Spalle al Muro

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano”Giorni memorabili della storia contemporanea dell’umanità. Questa volta il gigante aveva i piedi d’argilla e la storia lo obbligò a crollare. .Ecco come commentò quelle ore il tratto inconfondibile di Indro Montanelli

 “Pagine memorabili del giornalismo italiano”

 

Bice propone ai lettori un florilegio degli articoli scritti da alcuni Maestri del giornalismo italiano.

Da come essi hanno descritto e interpretato l’avvenimento, emergono e ritornano alla luce pagine memorabili che narrano di eventi indimenticati e si scoprono, in altre pagine, avvenimenti ignorati o sepolti dalla coltre del tempo. Il tutto scritto con maestria inarrivabile.

A. B.

 

Spalle al Muro

 

Raccontano che nel passargli le consegne, il malato Honecker abbia detto a Krenz: «I vecchi comunisti che muoiono quest’anno sono molto più sfortunati di quelli che morirono l’anno scorso, ma molto più fortunati di quelli che morranno l’anno venturo». Probabilmente non è vero: il senso dell’umorismo figura di rado nel guardaroba dei comunisti, e specialmente di quelli tedeschi. Ma potrebbe esserlo.

Honecker ha evitato d’un pelo di restare schiacciato sotto le macerie del Muro, di cui è stato, sia pure su ordine attivo del suo predecessore Ulbricht, il costruttore. Ma non per lungimiranza. Anche lui sapeva – lo sapevano tutti – che il Muro si screpolava. Ma nemmeno lui si aspettava – non se l’aspettava nessuno – che crollasse, come sta crollando, così catastroficamente e di colpo. Pare impossibile: ma nel mondo comunista nulla può avvenire, nemmeno le cose buone, se non per trauma e sconquasso.

La fine del Muro è una cosa buona, la fine di una vergogna: non possiamo che salutarla con soddisfazione. Ma guardiamoci dal prendere abbaglio sui suoi moventi. Ulbricht concepì e Honecker realizzò il Muro per impedire che i tedeschi dell’Est fuggissero in massa nella Germania dell’Ovest: già 9 (diconsi 9) milioni lo avevano fatto fin allora. E il rimedio fu, come tutti quelli che si escogitano nei regimi totalitari, drastico e semplicistico: murare viva la gente dietro una colata di cemento, senza pertugi.

Ma l’improvvisa apertura, anzi lo spalancamento, persegue lo stesso fine. Si rompe e abbatte il Muro non per rispetto dei diritti umani e civili, ma perché si spera che avvenga degli uomini ciò che avviene dei capitali e risparmi: che, quando se ne proibisce l’esportazione all’estero, vi fuggono in massa con mille sotterfugi; e appena si revoca il divieto, tornano tutti o quasi tutti in patria. È questo, oltre all’inutilità di una chiusura ormai aggirata da ogni parte, che ha indotto Krenz a smontare il grimaldello: la speranza che, concedendo diritto di espatrio, l’espatrio perda molto della sua attrattiva e il fuggiasco diventi un turista o, alla peggio, un “”pendolare””.

La manovra riuscirà? Le ultime notizie non sono incoraggianti: la ressa e piedi del Muro si fa sempre più densa, di scalatori si moltiplicano, l’emorragia continua. Evidentemente i tedeschi dell’Est non hanno molta fiducia che il regime comunista voglia democratizzarsi; e anche se lo vuole, che non possa. Ma intanto questo esodo di proporzioni bibliche crea problemi da far tremare le vene e i polsi non soltanto all’Est, ma anche all’Ovest. Non per nulla Kohl ha interrotto la sua visita a Varsavia per rientrare precipitosamente a Bonn. Anche lui è spaventato dal diluvio quasi quanto Krenz. E con ragione. Lo spopolamento dell’Est rischia di crearvi un vuoto che fatalmente verrà riempito da una immigrazione dei lavoratori polacchi, ucraini, jugoslavi, che renderanno ancora più ingarbugliati i rapporti etnici di queste terre di frontiera; mentre l’alluvione ad Ovest (a un ritmo, pare, di dieci o quindicimila profughi al giorno) è destinata a provocarvi una crisi sovrappopolamento e d’impiego.

