Un mondo dominato dall’edonismo non sopporta facilmente la vita della sofferenza

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Eutanasia sì, eutanasia no. Ne parliamo con gli esponenti del movimento per la vita che in poche risposte spiegano le motivazioni per cui la morte indotta non può essere tollerata. E non c’entrano solo le indicazioni religiose perché in questo caso si va ad invadere anche il mondo etico.

Eutanasia che vuol dire ?

 

La parola viene dal greco e significa “”buona morte””. In realtà, al di fuori della prospettiva cristiana (nella quale la morte può anche essere chiamata “”dies natalis””, giorno del parto, cioè il doloroso parto che fa passare dal limitato mondo della realtà fisica allo straordinario mondo dove si vede il volto di Dio e si è accolti dall’abbraccio del Padre) la morte non è mai “”buona””. Anzi è il segno più drammatico e doloroso della condizione umana. Perciò nella prospettiva libertaria e radicaleggiante di quanti domandano la legalizzazione dell’eutanasia la parola fa parte del vocabolario dell’antilingua. Essa vorrebbe gabellare per cosa buona l’omicidio, così come la sigla Ivg vuol far dimenticare lo smembramento di un bambino e l’espressione “”clonazione terapeutica”” vuol far credere che sia un procedimento terapeutico l’uccisione di molti embrioni generati in provetta. Bisogna poi considerare che la parola eutanasia è stata storicamente usata per indicare anche l’uccisione dei bambini deformi, dei malati mentali, degli anziani come tali. In senso più ristretto che è poi quello a cui fanno riferimento le leggi e le proposte di leggi permissive, per eutanasia può intendersi “”l’uccisione indolore, direttamente voluta e medicalmente attuata in malati ritenuti destinati a una vita irrecuperabilmente inutile e sofferente

 

Alcuni dicono d’essere contrari alla eutanasia attiva ma non a quella passiva voi che dite?

 

Il codice penale all’articolo 41 stabilisce che “non impedire un evento che si ha l’obbligo di impedire equivale a cagionarlo”. Perciò il medico il quale di fronte ad un ferito che sta per morire dissanguato non fa una trasfusione di sangue per farlo morire risponde di omicidio come se lo avesse avvelenato facendogli una iniezione. Insomma la distinzione tra eutanasia attiva e eutanasia passiva deve essere respinta.

 

Ma allora perche’ si parla di “”accanimento terapeutico”” e di “”staccare la spina”” ?

 

Il vero problema non è quello di una distinzione tra eutanasia attiva e passiva. come già detto ­ ma quello di stabilire fino a che punto il medico deve continuare le cure. Facciamo l’esempio di un malato con un tumore così diffuso da rendere estremamente improbabile l’esito positivo di un intervento chirurgico. Il medico deve intervenire anche in questo caso? Se lo facesse al solo scopo di poter fare una bella relazione ad un congresso anche se è certo che al 90% il suo paziente morirà sotto i ferri, come lo giudicheremmo? Giova insistere sulla distinzione tra rifiuto dell’accanimento terapeutico ed eutanasia. Entrambi sono da rifiutare. La scelta di dare la morte o l’accettazione della morte non sono affatto la stessa cosa. Il medico può essere definito il servitore della vita. La sua professione è una continua lotta per mantenere la vita il più possibile nella pienezza, ma comunque vita. Questa lotta univoca, senza compromessi e senza ombre, costituisce la nobiltà della professione medica e le attribuisce un senso umano estremamente denso. In fondo è la lotta di ogni singolo essere umano dall’inizio della storia. Ma è una lotta inevitabilmente destinata al fallimento finale. Per ogni uomo, e dunque anche il medico che lo cura, viene il momento della resa in cui bisogna alzare le mani e abbandonare le armi di fronte al nemico. Contro questa umana e ragionevole resa di fronte la morte sta l’accanimento terapeutico. Intendiamoci: l’impegno appassionato e inesausto per la salute e la vita, che non trascura la benché minima possibilità di cura e di allontanamento della morte è altamente meritorio. Ad esso si debbono enormi, e un tempo impensabili, progressi della scienza medica. Semmai è da lamentare che non sempre, non per tutti, non in ogni paese, non in ogni ospedale, non in ogni medico, si riscontri un siffatto impegno. Tuttavia in senso tecnico non appare possibile o perlomeno non appare doveroso (a meno che il paziente personalmente e coscientemente lo richieda) un accanimento terapeutico inteso come l’impiego di interventi fortemente invasivi e spesso umilianti. Quanto all’espressione “”staccare la spina””, che si usa giornalisticamente va detto cheessa sii riferisce alla macchina di rianimazione che pompano il sangue o gonfiano i polmoni. E’ evidente che non ha senso tenere in funzione quando la morte è già avvenuta perché il cervello è morto, ma sarebbe colpevole “”staccare la spina”” quando vi è ancora una pur minima speranza di ripresa di vita autonoma

