Ugolino non è Piccarda

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Ugolino della Gherardesca , anche in virtù (se virtù si può definire) dello stato in cui si trova, non ha nulla da temere, condannato com’è, in Antenora, a rodere il cranio dell’arcivescovo Ruggieri. Né, per certo, si riterrà provocato o presterà attenzione più del dovuto a chi, invece di restare in tema, risponde con farneticanti accuse.

Il metodo usato dalle residue sentinelle del Cominform è, infatti, sempre il medesimo e si avvale del consunto, trito susseguirsi di fasi:

1)     Se non si hanno argomenti per ribattere a ciò che è scritto e documentato, si tirano in ballo altre cose, del passato o del presente, più o meno attinenti, per spostare l’attenzione.

2)     Pur di sostenere la propria tesi ideologica si affermano assurdità e si nega l’evidenza, anche a costo di coprirsi di ridicolo. Ad esempio si dichiara: “nessuno è mai stato favorevole all’aborto”, “nessuno ha mai considerato l’embrione un grumo di cellule”. Oppure: si definiscono “pacifisti” i soggetti del G8 di Genova, di Corso Buenos Aires a Milano, i bierrini, etc. etc.

3)     Se serve si nega o si occulta la verità storica: operazione che viene regolarmente svolta con solerte maestria. Disseppellire dopo trent’anni la colossale fanfaluca circa le donne decedute a seguito degli aborti clandestini ed il loro numero, quale motivo dominante ed essenziale per far approvare la legge omicida, è quanto meno patetico: si trattò di un falso clamoroso, ormai platealmente ammesso anche dalle gentili signore e dai cortesi signori che, a quel tempo, sbandierarono cifre che avevano tre zeri di troppo. Furono “leggermente” falsificate(1) (strano, perché la falsificazione e la mistificazione dei fatti da parte della sinistra sono eventi del tutto inusitati) con signorile eleganza le cifre reali, pur di ottenere l’agognata vittoria. È vero invece che, con disarmante ingenuità e colpevole leggerezza, la maggioranza degli italiani credette loro, senza peraltro rendersi conto che, quand’anche le cifre datele in pasto dalla macchina della propaganda fossero state veritiere, nulla avrebbe potuto, potrebbe, né potrà mai giustificare l’uccisione deliberata di un essere umano innocente. E ciò indipendentemente dal fatto che il “senso comune non consideri un omicidio un aborto consumato nei primi mesi di gravidanza”: una tesi curiosa per non dire risibile. Sarebbe divertente scoprire che ne penserebbero i propugnatori di codeste belle teorie se un giorno il “senso comune” non considerasse più “omicidio” la loro eliminazione fisica, in quanto valutati come bubboni di fastidioso peso per la società ed in quanto stimati come agglomerati subumani di cellule. È già accaduto nei gulag, nelle foibe, nei campi di sterminio, nei confronti degli schiavi.

4)     Quasi sempre poi si passa al discredito dell’avversario, in perfetto stile stalinista.

5)     Lascio quest’ultima fase alla vostra capacità deduttiva.

L’essenziale è negare la vera verità, accreditare sempre la verità del Cominform e non venir mai meno alla linea ideologica del partito.

Tutto ciò, va ribadito perché non vi siano fraintendimenti, lascia Ugolino totalmente indifferente. Le pantegane ed i muridi continueranno ad essere tali, quale che sia l’etichetta che di volta in volta vorranno accreditarsi o il manto sotto cui vorranno occultarsi. Così come l’aborto volontario continuerà ad essere un crimine orrendo, di pari o peggior gravità dell’infanticidio. Oggi, come nel Medioevo, come nell’Antichità, fin dal tempo di Ippocrate.

Il relativismo, il pensiero debole, la deriva etica, il perverso influsso ideologico del materialismo e delle sue derivate, sono le concause generatrici sia del “senso comune che non considera un omicidio un aborto consumato nei primi mesi di gravidanza”, sia della mitridatizzazione della società verso i delitti in genere e verso l’aborto in particolare. Tuttavia, tale assuefazione nulla toglie alla gravità e all’efferatezza del crimine. Semmai prevede una comprensione e un’indulgenza diverse nei confronti di chi lo commette. Ma questo è un piano diverso, del tutto sconosciuto e incomprensibile a chi non è cristiano.

