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L’accoglienza a chi ci pare: ci sciacquiamo la bocca con parole di pace, ma non il cuore, pronti ad aiutare giustamente gli Ucraini pestando le vite e le speranze di altri profughi

 


Oggi mi limito a sintetizzare alcune righe di un articolo apparso sull’Avvenire che racconta della zona rossa al confine dimenticato tra Polonia e Bielorussia, un’altra frontiera di orrori e violenze più a Nord di quella con l’Ucraina, attraverso la quale provano a passare profughi siriani e curdi, afghani, yemeniti e africani in fuga da guerre e persecuzioni.

Ci sciacquiamo la bocca con parole di pace, ma non il cuore, pronti ad aiutare giustamente gli Ucraini pestando le vite e le speranze di altri profughi.

“Li aveva invitati la Bielorussia, concedendo visti turistici con passaggi in autobus verso il confine polacco per mettere in difficoltà l’Ue lo scorso autunno. A loro si sono uniti nelle ultime settimane gli stranieri in fuga da Mosca. Prigionieri nella terra di nessuno davanti al filo spinato”.

«Sono rimasta bloccata tra il confine tra Polonia e Bielorussia. Se andiamo a destra o a sinistra, lasciano andare i cani e ci picchiano. Non mangiamo da quasi cinque giorni e siamo anche senz’acqua. Siamo in sei, due donne e quattro uomini. Stiamo cercando di arrivare in Polonia ma non ci fanno entrare. Siamo minacciati di morte in Bielorussia. Non si torna indietro».

“Circolano sulle pagine social di giornalisti curdi video di cadaveri di donne nude al confine lituano. Molti profughi raccontano di sparizioni di donne e bambini, su tutto aleggia lo spettro del traffico di organi. Nella notte tra sabato e domenica scorsi sono morte due persone. Uno era un giovane camerunense sbranato dai cani liberati dai doganieri bielorussi, L’altro, siriano, è morto annegato in un fiume in cui era stato costretto a entrare”.

«Alla fine di dicembre, poco dopo Natale una donna irachena ha partorito in mezzo alle barbe del filo spinato. Me lo ha riferito un testimone. Lei e il bambino sono stati lasciati morire al freddo, nessuno è potuto intervenire».

Dall’altra parte le guardie polacche respingono famiglie con bambini piccoli. La mattina di domenica 13 marzo tre famiglie curde irachene sono state respinte in Bielorussia. Con loro un bimbo di tre anni. Zosia non riesce a scordare quattro curdi, padre e madre con due bambini di cui uno autistico rimasti 14 giorni alla frontiera e quasi morti di fame e freddo. «Volevano solo raggiungere l’Ue per curare il figlio».

I profughi che possono permetterselo pagano un trafficante, nome in codice Mustafà, munito di molti passaporti, che in diverse case della capitale bielorussa Minsk e alla frontiera organizza viaggi a tappe. Ma chi finisce i soldi viene picchiato e torturato in diretta telefonica come nelle galere libiche per estorcere soldi ai parenti. Alcuni suoi prigionieri sono spariti.

Diverse centinaia di profughi rimasti in Bielorussia per sopravvivere all’inverno erano stati portati nella base logistica accanto alla dogana di Bruzgi, senza acqua e riscaldamento. Al 95% sono curdi iracheni ammassati in tende. I kapò bielorussi non esitano a stuprare le donne anche davanti ai mariti”.

 

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