Ma non solo questo. Il fatto è che la fine del Muro è la fine della separazione fra le due Germanie. I politologi dicono che da riunificazione, se non impossibile, è un evento al futuro remoto, quasi «alla fine della Storia». Esattamente quello che fino a ieri si diceva – lo dicevamo anche noi – del Muro. Ed invece ad abbatterlo è bastato un tratto di penna, una firma svolazzata, meno di un atto notarile, un annuncio radiofonico, che a noi non più giovani ha ricordato quello che udimmo da una voce anonima il 25 luglio: «Il cavalier Benito Mussolini ha rassegnato oggi le dimissioni», che poneva fine a un regime durato vent’anni, otto meno Muro.

Abbiamo in uggia le astrazioni. Ma ciò che distingueva le due Germanie è l’idea morale e giuridica dell’uomo: che ha Ovest è padrone di se stesso, e quindi può andarsene dove vuole; ad Est è proprietà dello Stato, e quindi è lo Stato che ne regola i movimenti. Per chi non ricorda questo, il Muro di Berlino era, oltre che barbaro, incomprensibile e irrazionale: mentre invece ha obbedito a una sua logica.

Nel momento in cui il bunker si affloscia e si [1] sopravvive come mero ammasso di cemento ricordandoci un altro bunker, quello che fece da fossa di Hitler (anche questo pare impossibile: ma i regimi in Germania muoiono nei bunker), il Muro va ricordato per che ciò che è stato: non un’aberrazione del comunismo, ma una sua conseguente applicazione. E se crolla così, nel silenzio assordante di un giornale-radio, è perché crollata, prima, l’ideologia che lo aveva eretto.

Indro Montanelli

Il Giornale – Venerdì 29 luglio 1988

 

Commento

 

Due concetti espressi nell’articolo meritano di essere rimarcati

Il primo:

il Muro va ricordato per che ciò che è stato: non un’aberrazione del comunismo, ma una sua conseguente applicazione.

Il secondo:

E se crolla così, nel silenzio assordante di un giornale-radio, è perché crollata, prima, l’ideologia che lo aveva eretto.

L’ideologia che aveva eretto il Muro è crollata e la sua caduta ne è una prova, ma quell’ideologia, indipendentemente dalla caduta del Muro, è crollata perché non poteva non può e non potrà mai stare in piedi, per il semplice motivo che è radicalmente, razionalmente, logicamente sbagliata.

Lo prova il fatto inoppugnabile che da sempre, ovunque l’ideologia marxista è riuscita ad impadronirsi del potere, per mantenerlo ha dovuto fare ricorso alla forza bieca e sanguinaria perché il popolo è asservito e crepa di fame.

Eppure alcuni di dura cervice ancora non l’hanno capito e forse non lo capiranno mai; sono gli stessi che allora credettero che il Muro servisse ad arginare il flusso di aspiranti comunisti che dall’Ovest volevano ad ogni costo vivere nel paradiso dell’Est. Sono gli stessi che ancora oggi credono in Marx e che ritengono che egli sia un grande pensatore, addirittura il più grande. Sono gli stessi che persistono nel credere alla grande, immensa fanfaluca del marxismo, in tutte le sue variegate accezioni.

Non si sono accorti e non si accorgono che il Re è nudo. Nudo, straordinariamente falso e tragicamente brutto.

A proposito, mi sembra di aver sentito dire anche recentemente (non ricordo bene da chi) che “il Re è nudo”, mi pare fosse una donna e non credo si riferisse a Marx, al suo Marx.

Qualcuno la svegli.


[1] sic

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