Un anno senza Paolo Villaggio

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I suoi personaggi sono diventati un fenomeno culturale: il prototipo dell’uomo medio destinato da che mondo è mondo a subire.
Un ritratto di Paolo Villaggio, a un anno dalla scomparsa, la cui maschera ha rischiato sovente d’inflazionare un interprete tra i più originali e rappresentativi.
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Inventariare tutto ciò che Paolo Villaggio ha rappresentato nella storia dello spettacolo e del costume nazionale è impresa da far tremare le vene ai polsi. E alla sua dipartita, inevitabilmente, c’è chi si è diviso tra congedi semplici e commossi e chi non ha resistito a sciorinare sentimenti empatici di assortito ordine e grado, dalle reazioni ai commenti, dalle interpretazioni alle polemiche. Con l’ovvio risultato che tutti, indistintamente e chissà se per l’ultima volta, abbiamo detto ciascuno la propria su una personalità che nel bene e nel male ha lasciato un forte segno nell’immaginario collettivo. Da quasi mezzo secolo il milieu fantozziano è assurto a ritratto-etichetta del Paese, a grottesco simulacro di una realtà che avrebbe avuto tutto il tempo per concretizzare le pieghe di quell’Assurdo – letterario prima, cinematografico poi – e trascendere in esiti sociali e politici che forse neanche Villaggio aveva previsto, prima che le gerarchie aziendali, le poltrone in pelle umana, gli acquari in cui fluttuano gli impiegati assumessero proporzioni mostruosamente reali, al di là di ogni fantasia.

 

Se “corrosiva” è l’aggettivo con cui meglio si potrebbe identificare la sua arte, la sua opera e la sua vis, inappropriate risulterebbero le lacrime. E se negli ultimi tempi la presenza di Villaggio iniziava a farsi ripetizione sempre più bolsa e dolente, sbiadita fotocopia della zampata dirompente con cui il prestigiatore Kranz esplodeva dai boccascena di Quelli della domenica, è sufficiente l’abbondante pletora di lazzi e gag, smorfie e battute, aforismi replicati a oltranza dal piccolo schermo e recitati a menadito dai fan, a dire di una testimonianza unica. Ne fornisce prova lo sgangherato (dis)lessico entrato nell’uso comune (“vadi,” “eschi,” “batti… batti lei!” e via elencando); per tacere dell’appellativo “fantozziano” con cui l’Italia, sbugiardata in anticipo nei propri vizi e nelle proprie contraddizioni, non solo si è riflessa ma addirittura ha elevato a patrimonio culturale: l’altra faccia di quella bandiera umoristica, non meno paradossale, condivisa con gli altri due eponimi della risata, Totò e Albertone. Parafrasando Roy Menarini, invertendo il punto di vista, l’accesa passione protagonista degli ultimi giorni non può non costituire un’eredità importante – l’indelebile segno, anzi – di una cultura e un’identità che l’inestricabilità di talento e pochezza, estro e cialtronaggine con cui Villaggio carpiva (e ribaltava) le dinamiche psicologiche rendeva un tratto distintivo.

 

No, le lacrime non sono davvero la modalità più idonea a salutare un simbolo (eh, sì) quale Villaggio era. Il principale timore sarebbe di cedere al rovescio di quell’universo cattivista e irriverente, e rivalutare le ultime apparizioni: prove senili di una figura messa un po’ da parte da chi l’aveva tripudiato, e ormai segnata dalla vita, atte a rimarcare la fase in cui l’attore genovese – un po’ per paura della vecchiaia, un po’ per voglia di riderci sopra – esorcizzava il trapasso. Su di esse svetta l’inquietante performance del dentista Cagnano in Denti. Ma pure i fasti e nefasti di un’intera esistenza, nel monologo teatrale Delirio di un povero vecchio e nell’autobiografia Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda, suonano come il ribaltamento di un’icona, a modo suo, rivoluzionaria. Nell’irruenza dell’esagitato quanto inetto prestigiatore Kranz troviamo una combinazione geniale di ciò che partorì la rivoluzione teatrale del XX secolo. E figlio di Gogol’ e di Kafka è il pavido impiegato Fracchia, il cui milieu burocratizio, a rischio di confonderlo con quello più noto, era già pronto per sublimare nell’alchimia di ambedue i personaggi e fondersi nella maschera italiana più rappresentativa dell’ultimo mezzo secolo, in cui l’azzeramento di ogni scampolo d’innocenza nel pubblico e nel privato è regola prima di un umorismo imprescindibile, e pure disturbante.

