Terra di Dio

Condividi su i tuoi canali:

""Pagine memorabili del giornalismo italiano"" Cronaca del Pellegrinaggio in Terrasanta,nel gennaio 1964. Inviato speciale del Corriere della Sera fu in tale occasione Eugenio Montale.

Eugenio Montale, premio Nobel per la letteratura nel 1975, dal 1948 lavorò come redattore e critico letterario al Corriere della Sera, collaborando alla terza pagina a fianco di Emilio Cecchi e di un altro giornalista e scrittore, Enrico Emanuelli. Egli fu poi anche inviato speciale del quotidiano, e, in tale veste, nel gennaio del 1964 si recò in Terrasanta come cronista del pellegrinaggio di Papa Paolo VI a Gerusalemme.

A. B.

 

Se è vero che le forme verbali dell’aramaico non consentono una netta distinzione tra passato, presente e futuro, e lascio la responsabilità dell’affermazione a Raymond Aron, si può comprendere che il «continuum» di un eterno presente abbia finito per imporre una certa iconoclastia ai Paesi di lingue semitiche. Da un lato concreto, la vita quotidiana, dall’altro ciò che non si può né vedere né rappresentare.

Cosi il Dio non effigiato doveva prendere, presso gli ebrei, anche gli attributi meno nobili dell’uomo: la collera, la violenza. Mancando ai monoteisti il conforto che ebbero i greci di popolare la Terra di divinità terrene o di sub-divinità, in incognito, molto lento dovette essere il processo che vide nascere la carità, in sostituzione dell’antica «pietas», accessibile solo a pochi privilegiati. E fu la rivoluzione cristiana, da duemila anni la sola rivoluzione che, anche incompiuta come è, dice ancora qualcosa al cuore dell’uomo.

Questi, ed altri meno peregrini, erano i sentimenti che mi ispirava la strada quasi deserta che porta da Amman a Gerusalemme. Nella città di Amman ho visto solo i quartieri dei rifugiati, che formano una sorta di lebbrosario edilizio. Più in là, alle baracche e alle casupole succedono tende di forma semiovoidale, attaccate al suolo come sanguisughe. Apparvero poi due cammelli, uno sciacallo con gli occhi accesi dalle prime luci del tramonto e una o due squadre dei mirabili cavalleggeri arabi del re Ussein. Il suolo rossastro e ondulato, non ci si accorgeva di scendere gradatamente dai quasi mille metri dell’altipiano verso i quattrocentoquaranta piedi sotto il livello del mare del plumbeo Mar Morto. Sulle rive del quale sorge un «Dead Sea Hotel» che offriva camere libere ma non riscaldate. E il freddo in terra era intenso, le poche erbe erano già strinate dal gelo.

Una larva di calore, ci offriva, invece, a Gerusalemme, un alberguccio sul Monte degli Ulivi. Ma in questi giorni un solo alloggio non bastava ai giornalisti, perché la città è divisa in due parti, una giordana e una israeliana, e chi voleva vedere qualcosa doveva far la spola dall’una all’altra, dopo essersi imbottite le tasche di ogni genere di documenti, tessere e salvacondotti. Per la prima volta in vita mia, ho avuto cosi due alloggi, uno dei quali lussuoso, a forse un chilometro di distanza.

Che cosa pensavano i giordani dell’imminente arrivo di Paolo VI? Secondo re Ussein, il Papa, potrà rendersi conto delle condizioni di vita di un milione di rifugiati, ma non bisogna attribuirgli compiti di mediatore tra due Paesi ancora su un piede di guerra, seppure in regime di armistizio.

Che cosa pensano gli arabi del nostro coraggioso Pontefice? Lo abbiamo chiesto ad un arabo ed egli ci ha interrogato a sua volta: sa camminare sull’acqua il Papa? E alla nostra risposta se ne è andato, deluso.

Ciò non toglie che in questo Paese l’interesse per l’inopinato gesto di Paolo vi sia stato altissimo. Mentre sto scrivendo, levo gli occhi e guardo la mareggiata umana che accoglie il Papa alla porta di Damasco. Neppure il forte sbarramento della polizia e dell’esercito giordano ha potuto impedire che, durante l’ascensione della Via Dolorosa, il Pontefice dovesse procedere tra una vera calca di popolo. Eppure la Via Crucis , quando l’avevo percorsa io, non era che un vicolo in salita, a zig zag, sul quale si aprono friggitorie e piccole botteghe. Era una sera di luna, non si vedeva anima viva. In un seminterrato un uomo impastava coi piedi nudi una melma di olio di sesamo e il tanfo dilagava intorno.

