Sono convinto che quello che chiamiamo partito democratico nascerà.

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In questi anni non abbiamo assistito ad un confronto politico paritario tra centrodestra e centrosinistra. La democrazia non funziona proprio così. L’on. Pierluigi Castagnetti ci accompagna in un’analisi politica dalla DC di Martinazzoli al futuro Partito Democratico

  On. Castagnetti, Lei è stato eletto nel collegio Carpi – Correggio. Iniziamo da qui in modo soffice: quali sono i pregi che ammira nei modenesi e che mancano invece ai reggiani?

 

Ma suvvia! E’ lo stesso Ducato!

 

Lei proviene da una lunga militanza politica iniziata nelle file della Dc. Ci dica per i diversi nostalgici: a distanza di qualche anno, a suo parere, il crollo di quel partito era proprio inevitabile? In particolare c’è qualcosa che si rimprovera di non aver fatto allora?

 

Proprio il trascorrere del tempo e la capacità di leggere gli eventi con maggiore distacco ci dicono che la Democrazia Cristiana aveva, come dire, esaurito la sua “spinta propulsiva” già prima del ’92. Non a caso, con la segreteria Martinazzoli, tentammo la strada del “ricominciamento” attraverso la fondazione del Partito popolare italiano. Il crollo della cortina di ferro, la fine dell’era in cui il mondo era diviso in due, come una mela, con una fetta costituita dall’Occidente e l’altra dai paesi comunisti aveva reso superfluo  quell’anticomunismo democratico che insieme all’unità politica dei cattolici formavano due dei pilastri della Dc. La stessa unità politica dei cattolici, del resto, camminava già da più di un decennio lungo il viale del tramonto. Aggiungo altri due elementi. In un certo senso, essendo riuscita a fare dell’Italia un grande paese democratico e una potenza economica alla pari delle altre democrazie occidentali, la Dc sentiva di aver adempiuto alla sua “missione”. Poi c’è stata la grave lesione inferta alla credibilità del partito da un sistema di corruttela che si era esteso anche al suo interno. Infine il cambio della legge elettorale. Facemmo abbastanza allora per evitare che si concludesse l’esperienza della Dc? Ci provammo, come ho detto, con la segreteria Martinazzoli. A dimostrazione, almeno, che una parte di noi aveva compreso quello che stava avvenendo nel Paese.

 

Veniamo all’oggi e a lei capogruppo della Margherita alla Camera dei Deputati. Sentiamo lamentare voi dell’opposizione di “tempi contigentati”, “leggi blindate”, “dittatura della maggioranza”. In due parole cosa significa?

 

In due parole? La protervia del governo che ricorrendo agli strumenti regolamentari, e spesso forzandoli, ha sistematicamente rifiutato quel confronto parlamentare che avrebbe non solo dato a noi dell’opposizione la possibilità di intervenire sulla produzione legislativa ma, come è accaduto spessissimo, anche attraverso il ricorso alla “questione di fiducia” (ovvero il governo che dice alla sua maggioranza: o si vota il provvedimento così com’è o significa che non c’è più maggioranza e quindi si apre la crisi) lo ha impedito ai suoi stessi parlamentari imponendo loro di approvare “a scatola chiusa” leggi altrimenti indigeribili anche per molti di essi.

 

Mi scusi onorevole, tutto questo “vulnus antidemocratico” viene tranquillamente sia dal modenese ministro dei Rapporti col Parlamento Giovanardi sia dal bolognese Pier Ferdinando Casini, presidente della Camera, a suo tempo suoi amici democristiani, dunque dov’è lo scandalo? Questa prassi parlamentare era nota e usata anche nella prima repubblica o è una novità della Cdl?

 

Non c’è traccia nella cosiddetta prima repubblica di atteggiamenti simili o assimilabili. Per quanto riguarda Giovanardi e Casini, pur distinguendo i loro ruoli e. alla luce delle ultime esternazioni di Casini, anche le loro opinioni a proposito del governo e di quanto realizzato in questa legislatura dal centrodestra, osservo che hanno consentito l’approvazione di leggi vergogna, lo stravolgimento delle procedure e delle consuetudini parlamentari. E’ così. Il perché poi l’abbiano fatto è questione loro

 

Secondo lei, in un Paese che voglia rimanere democratico, questo tipo di opposizione parlamentare è l’unica oggi spendibile o bisogna ripensare a nuove forme di confronto?

