Tutto il dolore del mondo in quarantaquattro cuori di mamme

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano”Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

 

Albenga (Savona), 16 luglio 1947. È pomeriggio quando la barca Annamaria , con a bordo ottantadue piccoli ospiti di una colonia marina di Loano, si inabissa a un centinaio di metri dalla riva. Nell’affondamento muoiono quarantatré bambini (un altro spirerà in ospedale) quasi tutti figli di partigiani e reduci, trentotto dei quali provenienti dalla provincia di Milano, tre donne e la figlia di una di queste. L’imbarcazione, che si dirigeva verso l’isola di Gallinara dove la comitiva doveva andare in gita, urta contro un palo di ferro a pelo dell’acqua (palo che avrebbe dovuto sostenere il tubo di scarico delle fogne cittadine). L’urto provoca uno squarcio nello scafo e in pochi secondi l’Annamaria affonda. Alcuni bambini riescono a raggiungere la riva a nuoto, altri vengono tratti in salvo dagli adulti, ma per la maggior parte di loro non c’è nulla da fare.

 

Alberto Broglia

 

Tutto il dolore del mondo in quarantaquattro cuori di mamme

 

La camera ardente di Albenga resterà fra le cose più grandi e spaventose di tutti questi anni e della mia personale vita: la camera ardente e ciò che vi è accaduto nel pomeriggio di oggi.

Ad un certo punto ha perso ogni significato il sapere come i 43 bambini fossero morti, non è importato più né il nome, né i cosiddetti episodi, né gli sforzi per il salvataggio, né di chi potesse essere la colpa. È rimasto unicamente lo spettacolo indicibile del basso stanzone della Croce Bianca, col soffitto imbiancato a calce, lungo le pareti le vetrine con le bandiere del sodalizio e appesi i ritratti di vecchi benefattori. Perché qui la morte aveva allestito una faccenda talmente infernale che tutte le stragi degli anni scorsi, per quanto crudeli e cariche di sangue, risultano al paragone pallidi e quasi grotteschi tentativi.

Ridicolo al paragone il famoso Trionfo della Morte della pittura antica, retorici i campi di battaglia di Napoleone, inutilmente esagerato lo sterminio delle città bombardate dagli aeroplani, perfino Buchenwald e Auschwitz non raggiungono una così sobria potenza. Mai, diciamo, la morte aveva chiuso in un quadro così compatto e inesorabile il suo trionfo.

Chi entrava oggi nell’ambulatorio della Croce Bianca di Albenga sentiva, nel senso letterale della parola, una cosa diaccia e pesantissima entrargli poco più su della bocca dello stomaco dentro al petto. E più guardava, più questa cosa indefinibile faceva forza dentro di lui. Non serve dire: 43 anime tenerissime volate in un sol colpo al Creatore; non serve pensare a diecine e diecine di famiglie spezzate all’improvviso da un telegramma o dalla tremebonda ambasciata d’un messo comunale; le parole non servono a niente.

Bisognava vedere quei 43 piccolissimi uomini allineati su un unico pancone, poi a destra quelle quattro donne, unite a loro da un bizzarro destino, distese su un pancone separato, quasi fossero delle intruse. È evidente che su queste povere donne la morte non faceva assegnamento nel suo calcolo di catastrofe, che le ha portate via perché non poteva farne a meno e che le erano del tutto superflue. Bisognava vedere – e bastava un baleno d’occhiata – quello schieramento di testine ceree, di manine ugualmente raccolte sul petto, di gambette esili, di piccoli piedi abbandonati in un immobile sonno. Bisognava vedere come si assomigliavano in modo allucinante le 43 faccine, non impaurite, non doloranti, bensì dolcemente attonite e, in certo modo, rassegnate. Fra le mani ciascuno teneva con delicatezza una immagine sacra e un fiore, le palpebre erano attaccate appena appena. Senza nessuna retorica erano tutti belli ed estremamente gentili. «Tante bambole, sembrano» disse uno. Quarantatré bambole con dentro chiuso in ciascuna il vasto mistero della morte.

Un Gesù in croce abbandonato al peso del corpo e con le braccia tese in su in modo spasmodico era posto sopra l’immenso capezzale dei 43 innocenti. E anche lui, sebbene ciò sia assurdo, sembrava non capire il perché. La gente di Albenga sfilava silenziosamente davanti; negli interstizi tra bimbo e bimbo crescevano i fiori e cresceva il loro inequivocabile profumo. Fuori risplendeva il sole e suonavano i clackson dei viandanti spensierati. E le 43 faccine diventavano sempre più di cera, si facevano sempre più diafane e perfette e il Cristo pareva sempre più allungarsi nello spasimo della crocifissione e piegava desolatamente la testa da un lato, perché, assurdo o no che fosse, neppure lui riusciva a capire.