La vera «Via Crucis» correva sotto l’attuale strada, pochi metri al di sotto; qualche traccia ne resta ancora ed a ogni stazione c’è un’apertura che permette di scorgerla. La chiesa del Santo Sepolcro sorge su quella che doveva essere poco più di una gibbosità o verruca del suolo. E là che Paolo VI ha celebrato, nello storico 4 gennaio 1964, la prima Messa di un Papa in Terrasanta. Se è lecito attribuire pensieri nostri a così alto visitatore, si può credere che egli abbia invidiato quei pellegrini che vengono qui senza clamore di pubblicità e senza apparire su alcuno schermo. Teoricamente, la possibilità esisteva, poiché né Giordania né Israele posseggono la televisione: i giordani troppo poveri per pagarsi questo lusso, gli israeliani convinti che la televisione distragga dal lavoro e corrompa i costumi. Ma la macchina diabolica poteva essere im
portata per pochi giorni, e nessun uomo di prestigio e tanto meno il capo della ecumene cattolica potrebbe sognarsi oggi di viaggiare clandestinamente.

A Getsemani poi, l’ultima tappa importante di questa prima spossante fatica del Papa, è quasi impensabile la folla. L ’orto ha ancora la ingenuità dei quadri dei primitivi, la luce sgronda dagli alberi, un uccellino ammaestrato dai francescani viene a posarsi sulla vostra spalla; e nemmeno il cuore più indurito può trattenere la commozione vedendo la più che bimillenaria lastra di pietra sulla quale il Salvatore, per lunga ed ininterrotta tradizione, si adagiò e pianse.

Mi accorgo di aver saltato a pié pari la tappa intermedia toccata in breve tempo dal Papa: Betania, dove si vedono i resti della casa di Lazzaro, pure custodita dai francescani. Qui la chiesa è quasi addossata a una moschea e il suono dell’organo e il canto rauco del «muezzin» si fondono in un unico stupefacente concerto. Nazaret, il più famoso dei luoghi santi, si trova, invece, in Israele.

Mentre continuo a scrivere (è l’alba del 5 gennaio) il Papa vi giungerà dalla frontiera giordana di Jenin e a Meghiddo sarà incontrato dal presidente della repubblica israeliana, pressappoco lungo quella spaccatura dove Debora sconfisse Sela (Giudici, 5, 19). Anche a Nazaret bisogna scendere sotto terra per vedere le grotte dove vissero a lungo Maria e Gesù e dove Giuseppe lavorò come falegname. Purtroppo la chiesa che sovrasta le grotte raffredderebbe la fede più ardente e il paesaggio circostante, assai deturpato, non giustifica più la sua reputazione.

Il lago di Tiberiade, il colle delle Beatitudini, il monte Tabor sono altre tappe di quella che qualche giornale definisce the Pope’s cavalcade. Il lago resta ed è probabilmente eguale a quello che fu visto da Gesù: non vi sono che poche abitazioni. L’altro giorno questo piccolo mare di Galilea era sferzato da un vento furioso, le onde erano altissime, di un colore quasi nero. Siamo ancora sotto il livello del mare. Una piccola monaca espone alla mia ammirazione un grosso luccio che era convinta fosse destinato alla cena del Pontefice. Di fronte è la Siria che un tempo mandava qui turisti e villeggianti. Nel viaggio di ritorno Paolo VI sosterà a Cana, dove battezzerà un bambino, e a Ramla, dove nacque Giuseppe d’Arimatea. Si pensa che gli sarà mostrato il sicomoro sul quale si arrampicò Zaccheo per vedere Gesù.

La via del ritorno lungo la fascia costiera, che in qualche punto è larga appena dieci chilometri, e la strada che sale poi a Gerusalemme mostrano un paesaggio folto di agrumeti, ben diverso da quello giordano. A tratti sembra di essere in Umbria e qualcuno ha pensato alla Val Gardena. Tutto il coltivabile è stato sfruttato al massimo, abbondano gli uliveti ed i cipressi, sui colli biancheggiano i kibbuz. Negli ultimi chilometri si scorgono i resti delle autoblindo israeliane che nel ‘48 tentarono di rompere un accerchiamento. Oggi vi sono appese ghirlande di fiori.

