Tornando a casa: Nebraska

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Il film che Alexander Payne dedica al proprio luogo di nascita, un vero affresco…dai casali alle chiese, dai paesaggi di campagna  ai grandi spazi fordiani,  alla natura selvaggia, sino ad abitazioni e a negozi di città che riecheggiano le atmosfere Fifties.

 

Non è più tempo di eroi. Ancor meno di antieroi. Conseguentemente, figurarsi, di un cinema che sembrava sorpassato (già) una ventina d’anni fa. In un decennio in cui titoli come Buon compleanno Mr. Grape di Lasse Hallström o Affliction di Paul Schrader, che da quel cinema discendono (e in un certo senso tentano di emularlo), si trovavano a far i conti, in termini di pubblico e di cifre, con blockbuster che avviavano l’industria cinematografica verso una nuova era. Un misterioso black hole, probabilmente enigmatico ma certo più progredito di quello teorizzato da apologhi fantascientifici, in seguito diventati cult, tesi alla loro uscita a porre lo spettatore in allarme.

Di fronte a un prodotto quale Nebraska, lo spettatore odierno – perlopiù assuefatto da tecnologie e derivati – ovviamente si troverebbe impreparato. Non lo spettatore cresciuto a pane e New Hollywood, che lungo gli innumerevoli itinerari di frontiera, veduti e riveduti nei capolavori e nelle pellicole-simbolo (on the road e non solo) di tale periodo, coglie iconografie ed elementi, topoi e stilemi assunti a luoghi canonici di una piccola grande toponomastica. Quella classica degli Stati del Sud, che discende dalla grande narrativa e, prim’ancora, da più antiche radici culturali. Il tutto metabolizzato, a cavallo tra la metà dei Sessanta-Settanta, dalla componente artistica dell’iperrealismo – l’ultima, forse, realmente importante.

Nell’opera che Alexander Payne dedica al proprio luogo di nascita – la seconda dopo A proposito di Schmidt, realizzato poco più d’una decina d’anni prima – si ritrova un po’ di tutto questo: dai casali alle chiese, dai paesaggi di campagna abitati dalle mandrie alle trivelle, dai grandi spazi fordiani alla natura selvaggia, sino ad abitazioni e a negozi di città che riecheggiano le atmosfere Fifties. Bene lo sapeva il Malick degli inizi, prima d’incappare in una china ermetico-esistenziale che, stando alle ultime prove, rischia ora di apparire pericolosa anche ai propri più stretti aficionados. Non meno importante, in Nebraska, c’è Hopper quale imprescindibile modello intertestuale nella fotografia di Phedon Papamichael, magnificamente resa da un bianco e nero volto a suggerire come il tempo, perfino in un Duemila inoltrato, si sia arenato per certa (vecchia) America. E con esso gli abitanti, come le abitudini, gli egoismi, le avidità di costoro. Quando non risiede nello squallore di qualche karaoke in una tavola calda, mentre un’obesa ragazza intona la languida Time After Time, il solo svago, nella propria monotonia, è sedersi in salotto davanti a un apparecchio tivù, qua e là smozzicando (e ripetendo) frasi e parole sconnesse di un discorso sempre uguale.

Qualsiasi riferimento cinefilo è ben accolto, in un film come Nebraska. Sembrerebbe, anzi, appositamente studiato, benché non sia (tanto) da ricercare in Jim Jarmusch, cui talvolta Payne s’ispira, e nemmeno in Wenders. A parlare, però, sono i personaggi al centro della vicenda. Più di qualunque altra presente, a parlare è la figura di Woody Grant. Un indomabile (inde)fesso, fuori posto e fuori luogo. Un potenziale Cable Hogue minato dall’arteriosclerosi, il cui tempo è scaduto una trentina-quarantina d’anni prima. Eppure, nonostante ex alcolista e malato di Alzheimer, non così arrendevole e deficitario da rinunciare al proprio prefissato proposito, che sin dall’immagine in apertura lo immortala in profondità di campo, intento ad attraversare una highway del Montana (dove abita insieme all’anziana moglie) per raggiungere il luogo del titolo, e qui riscuotere una presunta vincita in denaro suggerita da una lettera. Lettera che, invero, è il McGuffin dell’intreccio, ché ognuno, a cominciare dal protagonista, bene sa trattarsi d’una trovata pubblicitaria. Nient’altro che una truffa, nella quale molti – i vecchi, nella fattispecie – abboccano all’amo in un paese non (più) loro.

Woody è un indomabile: un dropout ancora vivo, per quanto acciaccato e con tutti i problemi che l’età, e prim’ancora la generazione cui appartiene, gli offrono quale salato conto (al figlio, che si offre di accompagnarlo nella propria bizzarra avventura, dice di averlo messo al mondo per contentare la coniuge, e perché gli piaceva “scopare”). Non arretra di fronte ad alcun ostacolo pur di coronare quel sogno, la cui motivazione – si scopre – cela un significato profondo quanto inatteso. Le amarezze di quest’utopia si apparentano a quelle d’una recente pellicola romena, Medalia de onoare di Calin Peter Netzer, dove un pensionato si ritrovava inaspettatamente circondato da parenti e amici per un’onorificenza della quale non era lui il beneficiario. Anche in Nebraska, come nella miglior tradizione della commedia al vetriolo, il parentado accoglie Woody come un eroe, prima di approfittarsi della presunta vincita con tutti i mezzi illeciti possibili e scoprire che… carta canta. Mentre i supposti amici, che prima idolatravano il Nostro come non gli era mai capitato, tosto riconducono un potenziale mito a un’usuale condizione di anonimato e di mediocrità. E il volto di un imbolsito Stacy Keach – il pugile malinconico e disilluso, uscito da una pagina di Hemingway, per il John Huston di Fat City – è adesso l’incarnazione di una small town perfettamente integrata con l’avidità e la corruzione dell’era moderna.