Così quella cosa
diaccia e pesante entrava come una trave di ferro nel petto di coloro che guardavano. Così le frasi che di regola sono giudicate false e sciocche diventavano rigorosamente vere; ad Albenga, diremo per puro dovere di cronisti, si era concentrato, nel pieno della serenità, tutto il dolore del mondo e si spezzavano cuori rimasti fino a stamane di pietra.

Ma la morte, com’è evidente, non era ancora contenta, e desiderava sfruttare, per così dire, ancora di più il suo abominevole capolavoro. E Cristo e gli uomini evidentemente non avevano sofferto abbastanza. Perciò alle ore 15, nella piazza di Albenga, arrivò il primo autobus proveniente da Milano con a bordo circa quaranta persone adulte: le madri, i padri, i nonni e gli zii dei bambini che erano morti. Nella piazza battuta dal sole la gente formò per istinto una specie di corridoio come nella scena famosa del massacro spagnolo di Hemingway. E con sguardi di terrore, al pensiero di quanto sarebbe successo, la gente vide avanzare il gruppo.

Trattenuta da due parenti, venne avanti per prima precipitando, una donna giovane e grassa. Teneva la faccia rivolta al cielo, una mano aggrappata ai capelli come Niobe. Parole sconnesse che non si riusciva a capire uscivano dalla sua bocca con crescente precipitazione, mentre si avvicinava all’ingresso della camera ardente. Ma un uomo magro e pallido, sui trent’anni, improvvisamente la sopravanzò ululando, le mani tese in avanti, e irruppe nella sala.

Dio, fa’ per misericordia che non si ripeta mai più l’orrore senza nome del 17 luglio ad Albenga. Una madre nella camera ardente non vedeva il suo figlioletto morto: ma lo vedeva morto quarantatré volte nello stesso istante, quarantatré volte nello stesso istante strappato via dalle sue viscere. I suoi sguardi impazziti cominciavano poi a ondeggiare qua e là cercando. Poi il sangue chiamava e lei si gettava sul misero bimbo di cera, ormai così lontano, baciandolo e accarezzandolo con atroce tenerezza e mettendogli a posto la vestina e stringendogli piano le mani. Finché un barlume di verità si faceva in lei e la rivolta esplodeva con grida da agghiacciare il sangue. Ogni madre e ogni padre che entrava era lo stesso.

Si formò nella sala un vortice di atrocissimo dolore umano. Non avevo mai immaginato che il cuore potesse essere così fatalmente sconvolto dalla sofferenza del prossimo. Tutti, non esagero, piangevano senza ritegno. «Oh, oh, Giorgio mio» si sentiva urlare. «Oh, mamma… il mio Alberto, oh che morte gli hanno fatto fare!… Oh, Signore, dammi la grazia» invocava un’altra coprendo di baci i piedini del suo bimbo.

Mamme si dibattevano lanciando insensate invettive come travolte dalla pazzia. Mamme ingannate da false segnalazioni non trovavano il figlio creduto morto e a poco a poco nella faccia sconvolta si apriva come una luce di speranza. Mamme si slanciavano sulla loro creatura irrigidita gridando di felicità: «È vivo, è vivo!». Mamme uscivano correndo nella piazza come folli lanciando degli evviva fra un singhiozzo e l’altro.

Era finalmente soddisfatta la morte? Era questo che desiderava?

Per tre volte nel pomeriggio si ripeté l’assalto – bisogna proprio dire così – delle madri, e dei padri ai cerei simulacri delle loro creature. La morte di un bambino è sempre una incomprensibile tragedia. Oggi ad Albenga di queste tragedie ne esplodevano sei o sette contemporaneamente in pochissimi metri quadrati; e non si poteva resistere. Il volto rigato di lagrime, il sindaco Greppi, smarrito, si aggirava da uno strazio all’altro anche lui sbalordito da tanto orrore. Il vescovo, i sacerdoti, le infermiere, gli infermieri della Croce Bianca, uomini e donne del popolo tentavano di ridurre la disperazione dei poveretti. Ma che consolazione potevano offrire?

Poi da Roma giunse in volo Parri, delegato dall’Ufficio dell’Assistenza postbellica, da cui dipende la sfortunata colonia, e anche nel suo petto vedemmo sprofondare quella cosa diaccia e pesante come metallo, tanto la sua faccia si fece terrea.

Intanto, dimenticate da tutti, in disparte, le quattro donne dormivano sul loro bancone riservato. Non un cane sembrava occuparsi di loro (sono state riconosciute per Paola Conte, vedova Tonoli di 64 anni, da Maredria, Mantova, Francesca Piccolini, Maria Moro e la figlia Giuseppina di undici anni, tutte e tre da Caravaggio).

Soprattutto terribile mi sembrò un padre. Guidato come un automa da un infermiere ritrovò quasi subito il suo bimbo. Era un signore sui trent’anni vestito correttamente di grigio, dal volto nobile e in certo senso avventuroso.

