Starsky e Hutch, due supersbirri in un film quasi piatto

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Nell’enumerare le trasposizioni di fumetti al cinema (il caso più recente lo offre Spider Man, giunto al secondo episodio) o i riadattamenti di gloriosi classici da Casablanca a Psycho, così come gli inversi procedimenti che hanno visto fiction televisive scaturire dal successo di opere cinematografiche (Peter Gunn, M.A.S.H. o Alice non abita più qui, per menzionarne alcuni), quando non addirittura trovare sul grande schermo lo spunto per episodi-pilota, la cultura statunitense ha avvertito quasi sempre il bisogno, se non l’impellente esigenza, d’una revisione dei suoi miti, di un aggiornamento che coincidesse col passo dei tempi e, dunque, col mutamento di tendenze, mode e gusti di un pubblico avido di novità.

Starsky & Hutch di Todd Phillips – al suo secondo film, dopo un trascurabile esordio con Road Trip – sembrerebbe rispondere a tale assioma e seguire l’esempio di classici televisivi (da Ai confini della realtà a La famiglia Addams, a Star Trek) che, soprattutto negli ultimi vent’anni, hanno conosciuto trasposizioni su grande schermo, coincidenti tuttavia con forzosi aggiornamenti di standard (sceneggiature, regie, interpreti) riconducibili al periodo. Al pari degli esempi citati, Starsky & Hutch – in questi giorni in anteprima televisiva sulle emittenti satellitari – è un rifacimento dell’omonima serie che fece fortuna sul piccolo schermo a metà degli anni Settanta, diventando in seguito un fenomeno di culto presso gli appassionati del poliziesco e riuscendo a crearsi, inoltre, un cospicuo stuolo di fan anche esterni al genere.

E’ doveroso ricordare che la principale fortuna della serie ha consistito, tra i diversi fattori, nel ritmo incalzante degli episodi, nella fattispecie dovuto all’estroso talento di sceneggiatori poi divenuti firme d’un certo rilievo nel panorama cinematografico americano: tra essi, quel Michael Mann cui si deve il successo di un altro serial-tv poliziesco, Miami Vice, oltreché la regia di opere capostipiti del noir metropolitano (da Strade violente a Heat – La sfida, sino al recente Collateral).

L’aggiornamento in questione consiste nella scelta di attori che cercano il più possibile di ricalcare le fisionomie degli interpreti dell’originale televisivo, i cui nomi e la cui fama sono rimasti indissolubilmente legati alla fiction come un marchio di fabbrica, e lo spettatore ha sempre associato ad essa nel corso delle sue ripetute messe in onda. Nei rispettivi ruoli di David Starsky e Ben “Hutch” Hutchinson, Ben Stiller e Owen Wilson – due tra gli attori più in ascesa dell’ultima produzione di cassetta – appaiono curiosamente somiglianti ai propri adiacenti modelli, Paul Michael Glaser e David Soul, mentre le loro caratterizzazioni si sforzano di essere il più oggettivamente vicine, se non equivalenti, a quelle previste dal copione.

Soprattutto nella prima parte, riguardante il primo incontro e la forzata (e nemmeno troppo gradita) collaborazione fra i due, gli interpreti sono molto bravi a lanciarsi la palla di rimando, convincenti e capaci di servire la scena con la propria presenza senza mai ingombrarla, pur avendo a che fare con una sceneggiatura che non rende giustizia al loro talento, né alle loro qualità umoristiche. Stiller è estroso e versatile nel trasmettere all’impulsivo Starsky il disegno di un piedipiatti tanto ligio nella sua professione quanto più spesso sbadato, incurante nel mettere a repentaglio la propria incolumità a causa di questa miope efficienza (cosa che gli vale la derisione dei colleghi, che lo rendono protagonista di battutacce e scherzi pesanti). Wilson è sottotono il tanto che basta per dare di Hutch lo status di poliziotto più scafato, intuitivo e astuto rispetto al collega, per quanto non limpidissimo sotto il profilo deontologico.

Amico del biondo Hutchinson è Huggy Bear (una divertente performance del rapper Snoop Dogg), gestore di un bar malfamato e, a metà tempo, spacciatore di marijuana; logico supporre che la strana amicizia tra questi due personaggi sia dovuta a un rapporto di complicità che spinge il secondo al ruolo d’informatore nei casi riguardanti la droga, così com’è ovvio che la risoluzione di questi ultimi sia dovuta alle informazioni che, di volta in volta, Hutch raccoglie da Huggy, la cui onniscienza lo rende il vero detentore dei meriti nelle operazioni di polizia. La cosa sbalordisce Starsky, comprensibilmente legato a un genere di efficienza più pulita e non contigua al crimine; nondimeno, nella caccia al potente narcotrafficante Vince Vaughn, ambedue i protagonisti si servono dell’acume e della disinvoltura di Huggy, che permettono a questi di camuffarsi da caddy o da pilota del panfilo sul quale il malvivente tenta di fuggire inseguito dagli sbirri.