 

Ma se uno vuole morire, perche’ proibirglielo? non si deve rispettare la liberta’ degli altri

 

Per rispondere in modo efficace si può portare qualche esempio. Supponiamo che un giovane sano, di mente e di corpo (che, dunque, si trova nelle condizioni migliori per esercitare la libertà si butti in un fiume per ammazzarsi e che altra persona coraggiosamente si butti nelle acque e lo salvi portandolo a riva. Possiamo dire che il salvatore ha violato la libertà altrui? Se così fosse egli andrebbe punito per il delitto di violenza privata, se non, addirittura, per sequestro di persona ­ invece, probabilmente, l’amministrazione civica di una medaglia di riconoscimento e di lode a quel salvatore.  Ciò dimostra che non può essere la libertà il valore che giustifica l’eutanasia.

 

Ammettiamo che un malato giunto alla fase terminale della malattia spesso non e’ libero di decidere. ma egli avrebbe potuto dichiarare prima, quando era perfettamente cosciente e magari sano, che la sua libera scelta in caso di grave sofferenza era per lui l’eutanasia. che cosa pensate del cosiddetto “”testamento di vita”” o “”dichiarazione di volonta’ anticipata”” ?

 

Si può usare un argomento pratico: la libertà implica la possibilità di cambiare scelta quanto alle proprie personali decisioni. Ma la morte esclude inequivocabilmente questa possibilità. Dunque essa è contro la libertà. L’esperienza conferma che molti dopo essere stati salvati da un suicidio non lo tentano più e ringraziano chi ha loro impedito di portarlo a conclusione. Molti che si uccidono con veleno cambierebbero idea se qualcuno potesse tirarli fuori dallo stato di incoscienza che precede la morte. Quindi anche ad ammettere la disponibilità del diritto alla vita è perlomeno dubbio che sia valida una manifestazione di volontà lontana nel tempo, non confermata al momento della scelta suprema.

 

Ma se non esiste un problema di liberta’ ammetterete almeno che c’e’ un problema di pieta’ per chi soffre…

 

Il problema non è quello di uccidere, ma quello di eliminare o almeno di ridurre e rendere sopportabile la sofferenza. In primo luogo bisogna capire a quale sofferenza ci riferiamo, se a quella del malato o a quella dei vicini e dei parenti. Un malato grave cambia la vita, le carriere, il lavoro delle persone in vario modo legate al malato. Inoltre un mondo dominato dall’edonismo non sopporta facilmente la vita della sofferenza e della morte. Preliminarmente perciò è giusto chiedersi se la morte del malato non possa talora essere vista come una “”liberazione”” non per il malato, ma per i vicini. 

Inoltre bisogna considerare che chi sente avvicinarsi la morte subisce una sofferenza non solo fisica, ma anche psicologica. Egli avverte la solitudine di trovarsi senza compagnia in un passaggio difficile verso l’ignoto.

 

Per opporsi all’eutanasia ci vuole una legge?

 

Assolutamente no. La legge italiana già considera illeciti (art.5 Cod. Civile) gli atti di disposizione del proprio corpo che ne diminuiscono permanentemente la integrità fisica. Figuriamoci se è possibile consentire alla propria uccisione! Il Codice penale poi, proibisce sia l’omicidio del consenziente sia l’istigazione e l’aiuto al suicidio. In questi reati è già ridotta la pena prevista per l’omicidio e più ancora può essere ridotta se si riconoscono varie ipotizzabili attenuanti sarebbe, quindi, sbagliato sia chiedere una legge per inasprire le pene, sia per diminuirle. E’ giusto chiedere, invece, un impegno maggiore per l’assistenza ai malati, ai morenti e agli anziani. Ma probabilmente per ottenere questo scopo – in se complesso – non c’è bisogno di una specifica legge, ma, piuttosto di un rafforzamento delle risorse finanziarie e delle attenzioni amministrative.

