Un aborto la legge sull’aborto?

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Fare in modo che nessuna donna debba abortire per ignoranza, difficoltà economiche, retaggi culturali, sociali, religiosi. Dare priorità e valore alla vita che nasce, accettando come già avviene la possibilità di rifiuto da parte dei suoi genitori naturali;  rendere più semplice l’affidamento e l’adozione. 

 


Anche l’Irlanda legalizza, l’aborto rimuovendo il bando costituzionale che durava da 35 anni; la cultura cattolica è ovunque minoranza e la sua morale non è più un patrimonio condiviso; senz’altro l’Europa ha radici cristiane, ma non i suoi fiori.

Dagli anni Sessanta la dicotomia si è manifestata pubblicamente; da molto tempo prima era però nascosta, tanto è vero che in Italia, diversi cattolici, io fra quelli, nel 1981 votarono no all’annullamento della Legge 194 sull’aborto, approvata il 22 maggio 1978, per sconfiggere il lucroso turpe mercato clandestino di mammane e cliniche private che risolvevano gravidanze indesiderate.

Già. Sono passati 40 anni da allora e, per me, solo apparentemente il bilancio è positivo. Gli aborti furono 234.081 nel 1982 e oggi 84.926, ma sono 84.926 di troppo.

Per il divorzio è stato diverso: anche in questo caso la cultura cattolica diventò minoranza, però un matrimonio indissolubile può diventare violenza, accanimento e sofferenza. La separazione divide un cammino sognato insieme e perpetuo, ma ne apre due nuovi. Invece un aborto uccide il nascere di una vita e lascia cicatrici perpetue nel cuore di chi lo subisce, pure volontariamente. Non può esistere un bilancio positivo, se non eliminando totalmente il ricorso all’interruzione di gravidanza.

Ritengo occorra riflettere su come un provvedimento ispirato da motivi di civiltà e di diritti, non abbia saputo affrancarsi del tutto dalle accuse di chi lo avversava come norma contro natura. Allo stesso tempo, la giusta autodeterminazione delle donne confliggeva con l’uso spregiudicato di un tardivo sistema anticoncezionale.

Non è tanto la legge ad essere sbagliata; quando fu approvata era fra le migliori e le più avanzate d’Europa. E’ purtroppo rimasta inapplicata nella parte più importante, relativa ad una cultura e all’educazione alla vita: “Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”. “Stato, regioni ed enti locali devono supportare la donna”.

Facciamo in modo che nessuna donna debba abortire per ignoranza, difficoltà economiche, retaggi culturali, sociali, religiosi. Diamo priorità e valore alla vita che nasce, accettando come già avviene la possibilità di rifiuto da parte dei suoi genitori naturali;  rendiamo più semplice l’affidamento e l’adozione. Mi rendo conto di descrivere un’utopia; lo sarà un  po’ meno se la comunità saprà passare da un ruolo di vietatore a un ruolo di costruttore attraverso politiche attive, se le donne sapranno trovare sempre una porta aperta per accompagnarle in una maternità non voluta o difficile. 

L’unico senso positivo di quel combattuto voto sull’aborto del 1981 è non arrendersi mai, rassegnandosi alla necessità dell’interruzione di gravidanza.

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