Il rischio principale del film risiede nel (mancato) tentativo di ricreare lo smalto, lo stile e – se possibile – la giusta dose adrenalinica che nella serie tv garantiva il coinvolgimento e il divertimento dello spettatore. Eppure, trattandosi in primo luogo di un action movie, non mancano le scene d’azione o d’inseguimenti, che nel primo tempo risultano coinvolgenti, via via disperdendo il loro ritmo trainante sino ad apparire monotone ripetizioni. Pure, puntuali all’appello sono alcuni collaudati canovacci e pattern tipici del genere, riproposti con un piglio che non sembra preoccuparsi più di tanto di apparire monocorde, se non logoro: dal capitano di polizia di colore, burbero e accattivante, al narcotrafficante malavitoso con tanto di guardaspalle, amante tonta e attività di copertura.

Il film non si discosta – rientrandovi, anzi, pienamente – dalla lista di polizieschi buddy-buddy che tanta fortuna hanno avuto lungo gli anni Ottanta e Novan
ta: da 48 ore a Danko, entrambi di Walter Hill, da Prima di mezzanotte di Martin Brest a Insieme per forza di John Badham, da Amos e Andrew di Max E. Frye a Hollywood Homicide di Ron Shelton, senza contare la celebre serie di Arma letale che ha fatto la fortuna di Richard Donner, cui si accludono parodie come Palle in canna di Gene Quintano.

Il problema è che le principali caratterizzazioni dei personaggi, nel telefilm, avevano modo di delinearsi di episodio in episodio, servite da soggetti e sceneggiature che bene si adattavano al formato, al taglio e alla durata del piccolo schermo. Per contro, il film di Phillips dimostra ancora una volta come lo schermo cinematografico non sia quello televisivo: a una prima parte riuscita segue una seconda decisamente stiracchiata, laddove la sceneggiatura sembra non sapere come concludere la vicenda, avviandola verso un happy end prevedibile che suscita nell’osservatore l’impressione di una trama-pretesto. Se buffonesca è la situazione che vede Starsky e Hutch mascherarsi da mimi inetti, al fine di prendere in castagna l’avversario, più trascurabile è la parte in cui i poliziotti, dopo una lite, si separano per poi realizzare di essere strettamente legati. Mal risolta, poi, è la riappacificazione in ospedale, quando i due si recano a vicenda a trovare un bambino di colore, scampato per miracolo a un’esplosione teoricamente destinata a Hutch.

Semmai, Starsky & Hutch è analizzabile come qualcosa a metà strada tra il blockbuster e l’operazione “nostalgia” (non manca neppure una citazione parodistica di Easy Rider), quest’ultima riguardante l’affettuoso omaggio non tanto alla fiction omonima, quanto a tutta una serie di prodotti televisivi anni Settanta il cui culto, analogamente al mito dei due beniamini in questione, è cresciuto negli anni. Non è un caso che un apparecchio televisivo nell’ospedale trasmetta I Jefferson, e a questo proposito, riuscita è la sequenza conclusiva in cui Glaser e Soul – segnati dal tempo e, ancora una volta, doppiati dalle stesse voci nell’edizione italiana del serial – fanno la loro apparizione sull’altrettanto mitica Ford Torino rosso-bianca truccata che li ha visti insieme per tanti anni per consegnare il testimone, da fantasmi del passato, alle loro corrispettive copie. Pure, l’omaggio sembra ribadito dal premuroso rispetto riservato dal film al poliziesco anni Settanta: si pensi all’indimenticabile sigla funky la cui orecchiabilità non poco ha contribuito alla fama del telefilm, qui riproposta e aggiornata all’attuale standard musicale.[1]

Se macchiettistica è la caratterizzazione degli antagonisti – a proposito: a impersonare il tirapiedi del narcotrafficante è un’altra presenza televisiva, Jason Bateman – fa piacere rivedere ripescati, sia pure in ingrati ruoli, due beniamini del cinema americano indipendente quali Juliette Lewis e Chris Penn, rispettivamente l’amante oca del boss e il poliziotto burlone collega di Starsky.



[1]   Non si dimentichi che il jingle reca la firma di quel Lalo Schifrin navigato interprete di colonne sonore televisive e cinematografiche, perlopiù poliziesche, tra le quali si ricorda il tema di Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo! (il cui manifesto campeggia appeso alla parete di casa Starsky in un rapido fotogramma del film).

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