 

 

Non vi pare che gli argomenti contro l’eutanasia siano solo cristiani? Perche’ imporre una visione religiosa a chi non e’ credente?

 

Dire di no agli atti che uccidono non significa affatto imporre qualcosa a qualcuno. Abbiamo già dimostrato rispondendo alla domanda n. 5 che l’eutanasia non si può giustificare in nome della libertà (di vivere o di morire). Non abbiamo usato argomenti religiosi, ma di sola ragione. Ora proviamo ad indicare altri argomenti esclusivame
nte “”laici””. Il più importante è quello che nasce dalla riflessione sui “”passi successivi”” che costituiscono un pericolo minaccioso quando essi non sono qualche cosa di “”essenzialmente nuovo””, di radicalmente diverso, perché le scelte future appaiono già comprese nel passo precedente. “”Se diventasse lecito uccidere per pietà i malati gravissimi, prossimi alla morte, i passi successivi potrebbero diventare, per così dire automatici, proprio perché non sostanzialmente nuovi e diversi: dalla depenalizzazione dell’uccisione dei malati incurabili non terminali, alla depenalizzazione dell’uccisione per pietà dei malati di mente, dei deformi, dei vecchi e via discorrendo”” Stella), facile l’allargamento della breccia aperta nel principio della intangibilità della vita umana.  Che cosa significa “”terminale””? Il tempo è una nozione relativa. Che cosa significa sofferenza? Quella psichica è forse meno importante di quella fisica? Il carico di sofferenza nasce dalla prospettiva di una lunga e dolorosa malattia è forse inferiore a quello di una agonia di poche ore? Se la prospettiva della morte imminente fa sentire al malato ormai inutile la vita che gli resta, che dire dell’handicappato grave che si sente un peso per la famiglia e la società? Da più parti si osserva poi che l’introduzione del principio della eutanasia snaturerebbe la professione medica; renderebbe meno determinato l’impegno per le cure palliative; dà per certe prognosi che talora possono essere erronee, e che diverrebbero irrimediabili; almeno in qualche caso metterebbe il medico e i familiari in condizione di orientare il malato, che da essi è psicologicamente dipendente, a chiedere la fine della vita; introdurrebbe, almeno in certi casi, il sospetto che un clima favorevole all’eutanasia possa essere creato non per far cessare le sofferenze, ma per altre ragioni, magari nobili (come l’esecuzione di un trapianto) o meno nobili, come anticipare una successione ereditaria (si sa bene quanta importanza abbia nel diritto la premorienza di una persona rispetto ad un’altra) o liberarsi della tensione psicologica e dalla sofferenza determinate dalla presenza di un morente che si deve accudire. Questo ultimo non è argomento da poco, anche perché il desiderio di liberarsi di una persona scomoda può essere incosciente, nascosto nelle strutture profonde dell’essere e tuttavia manifestarsi in comportamenti conseguenti. Anche il rischio di una accelerazione della morte, o addirittura di prognosi infauste affrettate, al fine di poter disporre di organi da trapiantare non è teorico. Il settimanale der Spiegel; nell’agosto 1991, ha fatto gravi rivelazioni sul sistematici abusi che nella Germani dell’Est sarebbero stati compiuti in uno dei più importanti ospedali berlinesi controllato dalla polizia Stasi: al fine di procurare valuta o per soddisfare pazienti eccellenti, non si sarebbe esitato ad uccidere vittime di emorragie cerebrali e di gravi infortuni. Naturalmente non sappiamo se tali rivelazioni corrispondono a verità. Anche il rischio di una accelerazione della morte, o addirittura di prognosi infauste affrettate, al fine di poter disporre di organi da trapiantare non è teorico. Il settimanale der Spiegel; nell’agosto 1991, ha fatto gravi rivelazioni sul sistematici abusi che nella Germani dell’Est sarebbero stati compiuti in uno dei più importanti ospedali berlinesi controllato dalla polizia Stasi: al fine di procurare valuta o per soddisfare pazienti eccellenti, non si sarebbe esitato ad uccidere vittime di emorragie cerebrali e di gravi infortuni. Naturalmente non sappiamo se tali rivelazioni corrispondono a verità.

 

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