Tipologie berlusconiane in cerca d’autore: “Il caimano” di Nanni Moretti

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Il nuovo film di Nanni Moretti non prende di petto la figura berlusconiana in sé, niente affatto, quanto piuttosto un’Itali(ett)a populista ormai profondamente demotivata, se non privata della fiducia – se mai c’è stata – in quei velleitari idoli catodici appoggiati, in realtà, senza sapere a quale santo votarsi. Un paese così sfiduciato da non aver più non tanto il coraggio di tornare a un’ipotetica militanza, quanto la forza dell’indiretta ribellione a un Sistema dalle polveri bagnate, ma del quale, benché sfiduciato, il borghese piccolo piccolo nuovo tipo – di cui il regista in crisi Bruno Bonomo-Silvio Orlando offre un eclatante ritratto – non può fare a meno, giacché simbolo di un patetismo unanimemente condiviso.

E così, l’apologo vero e proprio è la radiografia di un popolo-struzzo costretto a leccarsi le ferite, cui non è più consentito sguazzare nell’indifferenza o nel dolente rimpianto di un miracolo italiano mai avvenuto, ma per la cui realizzazione c’è ancora chi spera. Invano. Poco importa che in una scena Moretti in persona, seppur ragionevolmente, affermi quel che dicono in tanti: che senso ha parlarne ancora, sono cose dette e ridette, chi sa sa e chi non sa non ne vuole sapere.

Il caimano gioca la carta della dicotomia realtà/finzione, inaugurandosi con una pellicola sulla rivoluzione maoista e concludendosi con un altro film, ch’è poi il tormentato progetto sull’attuale presidente del Consiglio sul quale ruota l’intero assunto. Progetto così sofferto e scomodo che quanti vi sono interessati, all’ultimo momento preferiscono tirarsi indietro, e c’è chi si nasconde dietro i ricordi della gloriosa sinistra anni Settanta (quell’“amico Gian Maria” in più occasioni ripreso dal bravo Michele Placido, da Bonomo chiamato a interpretare il presidente del Consiglio).

Il caimano sembra proseguire un discorso di meta-cinema tenuto a battesimo dall’autore venticinque anni prima con Sogni d’oro (di cui Nanni rispolvera, non a caso, uno degli interpreti, l’amico critico Tatti Sanguineti), nel quale stavolta s’intrecciano la vita privata dissestata di Bonomo, le scene del film che va a monte, i pezzi documentari più squallidamente celebri del personaggio Berlusconi (tra esse, la famigerata figuraccia in una seduta del Parlamento Europeo). Il privato di Bonomo si amalgama incessante con le visioni che del film sull’attuale premier il regista ha in mente. Senza trascurare che l’idea del cineasta desideroso di fare il film su Cristoforo Colombo, prima di concentrarsi sul succitato progetto, riporta al Moretti di un’altra opera politica, Aprile, il quale, trepidante all’idea di girare il sospirato film sul pasticcere troszkista, lo abbandonava a causa d’una crisi creativa per poi portarlo a compimento nell’epilogo. E l’attore scelto per il ruolo era sempre il fido Orlando, ora lui stesso, ne Il caimano, regista protagonista. Il gioco continua, le scatole cinesi si moltiplicano: ma Il caimano è esso stesso una scatola cinese, una matrijoska colma di visioni e premonizioni, sogni a occhi aperti, set cinematografici immaginati e, quando allestiti, scippati da qualcun altro, film interrotti e poi ripresi. Di film sul film nel film, insomma, secondo uno schema pirandelliano al cui centro sono tante tipologie berlusconiane (ottima quella di allegra volgarità da spettacolo televisivo che ne offre il regista e interprete teatrale Elio De Capitani), in cerca d’un autore a sua volta in cerca di riscatto.

Di più: Il caimano approfondisce gli sviluppi del pamphlet iperbolico e sarcastico alla Elio Petri assembrandoli ai pattern di un’altra opera, del cui soggetto Moretti era autore e produttore, oltreché interprete: quel Portaborse che tanto fece discutere alla sua uscita da essere rifiutato dalla prima emittente televisiva di stato per un’eventuale messa in onda (e nelle sinistre sfumature del Berlusconi morettiano del finale è difficile non intravedere il mefistofelico ministro Botero). Senza dimenticare la serie di spot anti-Berlusconi de L’unico paese al mondo, realizzati poco più di una decina d’anni fa.

Un Moretti insolito, nella parte centrale persino più minimalista che nel precedente La stanza del figlio, ma il cui marchio di fabbrica non rinuncia alle autoreferenzialità (si pensi all’autorattore al volante che canticchia e stona una canzone di Adamo, o alla serie di B-movies di Bruno Bonomo, i cui titoli, su tutti Maciste contro Freud, rimandano agli oramai proverbiali Sesso, amore e pastorizia e Biancaneve e i sette negri), né alle reminiscenze felliniane (la parete dello studio di produzione abbattuta da un colpo di ruspa, che viene da Prova d’orchestra, o l’aereo onirico de La dolce vita, che non deposita più a terra una statua di Cristo, e dal quale svolazzano miriadi di banconote), tanto meno ai virtuosismi d’autore (il film waters-tarantiniano Cataratte di Bonomo, o gli enumerabili camei di cineasti in stile John Landis, da Paolo Virzì a Carlo Mazzacurati, da Matteo Garrone a Giuliano Montaldo, a Jerzy Stuhr).

Niente male il cast, davvero anomalo e un po’ alla Woody Allen: a parte Orlando e Jasmine Trinca, si ritrovano altri feticci come Luisa De Santis, Dario Cantarelli, Toni Bertorelli e Antonio Petrocelli, insieme a volti nuovi nella filmografia del Nostro (dai citati Placido e De Capitani a una bellissima Margherita Buy, da Valerio Mastandrea a Antonio Catania, a Anna Bonaiuto). Signori, (ari)ecce Nanni!

 

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