i manovali.

Questo – si spera – non basterà a salvarli dal castigo, se la loro colpa verrà accertata. Ma nemmeno il castigo, per quanto esemplare, dovrebbe bastare a far dimenticare le nefandezze di quegli anni e la parte che vi svolse quella che Julien Benda avrebbe chiamato la trahison des clercs, il tradimento degl’intellettuali.

Il Giornale – Venerdì 29 luglio 1988

 

Commento

 

Invita saggiamente alla cautela Montanelli, per evitare che si ripeta un altro “caso Tortora”. Ne basta uno ogni mezzo secolo, scrive.

Non può sapere, Montanelli, che in futuro i “casi Tortora” diverranno sempre più frequenti, sempre più scandalosamente numerosi. Per non dire di tutto il resto.

Questo – si spera – non basterà a salvarli dal castigo, se la loro colpa verrà accertata .

Non può sapere che i messaggeri e manovali arrestati il giorno prima saranno dichiarati inequivocabilmente e definitivamente colpevoli dopo un numero spropositato di appelli, contro appelli, appelli cassati e scassati.

Ma nemmeno il castigo, per quanto esemplare, dovrebbe bastare a far dimenticare le nefandezze …

Non può neanche sapere che i signorini, per aver accuratamente premeditato l’omicidio ed avere assassinato volontariamente a tradimento un Commissario di Polizia di anni trentacinque, sposato e padre di famiglia, del tutto innocente, non saranno condannati all’unica pena prevista dal Codice Penale (appellasi ergastolo[1], da intendersi ovviamente come pena detentiva da consumarsi usque ad mortem e non usque ad libitum iudicum[2]), ma otterranno dalla giustizia un “trattamento di favore”; trattamento di favore (forse sarebbe meglio scrivere di “simpatia”, ovviamente nel senso etimologico del termine) che ha ottenuto specularmente per la giustizia un duplice effetto: quello di ingigantire la dimensione dei caratteri di quella scritta grottesca, sovrastante le scranne, che recita: “la legge è uguale per tutti”, e, nel contempo, quello di accrescere ulteriormente la stima che i Cittadini già tributavano in grande misura ai custodi di quella scritta dopo il caso di Enzo Tortora.

Prima che dalle loro pistole, Calabresi fu ucciso da una campagna di stampa, fra le più infami che si siano viste e udite nel nostro Paese .

Anche questo è sacrosantamente vero, però Montanelli evidentemente ancora non può sapere che fra i fautori, fra i primi responsabili di quella campagna di stampa c’erano proprio quei signorini arrestati, e che fu proprio a costoro che si accodarono molti, troppi altri: una mandria con alcune migliaia di capi, fra cui spiccano circa ottocento scribi firmaioli.

Qualcuno fra questi, resosi conto a distanza di tempo dell’abiezione in cui era precipitato, dell’ignominia di cui s’era ammantato apponendo la propria firma su quel rotolo di carta crespata, ebbe il coraggio di ammettere l’errore e di chiedere quantomeno perdono. Ma sono stati pochi, molto pochi, solo qualche unità.

Qualcun altro ha accampato scuse da fantolino, asserendo di aver firmato senza rendersene conto. Ma anche questi meschinetti sono stati una forte minoranza.

Gli altri, tutti gli altri, sono individui con i quali io, del tutto incurante della vernice da intellettualoidi di cui sono imbellettati, per nessun motivo vorrei avere a che fare, come è giusto che sia con i soggetti di quella risma, correi impuniti e impenitenti di un crimine esecrabile, degni, per la loro caparbia riluttanza, solo di sovrano disprezzo, inestinguibile ripugnanza. 

 

 

 

   

 



[2] Fino alla morte e non fino a piacimento dei giudici.

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