 

Forse ha ragione chi afferma che, per ciascuno di noi, non resta che costruire e motivare l’oggettivo e personale ritratto di ciò che ha rappresentato nella vita, slegato dal clown tragicomico che per riverbero o per premonizione ha denudato l’italiano medio nella propria storica inadeguatezza. Eppure, non si può far a meno di pensare che dietro quella “lavatrice della coscienza sociale” si celasse una personalità timida e schiva, innegabilmente sensibile, la cui debordante fame di successo fungeva da antidoto a una naturale insicurezza. Che di quella sfera-esempio per il Paese ha fatto la propria bandiera e, nel climax consumistico e paratelevisivo di massa, il prigioniero e la parodia (usa e getta come la valanga di cine-panettoni ante litteram che costella la sua filmografia), identificandosi col ruolo, facendo sì che lo spettatore facesse altrettanto e continuasse a farlo. Ciò non tanto perché la tempra scostante lo ha indotto a tenere a distanza la sfera privata dalle lusinghe della vanità, ma più che altro perché il potere della comicità – o meglio, l’autodistruzione della comicità – assurgeva a univoco stratagemma per svergognare gli altri, sublimare sé stesso e la propria creazione alla maniera dei più immortali fool. Ben prima di “Freak” Antoni, Villaggio aveva intuito che in Italia non c’è gusto alcuno ad essere intelligenti, sicché il pubblico medio necessita di un simulacro-spugna per misurarsi con egoismi e meschinità, miserie e codardie, e con un simile doppio farci i conti. Ed è curioso che Fantozzi, sul grande schermo, sia uscito lo stesso anno in cui lo scomodo intellettuale Pasolini veniva assassinato. Né si spiegherebbe altrimenti l’abitudine di Villaggio, negli ultimi tempi, di raccontare del proprio ego (ma fino a quanto vero?) arricchendo gli aneddoti di feroci particolari farseschi, spesso grevi e non sempre irresistibili come prima, per non nutrire riserve sulla sua tempra e rivalutarlo come essere umano lontano dalla persona.

 

Ma pure questo, forse, implica il mito che ci si crea e il parallelo con un universo che, piaccia o no, si fa bigger than life. Al pari (quasi) di un’imponenza wellesiana, Villaggio era (ed è) il detentore di un florilegio di capitoli e parentesi che ognuno è libero d’interpretare e associare come crede. Si potrebbe parlare del sodalizio musicale con l’amico De André, innesco per il suo talento letterario, o dell’esperienza da impiegato all’Italsider, origine di arcinoti organigrammi aziendali. O si potrebbe accennare ai suoi inizi radiofonici, speaker controcorrente per la rubrica Il sabato del Villaggio; o quando lo si scoprì irresistibile entertainer la volta in cui, sul palco per annunciare che il previsto dramma di Dürrenmatt era saltato, trasformò l’annuncio in uno show di successo, da cui – complice l’apporto di un giovane Maurizio Costanzo – sarebbero nate le sue maschere. E le partecipazioni ai Caroselli, al Festival di Sanremo come spalla per Mike Bongiorno, la
sua presenza di beniamino nazional-popolare per la tivù commerciale in un Paese nel frattempo cambiato. Perfino la parentesi politica, quando tenta di candidarsi nelle file di Democrazia Proletaria e del Partito Radicale, e prima ancora del PCI, o la stessa longeva collaborazione per “L’Unità,” allo scopo di ricollocare l’autore (non il personaggio) in un’area, la politica, su cui da sempre insorgono perplessità. Per soprassedere su un privato fatto di difficoltà e rammarico, riconducibili a una personalità il cui genio si scontra con la megalomania, finché la maschera, prevalendo sull’uomo, non ne fa una figura delirante.

 

No, davvero non è con le lacrime che ci si deve congedare da Paolo Villaggio. E se lo spettatore continua, e incessante continuerà a fraintendere, scambiando il ruolo con l’interprete, giusto allora che il fiume in piena di cicalecci mediatici, sospeso tra il reale e l’artefatto, prosegua il suo corso. Senza (voler) capire che anche questo fenomeno è diretta conseguenza di un panorama, che Villaggio aveva già teorizzato e praticato, disperatamente incapace di godere di quei simboli del benessere inseguiti con altrettanta disperata determinazione. Un’attualità in cui, un po’ per gusto cialtronesco e un po’ per solida presa di posizione, redivive il dibattito intorno a Ejzenštejn, il tentativo di chiarire la celebre battuta, la scelta se stare da una parte o dall’altra. E poiché tutti abbiamo il Villaggio in cui meglio rispecchiarci, chi scrive preferisce ricordarlo in una serie d’incontri avvenuti in momenti distinti. Il primo, nel 1998, al teatro Arena del Sole di Bologna dove l’attore – impegnato nel ruolo di Arpagone nell’adattamento di Strehler – si concesse ad un incontro col pubblico. Il secondo a Venezia nel 2000, dove il Nostro figurava nel cast di Denti, in concorso, e il sottoscritto riuscì a strappargli, oltreché l’autografo, i più salaci fuori onda. Il terzo tre anni dopo, di nuovo a Bologna, dove gli era dedicata una piccola retrospettiva: qui Villaggio, già conscia ripetizione di sé stesso, non perse occasione per una tiritera – ormai stucchevole nel suo tentativo di far ridere ancora – sulla “cagata pazzesca”. E sempre a Bologna l’ultimo, nel 2007 al teatro Dehon, in cui l’attore concesse una master class durante una pausa di Serata d’addio; qui gli rivolsi una domanda che affrontava tutto il Villaggio-pensiero, dai modelli narrativi a quelli cinematografici: a proposito dei primi, rimase sorpreso nel sentirsi chiedere del prediletto Céline, scrittore proverbialmente controverso, nichilista e di ben difficile affezione, dal quale discendeva, ancor più che da Gogol’, Dostoevskij, Cechov o Pirandello, lo spirito cattivista e sulfureo che animava Fantozzi. Ricordo la sua grande passione per la recitazione kabuki (I sette samurai era il suo film preferito) e, in fatto di cultura, il famoso aneddoto del poeta russo Evtušenko che, invitatolo a salire su un palco insieme ad altri nomi illustri della letteratura, maldestramente storpiò il suo cognome chiamandolo “Vigliacco”. Sulla realtà, si sa, la vince la leggenda.