Personaggio il cui nome anagrafico è permeato di miticità (immediato quanto prevedibile l’accostamento al leggendario padre della folk music americana), nella misura in cui Nebraska è anche il titolo di un celebre disco di Bruce Springsteen, Woody è un altro re dei giardini di Marvin, egli stesso conscio che il presunto sogno – ridotto a un foglio di carta senza alcun valore – non conoscerà coronamento. Nel cult firmato Bob Rafelson l’utopia risiedeva in una Atlantic City che si ambiva a trasformare, più a parole che a fatti, in una neo-Eldorado il cui artefice, Jason, finiva schiacciato dal peso degli eventi, pagando con la vita lo scotto di un’ambizione troppo fuori dagli schemi. Non essendo disposto ad ammetterlo nemmeno a sé stesso, Jason in primis era consapevole di tale impossibilità. Se il cerchio si chiude ancora una volta, è perché a prestare corpo e fisionomia al plurisettantenne Woody è Bruce Dern in un ruolo in origine pensato per l’amico Jack Nicholson (l’altro indimenticabile protagonista di Marvin, in tarda età interprete per Payne in A proposito di Schmidt).

In una parte che sarebbe calzata a pennello per il Paul Newman senile de La vita a modo mio, titolo che pure ruotava su un difficile rapporto padre-figlio, Dern svela tratti di una personalità un tempo cinica e sfrontata, e ora tenera e patetica, ma capace di scherzare e giocare con chi gli sta intorno come le figure eponime del miglior cinema americano libertario, e rivelando più d’una sorpresa sullo sfondo di una realtà che persevera su binari uniformi e rettilinei. Viene da fare il paragone con un altro film indipendente, La famiglia Savage di Tamara Jenkins: qui, tuttavia, era un rapporto fratello-sorella ad articolarsi nella comune decisione d’internare il genitore in una casa di riposo. In Nebraska il confronto paterno-filiale è la ricerca di un tempo (e di un amore, e di un cinema) perduto, con una falsa missiva a fungere da madeleine: nella scena in cui l’anziana coppia, in compagnia del loro secondogenito, fanno visita alle tombe dei parenti di lei, la mente torna a Un uomo da marciapiede e al segmento in cui Ratso-Dustin Hoffman si abbandonava all
e lacrime davanti alla lapide del padre. E un brivido scorre tra le mura cadenti della disabitata tenuta dove Woody ha vissuto gli anni d’infanzia, che l’uomo racconta con tono ineludibilmente coinvolto. Lo sguardo del protagonista fuori da una finestra è rivolto a un mondo che non ha (più) ragion d’essere, se mai l’ha avuta.

Si può rimproverare a Payne ripetitività in temi e stilemi. Di essere un artigiano sopravvalutato o solo furbo. Ma s’è vero che un certo cinema, invecchiato e démodé, non si può né si sa più fare, innegabili all’autore di Nebraska sono onestà e amore per “quel” cinema, che dal più volte citato Schmidt, passando per Sideways – In viaggio con Jack, inarrestabile prosegue il proprio itinerario alla ricerca di un’altra possibile “poetica della nostalgia” (parafrasando l’espressione coniata da Franco La Polla in un suo celebre saggio). Un cinema intriso di personaggi, situazioni, verità psicologiche, che, se in qualche caso riesce ancora a stupire, un po’ si deve anche al regista di Paradiso amaro.

Come un novello Bogdanovich, il cui Paper Moon – opera in bianco e nero, vedi caso – terminava lungo un sentiero di campagna. E su una strada di campagna si conclude Nebraska, memore, inoltre, dell’epilogo di Una calibro 20 per lo specialista di Michael Cimino. Là, il premio non garantiva felicità né rosee aspettative per l’unico superstite. Qui un misero premio di consolazione (una beffarda visiera) si trasla nel dono di un figlio al genitore: quello che il secondo confessava di voler garantire al primo – e il ricordo va ai rodeo men Bonner di uno dei migliori Peckinpah. Dono per la riscoperta di un sentimento e un valore che tutti, rappacificati da un riavvicinamento magari involontario, avevano rimosso. Sia pure per scarni istanti, il sogno si concretizza. Woody può godere di quell’effimera aura di gloria da sempre agognata e mai conseguita: alla guida di un furgone, provvisto di compressore nel cofano-baule, può permettersi di girare strade, sentieri, viadotti, elevato finalmente a eroe per i conoscenti. E per un antico amore.

E se stringe il cuore rivedere il logo della Paramount nella propria versione classica, qualche anno fa ridotta ad un insignificante mucchietto di sabbia da un certo Steven Spielberg, la magia del contesto consente di (ri)credere al cinema da cui Nebraska discende come a un vecchio valore, o a un antico proverbio. Agli spettatori dei posteri, la preziosa sentenza.

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