 

Se la sua domanda è riferita alla possibilità di modificare i regolamenti parlamentari per mettere al riparo l’opposizione, chiunque essa sia, da uno strapotere della maggioranza, penso che vadano fatte delle revisioni. Ma ci sono due elementi che vorrei sottolineare. Il primo riguarda la cultura istituzionale: vede, se un presidente del Consiglio arriva a dire, come ha fatto Berlusconi, che in Parlamento debbono votare solo i capigruppo in quanto detentori di “pacchetti di deputati”, allora c’è poco da cambiare! Il secondo riguarda un aspetto che travalica il Parlamento: non ci può essere un confronto equilibrato, realmente alla pari, quando uno dei contendenti, in questo caso il presidente del Consiglio, controlla direttamente le tre principali reti tv private e indirettamente il servizio pubblico. Non parlo di “regime”: so misurare il peso delle parole, conosco il portato di “storia e di vissuto” che in esse si sedimentano.  Ma sfido chiunque, che abbia un po’ di buon senso e di onestà intellettuale, ad affermare che in questi anni abbiamo assistito ad un confronto politico paritario tra centrodestra e centrosinistra. La democrazia, dappertutto – e dico dappertutto – non funziona proprio così

 

 

 

Le rifacciamo una domanda alla quale nessuno vuole o può rispondere. Con il ritorno al proporzionale crede più alla costruzione di un nuovo grande partito di tipo ulivista o alla riproposizione di un “grande centro”?

 

Rispondo senza esitazioni. Anche se la maggioranza, imponendo una legge elettorale di tipo proporzionale, ha inteso provare a scardinare la costruzione di uno schieramento solido, coeso e unitario nel centrosinistra io sono convinto che quello che chiamiamo partito democratico nascerà. Io lavoro in quella direzione anche se sono consapevole che occorrerà del tempo e, in questo tempo, chiarezza, responsabilità e generosità da parte dei dirigenti e dei militanti dei partiti che gli daranno vita. Non credo quindi a operazioni tipo “grande centro”. Se posso, poi, mi pare che proprio le vicende di questi ultimi giorni stanno dimostrando che la legge voluta dalla maggioranza sta creando fortissimi divisioni e antagonismi al suo interno: davvero si può dire “chi è causa del suo mal…..”

 

L’on. Giovanardi vi accusa di essere una coalizione solo capace di essere contro e divisa sui temi che contano. Concorda?

 

A differenza della maggioranza e dei suoi principali leaders, a cominciare dal presidente del Consiglio, non sono solito celare la verità. L’Unione non ha ancora trovato un progetto condiviso in tutte le sue parti. Ma sta lavorando convintamente e speditamente in questa direzione e non ha intenzione, come sta facendo il governo, di trovare intese… posticipate, come da ultimo l’accordo sul Tfr. Ho fiducia nell’approdo e nella capacità di sintesi di Romano Prodi. E, devo dire, che siamo in tanti ad avere fiducia. Basti pensare ai quasi quattro milioni e mezzo di italiani che si sono recati a votare alle primarie del centrosinistra

 

Politicamente parlando, cosa le preme dire a quei giovani modenesi che non pensano alla politica. E agli adulti incerti, perplessi o delusi?

 

Prima di tutto di pensare con la propria testa. Vede, la politica in genere viene descritta come un’attività superflua nel migliore dei casi, a cui si dedicano i cosiddetti “professionisti”. Non mi nascondo la realtà, so bene che c’è chi decide di avviarsi alla politica non certo perché mosso dal desiderio di occuparsi del benessere comune. Ma senza la politica conterebbero solo i più forti e i più ricchi: potrà sembrare banale ma è così. Lo è oggi come lo era ieri. La mia opinione, anzi, è che i partiti stanno diventando oligarchie ristrette, “aziende” che ruotano attorno al loro capo e quindi più facilmente attaccabili o scalabili da “opa” di interesse: per questo occorre più partecipazione e più democrazia al loro interno. E più persone che guardino alla politica con speranza e fiducia e che abbiano voglia di giocarsi in prima persona.

 

Ci dica tre concetti o parole o valori che caratterizzano la Margherita come partito attuale e moderno.

 

La Margherita o, per meglio dire, i partiti che le hanno dato vita hanno capito che tante formazioni distinte ma così prossime per culture politiche non erano né giustificate né comprensibili agli elettori e, innovando ri
spetto alla tradizione politica italiana, fatta di scissioni su scissioni, si sono unite semplificando il quadro politico. La Margherita sta sperimentando già al suo interno quel “meticciato” culturale da cui può nascere una sintesi culturale e politica adeguata a rispondere alle sfide del nuovo secolo e lo strumento che dovrebbe esserne espressione: il partito democratico. La Margherita vuole essere, si sforza di essere, non un partito leggero nei suoi contenuti, come una barca esposta a tutti i venti, soprattutto a quelli più potenti, ma un vascello solido e rassicurante per tutti coloro che intendono la politica come un esercizio di responsabilità

 

 

 

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