Strategia della resa

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano” Vi proponiamo il sorprendente ritratto di un soggetto dai pensieri sottili, ma di alto spessore politico. L’autore del ritratto è Montanelli.


Sebbene sostenga che gli sono state carpite con la frode (ed è vero, ma è vero anche che ogni classe politica ha i giornalisti che si merita), l’on. La Malfa non ha potuto smentire le dichiarazioni che gli sono state attribuite, e che si possono riassumere cosi: «Il discorso dì Berlinguer a Mosca dimostra ormai irrefutabilmente che il Pci è indipendente dai russi. Questo fa cadere l’ultimo ostacolo che si frapponeva alla sua partecipazione a! potere, ed è gran tempo che ciò avvenga perché l’attuale situazione non regge più. Andreotti non governa, galleggia soltanto. Se ne vada dunque, elasci il campo a un’altra formazione, di cui anche i comunisti siano direttamente responsabili».

Non è chiaro se con ciò La Malfa intenda il «gover no di emergenza» formato da tutti e sei i partiti dell’accordo programmatico, o un governo di transizione formato dalla DC e dal Pri, sostenuto non più dalla semplice astensione, ma dal consenso del Pci. Una cosa comunque è certa: per La Malfa il discorso di Berlinguer a Mosca è una specie di cresima che ormai consacra definitivamente l’autonomia e la democrazia del Pci, e ne rende inevitabile e salutare l’ingresso al potere.

Dal modo in cui lo ha detto, abbiamo l’impressione che La Malfa da un pezzo si struggesse dalla voglia di dirlo, ne aspettasse con impazienza l’occasione e poi l’abbia colta senza nemmeno avvertirne il suo partito, né preoccuparsi di come avrebbero reagito gli altri. Hanno reagito male, come potrete leggere nella corrispondenza in seconda pagina. La risposta più ironica è venuta da Andreotti, il quale si meraviglia che, dopo avere per anni predicato la preminenza dei «contenuti» sugli «schieramenti», La Malfa si metta ora a razzolare per la preminenza degli schieramenti sui contenuti. La replica più dura e ferma è stata quella di Craxi, il segretario del Psi. «Non mi pare – ha osservato – che Berlinguer abbia detto a Mosca qualcosa di nuovo e di diverso da ciò che sta dicendo da tempo. Eppoi, perché dovremmo far dipendere la politica italiana dai discorsi che si fanno a Mosca?».

Altrettanto espliciti nel rifiuto sono stati i liberali. Ma la cosa più significativa è che gli stessi comunisti si mostrano piuttosto imbarazzati dalla iniziativa di La Malfa e renitenti a calcare il tappeto rosso che questi gli ha srotolato sotto i piedi. Non respingono, si capisce, le patenti di democrazia e di autonomia che La Malfa gli ha con tanto fervore rilasciato. Ma quanto alle conclusioni da trarne hanno detto per bocca di Napolitano che non bisogna affrettare i tempi: le pere è meglio farle maturare sul ramo. Solo i socialdemocratici si sono mostrati entusiasti e non meno impazienti di la Malfa. Forse hanno sentito nelle sue proposte odore di governo: un odore che li ha sempre inebriati. Quanto agli stessi repubblicani, non si sa come l’abbiano presa, ma c’è da chiedersi se un partito repubblicano esista ancora, o se al suo posto non ci sia ormai che una «Fondazione La Malfa», in cui tutto si svolge per precetto e catechesi.

Ora resta da capire come mai La Malfa abbia giuocato questa carta in modo così – a dir poco – avventato. Ch’egli l’avesse ne mazzo si sapeva, e si sapeva anche che l’uomo è capace di scatti e impennate. Però si era sempre avuta l’impressione ch’egli si servisse dei propri umori più di quanto li servisse, e che comunque essi non influenzassero il suo disegno politico. L’ipotesi che ora va per la maggiore è ch’egli abbia di mira il Quirinale e che cerchi di arrampicarcisi sulle spalle dei comunisti, anche a costo di tradire le proprie idee e gli interessi del suo partito. Non per nulla i maligni l’hanno già ribattezzato «l’uomo del Cremlinale».

Ma tutto questo ci convince poco, per due motivi. Prima di tutto perché, se questo fosse il suo piano, egli sbaglierebbe di grosso puntando solo sull’aiuto dei comunisti, che oltre tutto non sembrano propensi a darglielo, e che comunque non gli basterebbe: tutte considerazioni che un politico esperto ed accorto come lui non può non aver fatto. Secondo, perché queste ambizioni non gli somigliano. Ne ha magari di più grosse, magari di più nobili, come quella di fare insieme il suggeritore, l’ideologo e il direttore di coscienza del cosiddetto «sistema». Ma alle cariche e ai pennacchi si è sempre mostrato indifferente.

Noi cominciamo a credere un’altra cosa, per quanto assurda possa sembrare. Cominciamo a credere cioè che sotto questa specie di «uscita di sicurezza» all’incontrario ci sia uno scambio di persona. Secondo noi, La Malfa è morto da almeno tre anni, e il suo posto è stato preso da un matto che si crede La Malfa, lo imita benissimo, ma ignora completamente come fosse quello vero. Solo così si può spiegare la flagrante dissociazione fra le due personalità. Pensateci un momento. Il La Malfa che giustifica la propria r
esa al comunismo perché lo considera «ineluttabile» non ha nulla a che fare con quello che a diciott’anni, pur riconoscendo ineluttabile il fascismo, scese nelle catacombe per combatterlo: né mai milizia politica in difesa della libertà fu più cristallina e appassionata della sua. Anzi, la caratteristica di La Malfa era proprio questa: dell’uomo che non si arrende mai. Una caratteristica che, dopo avergli dato un peso morale dieci volte superiore a quello politico, oggi avrebbe potuto far di lui il De Gaulle della democrazia italiana.

Mentre il matto che ha preso il suo posto ne sta diventando il Pétain.

 

                                                                      

il Giornale nuovo – martedì 8 novembre 1977

La situazione sta precipitando: Montanelli ne ha la percezione, anche se non può immaginare che di lì a soli quattro mesi Aldo Moro sarebbe stato rapito e gli uomini della sua scorta trucidati.

L’articolo in risposta alle susseguenti argomentazioni di la Malfa sarà nel prossimo numero di Bice.

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