Ugolino non si aspetta, ovviamente, condivisione da parte delle residue sentinelle del Cominform o dalle Alouattinae degli slogan abortisti, né da coloro che, pur di dare credito al loro teorema, considerano l’embrione un “ricciolo di materia”. Egli sa anche che neppure troverà consensi f
ra coloro che sono ormai gioiosamente incamminati sulla via del relativismo etico. De minimis non curat praetor: non se ne cura minimamente.

Quanto alla “truculenza” del linguaggio, Ugolino della Gherardesca (occorre dirlo?) non è Piccarda Donati.

Anzi, per contro, egli crede sia improprio e inopportuno stigmatizzare la crudezza del linguaggio senza avvedersi che altro non è se non lo strumento per descrivere l’ancor più tragica, cruda realtà dei fatti. Ne consegue dunque che i taluni che lamentano tale crudezza, non vogliano guardare in faccia codesta realtà.

Pertanto, invita coloro che sono infastiditi dalla crudezza del linguaggio, ad occuparsi invece un po’ di più della truculenta, sanguinaria violenza dei comportamenti dei sedicenti pacifisti, dei no global, dei disobbedienti, dei bierrini, dei loro fiancheggiatori, etc. etc., insomma di tutta la congerie di soggetti, spesso assassini, che, etichettandosi in vario modo, da oltre quarant’anni è cresciuta abbeverandosi alla fontanella dell’ideologia marxista e che continua ad essere sostenuta e protetta dall’agglomerato della sinistra con indulgente, amorevole comprensione, quando non con diretta connivenza.

Gli “infastiditi” dovrebbero altresì preoccuparsi ancor più dell’orrore che provoca anche un solo aborto. Se non lo avessero ancora fatto, provino ad assistere a “The silent scream”(2): troveranno allora il linguaggio che li turba assai inadeguato rispetto alla bieca efferatezza di quell’obbrobrioso intervento.



(1) Nel 1971 il Psi presentò al Senato una proposta per l’introduzione dell’aborto legale, libero, e gratuito, affermando che vi erano in Italia tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel successivo progetto di legge, sempre socialista, presentato alla Camera il 15/10/’71, il numero degli aborti annui rimaneva stabile, mentre quello delle donne morte per pratiche abortive clandestine saliva, chissà come, a 25.000. Tali cifre venivano riprese come attendibili da tantissimi giornali (“Corriere della sera” del 10/9/’76: da 1,5 a 3 milioni di aborti clandestini l’anno; “Il Giorno” del 7/9/’72: da 3 a 4 milioni l’anno…). Anche sotto la pressione di questi presunti dati nacque la 194, che legalizzò l’aborto. Se le cifre suddette fossero state vere, una volta divenuto lecito e gratuito, l’aborto si sarebbe dovuto diffondere ancor più. Invece nel 1979 quelli legali furono ufficialmente, né 1, né 4 milioni, ma 187.752 (centottantasettemilasettecentocinquantadue!) Quanto poi alle donne morte per pratiche clandestine basterebbe consultare, per esempio, il Compendio Statistico Italiano del 1974: vi si legge che in Italia, nell’intero anno, sono morte, per cause di ogni natura, 9.914 (novemilanovecentoquattordici) donne tra il 14 e i 44 anni, e cioè in età feconda. DaIl Fogliodel 3 febbraio 2005 – Francesco Agnoli e da http://www.forzanuova.org/aborto.htm[1]http://www.ilfoglio.it/downloadpdf.php?id=41805&pass=

 

(2)Il grido silenzioso” – dott. Bernard Nathanson: uno dei fondatori del movimento abortista negli Stati Uniti, dichiaratosi responsabile di 75.000 aborti.

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