Terzo mandato

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La possibilità di un terzo mandato per i presidenti di regione è stato respinto in Commissione affari costituzionali del Senato; tutti contrari, maggioranza e minoranze fuorché Lega e Italia Viva, che rimandano al confronto nell’aula parlamentare, cui spetta l’ultima parola.

Attorno a questo tema, divisivo all’interno di ogni schieramento, si è sviluppato uno strano dibattito perché poco si è ragionato del concetto in generale, che coinvolgerebbe tra l’altro i sindaci, sottoposti allo stesso obbligo e i parlamentari, che invece ne sono esentati. A spingere sono invece situazioni contingenti che vedono in campo per primi i portatori di interesse: i governatori stessi che stanno per giungere al termine del mandato o chi, come la Lega, perdendo Zaia in Veneto, perderebbe quella presidenza di regione a favore probabilmente di un FdI.

Innegabilmente i governatori, basti pensare a Bonacini, godono di grande consenso, spesso meritato ed è giusto che per loro possano aprirsi le porte verso incarichi altrettanto importanti, ma consentire il terzo mandato significa continuare nella personalizzazione della politica, nell’accentrare il potere nelle mani di chi lo userà per conservarlo. E dopo il terzo mandato non si riproporrà lo stesso problema? Arriverà il quarto? E poi in quinto? Si arriverà ad un ruolo a vita e, viste certe esperienze di lobby famigliare, di un potere che diventa ereditario.

Il presidente di regione non deve ritenersi una figura insostituibile; neanche lui è un uomo della provvidenza ed è suo dovere, nel decennio del suo mandato, preoccuparsi che attorno a lui cresca chi è in grado di sostituirlo e portare avanti i suoi valori e programmi, elettori permettendo.

Alla base ci sta la questione di fondo, che sta minando la democrazia politica; l’imporsi di singole persone su partiti, movimenti e gruppi, con la conseguenza che questi diventano soltanto comitati elettorali. Non a caso ai partiti ormai spetta soltanto il compito di ratificare le auto candidature dei leader; in caso contrario si rischiano spaccature e nascite di liste indipendenti intestate al leader stesso.

Il termine dei due mandati ostacola la personalizzazione della politica e del potere. Se uno è bravo ed ha consenso, troverà sicuramente altri sbocchi, in Parlamento, in Europa, nel partito.

Infine, ma non da ultimo, la storia ci insegna che chi resta troppo al vertice di una struttura finisce per essere superato dai tempi.

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Una risposta

  1. Presidente di Regione questa è la denominazione della posizione, perché allora si fanno chiamare Governatori ?
    Troviamo la risposta è avremo capito perché alle poltrone non vogliono rinunciare !

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