TERREMOTO TRE ANNI DOPO

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di Alberto VENTURI

Il terremoto che ha colpito tre anni fa la pianura modenese e parte della Valpadana rappresenta un perfetto ‘caso’ per studiare i punti di forza e le fragilità del sistema Italia; la regione Emilia-Romagna è considerata una delle più efficienti; la sua economia una delle più forti; la sua gente abituata a rimboccarsi le maniche, individualista e nel contempo capace di fare squadra.

In teoria la ricostruzione doveva concludersi nel tempo necessario e molto in effetti è stato fatto. Il molto diventa moltissimo pensando agli altri terremoti, da quello storico di Messina in poi, dei quali ancora paghiamo (in accise) il costo, con la vergogna della ricostruzione non conclusa.

15.000 unità abitative e 5.000 locali di attività economiche sono finite o in corso di sistemazione, però 1300 persone rimangono ancora in container e si pensa che occorra arrivare al 2017 per scrivere la parola fine; in 4.645 continuano a ricevere un assegno (erano 16.000 nelle settimane subito dopo le scosse).

I contributi concessi per la ricostruzione hanno raggiunto quota 1 miliardo e 770mila euro, ma solo 800 milioni sono già stati liquidati e alle imprese è stato saldato un terzo dei contributi promessi.

Al di là dei numeri, sempre freddi ma veritieri, l’aspetto più positivo è stata la tenuta sociale ed economica del cratere; la reazione è stata immediata ed i sindaci hanno continuato a svolgere un ruolo determinante confermando l’ente locale come punto di riferimento nella fase dell’emergenza e in quella successiva della ricostruzione.

Sul fronte delle imprese, come sottolinea l’assessore regionale Palma Costi: “Nessuna multinazionale ha abbandonato la nostra terra, eppure quel rischio c’era. Nessuna cassa integrazione con motivazione sisma è attiva, i dati del 2014 confermano al contrario una ripresa dell’occupazione. Le risorse stanziate restano in larga parte sul territorio”. A soffrire restano in particolare le piccole attività e il commercio dei centri storici

La criticità vera è l’incapacità delle istituzioni di garantire tempi rapidi negli interventi, nei permessi di costruzione e nella concessione reale dei contributi. Il presidente regionale Bonacini dichiara: “Dal Governo devono ancora arrivare 800 milioni di euro per completare la ricostruzione delle opere pubbliche. Non vogliamo un euro in più, ma nemmeno un euro in meno di quanto serve”. Tradotto: ci servono quei soldi, ma il Governo non li ha ancora stanziati ed è assurdo dopo tre anni aver ancora nei cassetti punti di domanda.

Finché la burocrazia vorrà prevenire l’illegalità, invece di punirla duramente e celermente una volta scoperta, continuerà a costruire percorsi lunghi e tortuosi. Io credo invece che la regia decisionale debba essere la più corta possibile e credo nella acquisizione di responsabilità delle persone e delle istituzioni, ma è un tema oggettivamente delicato perché la criminalità organizzata e l’illegalità hanno guardato con l’acquolina in bocca al gran piatto dei finanziamenti e dei lavoro. Spero di non sbagliare dicendo che è stata respinta, nonostante qualche eclatante caso ci abbia tenuto compagnia nei mesi scorsi.  

di Gianni GALEOTTI

Terremoto tre anni dopo. La no tax area unica grande occasione persa

 

Tra retorica e balletti di cifre sulla ricostruzione si sono celebrati nei giorni scorsi i tre anni dal terremoto che nel maggio 2012 colpì duramente, con effetti devastanti sul tessuto economico e sociale, l’area nord della provincia di Modena.

I dati sono noti e anche se diffusi dalla sala stampa della Regione Emilia Romagna, non sono certo esaltanti: 1300 persone vivono ancora in container e la ricostruzione di abitazioni e imprese ha superato da poco il 50 per cento. Le previsioni enunciate dal Presidente della Regione Bonaccini, dicono che serviranno almeno altri due anni per arrivare al 100%. Promesse, le solite che ogni anno vengono ripetute e che spostano avanti di almeno un anno le lancette della ricostruzione. La realtà è che il ritorno alla relativa normalità rimane ancora un sogno per migliaia di famiglie. Oltre a quelle nei container ci sono le migliaia che vivono nelle case di parenti, compagni, o amici in attesa del ripristino dell’agibilità delle loro abitazioni. Sono tanti, quelli ancora snaturati dal loro ambiente domestico e quelli che ancora, dopo tre anni, vedono li, in piedi, la propria casa senza poterci entrare. Quelli umiliati da una burocrazia istituzionalizzata, che nemmeno il terremoto è riuscito a sgretolare e che si sono visti derogare, e non annullare, tasse e tributi su beni e servizi che non esistevano più. Un’assurdità che solo la coesione sociale, la responsabilità civile ed il senso di comunità delle persone, quelle che hanno sfilato in ricordo nella note del 20, è riuscito ad sublimare, a superare ed a non fare sfociare in una rivoluzione. Una rivoluzione di piazza, civile ma ferma, che doveva essere fatta nel momento in cui Errani, nominato commissario straordinario per il terremoto, insieme alla maggioranza al governo della regione, respinse l’ipotesi di una no tax area, sostenuta e avanzata anche a livello parlamentare, oltreché di enti locali. Le motivazioni per cui non concederla furono meno forti di quelle necessarie per istituirla, ma ugualmente questa opportunità venne negata generando così un pasticcio tutto all’italiana capace di rallentare non solo la ricostruzione ma anche gli investimenti. Creare una grande zona franca nei territori colpiti avrebbe non solo aiutato un tessuto economico e sociale a risollevarsi, ma ne avrebbe garantito la rinascita in tempi più veloci, liberando e non limitando gli investimenti nelle maglie della burocrazia. Prorogare le tasse anziché annullarle per me è stata semplicemente una vergogna politica ed istituzionale di cui tanti, troppi, subiscono ancora gli effetti.

Coloro che oggi snocciolano dati e nuove promesse, sono gli stessi responsabili degli attuali ritardi, gli stessi che snobbarono l’appello dei sindaci, dei commercianti e degli imprenditori della bassa formalizzato in una proposta approvata dal Parlamento con cui si chiese formalmente all’Europa l’instituzione di una no-tax area. Questa procedura, mirata e v
alutata sulla base dei reali danni, non avrebbe interferito con altre misure di aiuto e di sgravio previste, ma  avrebbe ridotto le procedure burocratiche e contestualmente avrebbe favorito gli investimenti di chi da subito ha avuto la volontà di ricostruire e ripartire. Nonostante ciò, la no tax area non venne istituita.

 

E così che all’annullamento delle tasse ha lasciato il passo ad un rinvio della tassazione (cosa ben diversa), ad una burocrazia elefantiaca  che blocca o tira il freno mano, anzichè spingere, gli interventi previsti.

Il resto sono frasi fatte, di rito come il classico c’è ancora tanto da fare pronunciato dal Presidente della Regione Bonaccini il giorno della presentazione dei dati sulla ricostruzione. Basterebbe solo che i cittadini e le imprese fossero sgravati di quella mole di burocrazia che ancora li attanaglia e che per molti di loro ne impedisce, a distanza di 3 anni, il rientro in case ancora inagibili o di riprendere l’attività in negozi del centro nascosti dietro metri e metri di impalcature.

 

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