 

Chi vuole saperne di più e desidera individuare le origini del genio. Chi si arena su fraintendimenti e opta per la solita etichetta, mal celando la pigrizia di non voler distinguere le due facciate (e anche questo appartiene all’eredità lasciata dal mito). Tuttavia, non si può non pensare, come scriveva Enrico Giacovelli, che il talento dell’interprete, ampiamente dimostrato al cinema, sarebbe potuto evolvere se non fosse stato inflazionato dalla maschera. Pur importante e doveroso, il riconoscimento di Villaggio come volto tragico per Fellini, che ne ha fatto uno dei propri conclusivi feticci onirici, suona come un tardivo omaggio che il discusso Leone d’oro alla carriera, consegnato nel ’92, ha consacrato restituendo all’interprete una seconda, breve giovinezza nel cinema d’autore, al fianco di nomi come Olmi, la Wertmüller, il Monicelli che già l’aveva diretto in Brancaleone alle crociate. E ancora Nichetti, Salvatores, Archibugi (per la quale ha impersonato un televisivo Don Abbondio). Pure, nel corale Camerieri, Leone Pompucci gli regala un ruolo su misura di maître vanesio e arrogante, che millanta improbabili ricordi nella ristorazione al servizio di celebrità, quando invece è un meschino e un fallito. Nel coacervo di titoli trascurabili,  perlopiù rimasticature in camuffa della propria creatura, evidente traspare l’esecrabile pigrizia di un talento che cedeva al cattivo gusto, puntando alla cassetta più che non alla qualità. L’attore, e non l’autore, ebbe invece modo di dar prova del proprio estro nel cinema che contava, prima di abbandonarlo a lungo: a parte le collaborazioni insieme all’amico Gassman, è da menzionare Sistemo l’America e torno, dell’altrettanto dimenticato Nanni Loy, dove impersona un commendatore incaricato d’ingaggiare un promettente cestista americano di colore e convincerlo a trasferirsi in Italia, e dove il tentativo d’ingaggio si trasforma in un increscioso quanto formativo on the road, col protagonista tragicamente coinvolto nelle lotte delle Pantere Nere. A seguire, Beati i ricchi di Salvatore Samperi, in cui è il vigile Augusto; in Non toccare la donna bianca di Marco Ferreri, è un agente della CIA che fa scoppiare la guerra fra Toro Seduto e Custer nel cantiere delle Halles parigine; e ne La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone di Pupi Avati, è il truffaldino pappone Checco. Infine, a fianco del mentore Salce, piace ricordare l’edipico Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, che racconta le vicissitudini e i tardivi turbamenti del trentaduenne “Didino”, alle prese con una madre esageratamente possessiva nei suoi confronti e il cui rapporto, quando il giovane decide di andar via, finisce per essergli fatale.

 

Tutti possiamo identificarci nel Villaggio che più ci aggrada. Provare simpatia, antipatia, o entrambe le cose, fantasticando magari che la sua morte non sia avvenuta. Che è mancato il nome, del quale si ha un ricordo distorto in quanto persona, laddove perdura il mito del personaggio, e in tal caso immaginare la dipartita come in uno dei suoi finali cinematografici. Chi preferisce pensare che Fantozzi sia in Paradiso, o il suo volo dirottato verso il Sa?sara buddista, magari rinviato sulla Terra per mancanza di posti. Chi scrive opta per un duplice trapasso e a salire in cielo sia l’anima volutamente, genuinamente cattiva e all’Inferno, per aritmetico ossimoro, ci finisca il suo doppio scalognato. La maschera e l’interprete, ripensando anche all’epilogo del televisivo Giandomenico Fracchia – Sogni proibiti di uno di noi, in cui Villaggio, fedele al suo stile, riadattava il Walter Mitty di Danny Kaye. Con occhi ugualmente commossi, il Paese dà il proprio estremo, doveroso ringraziamento a qualcuno che forse non si aspettava un simile commiato, e chissà se lo avrebbe gradito; l’emisfero fantozziano continua indomito la propria leggenda. E a noi non resta che cantare come Ombretta Colli: Facciamo finta che / Tutto va ben, tutto va ben…

 

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