Veniva da solo. L’infermiere presto lo lasciò richiamato da altre scene miserande. E lui non disse una parola, non ebbe un sospiro o una lagrima, lo vidi anzi a poco a poco diventare di pietra. Fissava con avida intensità il figlio nato inutilmente da lui e mi parve di leggere nella sua faccia un rimorso cupo, senza rimedio, quasi che tra l’uomo e il bimbo ci fosse stato un lungo e meschino malinteso. Avrei giurato che lui chissà per quali mediocri motivi non avesse mai sentito il bisogno di tenerselo vicino e che ora invece capisse di avere sbagliato l’intera vita; ma era troppo tardi e il malinteso continuerà in eterno e l’ingiustizia brucerà dentro di lui per anni ed anni. Gli altri ululavano, si torcevano le mani, piombavano in ginocchio pregando o maledicendo. Il taciturno signore, immobile come una statua, faceva più paura di tutti.

Nel frattempo il mare, di un meraviglioso colore violetto, continuava a lambire placidamente l’estremità dell’albero dell’Annamaria, la tragica motobarca sprofondata a poco più di cento metri dalla riva. Un pon
tone con gru e una motovedetta della marina manovravano per sollevare il relitto. E un palombaro calatosi nel fondale di appena quattro metri riscontrava nello scafo dell’imbarcazione uno squarcio di quaranta centimetri per cinquanta. A che serve ormai? Veniva fatto di dire pensando all’irreparabile conto dei morti.

Eppure è anche giusto stabilire le colpe, se colpe ci sono. Ha responsabilità, per esempio, il dott. Armando Ducci, direttore del preventorio colonia Fondazione Solidarietà Nazionale, per avere lasciato andare in gita gli ottantuno bambini senza prendere le necessarie precauzioni e che è stato fermato? Parri ha fatto presente l’eventuale opportunità di liberarlo, tenuto conto dell’ausilio che egli potrebbe offrire ai bimbi superstiti. Il colonnello dei carabinieri e il procuratore della Repubblica che conducono l’inchiesta hanno però confermato il fermo.

Hanno colpa i barcaioli, fratelli Podestà, pure fermati e che sembra non avessero l’autorizzazione legale a noleggiare la loro imbarcazione?

Ha responsabilità, per caso, la Capitaneria del Porto o la Delegazione di spiaggia per non avere eliminato in acque così battute il palo che fu causa della catastrofe? E all’Ufficio tecnico municipale, sempre per via di questo maledetto palo messo a sostegno della fognatura, non si deve imputare nulla?

Un ingegnere di quest’Ufficio ha fatto presente che il palo stesso prima della guerra sporgeva dal mare come di dovere, ma che qualche razziatore di ferro l’aveva tranciato tempo fa sotto il livello dell’acqua. Ma perché, si può allora rispondere, l’Ufficio non aveva pensato a segnalare l’insidia? Certo il motivo della tragedia fu il palo; su questo non c’è alcun dubbio. Spetta ora all’autorità stabilire se ci furono e di chi furono le negligenze. Il Ministero dell’Interno, su richiesta dello stesso presidente della Fondazione di solidarietà nazionale, on. Parri, ha disposto che sia effettuata una severa inchiesta dandone incarico al viceprefetto Arnaldo Adami della direzione generale dell’Assistenza postbellica. Il dott. Adami è già sul posto, Parri ha destinato alle famiglie delle vittime tre milioni e la signora Eva Peron , prima di lasciare l’Italia, ha inviato la somma di un milione di lire.

Questa sera, mentre il padre stava per arrivare in autobus da Milano, il bimbo Antonio Oliva, dopo avere lottato con le sue flebili forze contro l’onnipotente morte, si è spento all’ospedale. Il papà lo ha potuto stringere che era ancora tiepido di vita. Gli altri bimbi superstiti del naufragio sono intanto quasi tutti fuori pericolo. In ottime condizioni le tre assistenti, il bagnino e i due barcaioli finiti anch’essi in acqua. I quarantatré, anzi da stasera i quarantaquattro morticini, verranno chiusi nelle casse domani a mezzogiorno. Alle 17.30 saranno trasportati nella cattedrale per l’ultimo solenne commiato. Alle 19.30 partiranno in treno alla volta di Milano. Un bimbo però sarà sepolto a Loano e cinque altri verranno lasciati a Pavia perché in questa provincia vivono le loro famiglie. Sabato mattina Milano vedrà l’inverosimile sfilata delle rimanenti trentotto minuscole bare.

 

 

Dino Buzzati

 

 

«Il Nuovo Corriere della Sera», 18 luglio 1947

 

Sia questo, sia il prossimo articolo sono stati reperiti grazie alla cortese disponibilità dei responsabili del sito EmerotecaItaliana, Cesare e Pietro Spinelli. “EmerotecaItaliana – Rerum conoscere causas”, grazie al loro impegno, è un sito destinato a divenire un patrimonio storico e culturale di grande valore.

 

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Dino, non fare storie …

Sono arrivate le mamme

 

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