La Gerusalemme ebraica è una città moderna dove esiste quasi ogni confort, escluso un buon riscaldamento. Israele conta ben sette università e non ha analfabeti. Il contrasto psicologico con lo Stato giordano non potrebbe essere più forte. Di là l’Oriente con la sua inerzia e la sua apparente inoffensività; di qua uno Stato moderno, ma ibridato incredibilmente. Accanto agli ortodossi, che portano lunghe trecce e insultano chi si permette di fumare il sabato, stanno gli stessi uomini che possiamo incontrare in via Montenapoleone. Non mancano i cattolici e neppure gli arabi, lo Stato è ufficialmente laico, sette partiti si contendono il potere, la ferma militare è obbligatoria anche per le donne, e le più belle ragazze sono quelle che portano la divisa.

Di fronte alla vastità territoriale degli Stati arabi, poco spazio resta a disposizione di Israele. Potranno un giorno arabi e israeliani convivere in pace? È quello che si augura ogni uomo di buona volontà. Ma il solco è ancora profondo e le previsioni sono inutili.

Domani, 6 gennaio, Paolo VI visiterà Betlemme e poi tornerà ad Amman per riprendere il viaggio di ritorno. Proponendo e attuando rapidamente questa sua visita egli ha compiuto un gesto che non ha precedenti, che ha creato difficoltà di ogni genere, e non solo di etichetta e di protocollo, un gesto del quale non possiamo valutare per ora le possibili ripercussioni. La sua visita è stata considerata importante e nello stesso tempo è stata temuta. Religiosamente, nessuna delle parti tuttora in lotta appartiene alla cattolicità. Sul piano politico si è trattato della visita di un capo straniero ai due capi di Stato che lo hanno ricevuto. Ma sul piano della storia esistono forze che agiscono nel sottosuolo e che sfuggono alla comprensione dei contemporanei. Forse io mi sono trovato come Fabrizio del Dongo a Waterloo: ho assistito a una grande azione storica senza rendermene conto.

Più tardi attraverso il ricordo ne prenderò piena coscienza. Per fortuna o per disgrazia noi uomini dell’Occidente possediamo forme verbali che ci permettono di vivere più nel passato e nel futuro che nel presente.

Posso concludere queste brevi note affidate al telegrafo dicendo con quale emozione di pellegrino culturale ho rimesso piede dopo anni nelle terre dove è nato il monoteismo. Paesi come questi lasciano, come ha detto il vecchio re Abdulla, assassinato qui a Gerusalemme, una impressione in eternità. Abbiamo creato tante macchine; il progresso, sebbene a rilento, è giunto anche qui, eppure noi sentiamo che la via del progresso meccanico non è che una delle vie possibili e forse non è neppure la via più giusta per l’Oriente che noi possiamo dire cristiano anche se i cristiani vi sono in minoranza. Io ne avevo già avuto il sentore quando visitai rovine e santuari, oasi e città morte di Libano e di Siria sotto la guida di Julian Huxley: terre che si possono amare o detestare, prendere o lasciare, ma che in nessun caso possono lasciarci indi
fferenti. E per conto mio anche stavolta, vincendo la ripugnanza del grasso di montone e delle sugne di olio di sesamo, posso dire che non mi pento di aver deciso senza esitazione di prenderle e di conservarle gelosamente tra i miei ricordi più cari.

Eugenio Montale

(da «Corriere della Sera», 6 gennaio 1964)

 

 

Tratto da:  Dal giornalismo alla letteratura – A cura di Gaetano Afeltra e Silvana Cirillo Ed. Einaudi scuola – Milano 1994 (Pagg. 45 e segg.)

 

 

[ratings]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

In evidenza

Potrebbe interessarti anche...

Libri di Storia fatti di pietra

Servizio fotografico di Corrado Corradi ^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^^Nella giornata di sabato 1° ottobre 2022, in strada Canaletto Sud, angolo via Finzi, c’è stata la cerimonia di inaugurazione