Somalia, nazione dimenticata e polveriera del mondo.

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L’intervento militare etiope in Somalia sembra allontanare il rischio della creazione di un nuovo Stato-talebano e lascia intravedere la possibilità di una pacificazione dopo un ventennio di guerre civili.

Ma intanto il campo di battaglia somalo diviene sempre più al centro della lotta al terrorismo globale.  

 

E’ impossibile capire la surreale situazione di anarchia nella quale ha versato per più di un decennio la Somalia e dal quale sembra ora avere le possibilità di riscattarsi, senza ricostruire la fasi storiche che hanno portato alla caduta del suo padre-padrone Mohamed Siad Barre, caduta che ha provocato l’inizio di un’infernale guerra civile che sembra non aver mai fine.

Il governo semi-dittatoriale del generale Barre iniziò nel 1969 con un colpo di stato, fu salutato favorevolmente dalla maggioranza della popolazione che aveva visto questo atto di forza come necessario per porre fine alla corruzione nel paese. Barre nel primo periodo del suo potere aveva cercato di istituire nel paese un sistema economico e sociale pseudo-marxista, guadagnandosi l’appoggio tecnico ed economico dell’Unione Sovietica. Ma proprio per istituire questo “socialismo africano”, di fatto mai lontanamente realizzato, iniziò l’opera che avrebbe invece seminato i germi della distruzione del suo potere; nell’ottica della modernizzazione forzata combattè infatti in ogni modo il nomadismo ed il sistema clanico, il che in un paese popolato dal 60% da popolazione nomade o seminomade e basato proprio su rapporti di potere tra i clan, significava avventurarsi in una politica molto rischiosa. In particolare si inimicò i clan del nord, perché seppur combattendo il sistema clanico-familiare dovette di fatto governare con l’appoggio dei clan del sud dei quali lui stesso era esponente di spicco.

Alle difficoltà interne nella creazione di una nazione moderna, si aggiunse un importantissimo fattore internazionale: nel 1974 in Etiopia, paese storicamente nemico della Somalia, l’anziano imperatore Haile Selassie fu rovesciato dalla giunta militare

chiamata Derg e nel 1977 con l’ascesa al potere di Mariam Mengistu vi fu l’inizio della creazione di un altro socialismo africano, ma questa volta in modo molto più radicale e violento rispetto al tentativo di Barre, un periodo di vera guerra civile in Etiopia tanto violento da essere chiamato poi Terrore Rosso. I sovietici spostarono quindi larga parte degli aiuti materiali ed economici dalla Somalia all’Etiopia nell’ottica della creazione di un vero stato comunista in Africa. Barre rispose a questo cambiamento di assetto giocando la carta nazionalista ed invadendo nel luglio 1977 l’Ogaden, regione etiope popolata però da una maggioranza di popolazione somala. Mosca, di fatto sostenitrice di entrambe le nazioni cerco di mediare senza successi, ma appoggiò infine il paese invaso con ingenti aiuti militari, Barre ruppe le relazioni diplomatiche con l’URSS.  La reazione etiope fu devastante per le truppe occupati somale che furono letteralmente schiacciate da una forza militare equipaggiata ed addestrata da una superpotenza. La guerra finì nel marzo 1978 quando le truppe somale si ritirarono completamente.

Questa conflitto fu l’inizio della fine di Siad Barre, da allora infatti cominciò ad intensificarsi la guerriglia antigovernativa in larghe zone della nazione, in particolare nel nord del paese, vasti territori che divennero di fatto fuori dal controllo dello Stato, dal 1986 si può parlare di una prima fase di guerra civile. Sul piano internazionale dopo il “tradimento” sovietico , Barre approfittò del clima della guerra fredda per passare sotto l’egida occidentale, in particolare intensificò i legami con l’Italia, ma il suo potere era oramai compromesso e divenne sempre più repressivo, tanto che a causa del dilagare delle guerriglie claniche nel gennaio 1991 fu formalmente deposto dagli stessi militari che costituivano la sua base di potere. Iniziò per il paese una discesa agli inferi: la guerra civile inizata nel 1986 entrò nella sua seconda fase assumendo toni apocalittici e dilagò in ogni angolo del paese dove i clan che Barre aveva cercato di cancellare mostrarono tutta la loro ferocia combattendosi reciprocamente, i morti nei combattimenti e nelle carestie che seguirono si contarono a centinaia di migliaia. I vari interventi delle Nazioni Unite tra il 1992 ed il 1995 non solo non riuscirono a riportare la pace, ma si trasformarono in alcuni casi in bagni di sangue per le stesse truppe internazionali. Da allora la situazione ha assunto toni surreali: la Somalia è stata di fatto per più di dieci anni l’unica nazione senza Stato del mondo, dove la guerra civile non è mai finita ma è stata anzi fomentata dai continui rovesciamenti di alleanze tra i clan. Gli equilibri clanici sono stati strumentalizzati, dai “Signori della Guerra” , per la maggior parte ex militari durante le dittatura di Barre. Nel corso di questo decennio, ben quattro regioni somale (Somaliland, Puntland, Galmudug e Jubaland) hanno dichiarato la loro indipendenza, atti comunque mai riconosciuti dalla comunità internazionale.I debolissimi governi legittimi che si sono succeduti, sono sempre stati quasi totalmente sprovvisti di ogni tipo di controllo su un territorio dove la parola “anarchia” ha assunto il suo più vero significato.

Il questa situazione infernale il fondamentalismo islamico non si è certo lasciato sfuggire l’occasione di banchettare come un avvoltoio sui resti del corpo in disfacimento di questa nazione; la Somalia da paese africano laico è infatti progressivamente

scivolata verso l’integralismo. E’ indubbio che Al-Qaeda abbia allungato i suoi tentacoli in questa regione martoriata, tanto che nella totale assenza di ogni più elementare apparato statale, Al-Barakat, la potente finanziaria fondata da Bin Laden, divenne una sorta di banca centrale Somala. Negli ultimi anni allo scontro clanico si è sempre più sostituito quello religioso, ed i vecchi Signori della Guerra hanno progressivamente messo da parte le rivalità nella prospettiva di fronteggiare un ben più grande e comune nemico .

L’anno 2006 appena trascorso è stato per la Somalia un periodo di nuovi sconvolgimenti: tra il maggio ed il luglio scorso le Corti Islamiche, negli ultimi anni sempre più attive, si sono impadronite di Mogadiscio dopo una sanguinosa battaglia urbana,

respingendo le forze filo-governative verso Jowhar, e sono riuscite a tenere sotto controllo larga parte del sud della Somalia, in particolare la zona del Benadir, regione più popolosa e fertile della Somalia il cui dominio è sempre stato la chiave di volta per

il controllo dell’intero paese.A sbloccare questa situazione che ha visto le paure di tutto il mondo per la possibilità della creazione di un nuovo stato integralista sul modello di quello che fu l’Afghanistan dei talebani,  è stato l’intevento straniero. L’Etiopia, storico nemico della Somalia  appoggiando il governo di transizione ha iniziato lo scorso 28 novembre un’offensiva

contro l’Unione delle Corti Islamiche, liberando prima la città di Baidoa poi Mogadiscio, le forze integraliste incalzate dal potete esercito etiopico e tallonati dalla sua aeronautica si sono di fatto ritirate senza opporre molta resistenza.

Il pericolo della nuova trasformazione di Mogadiscio in una nuova città-trincea è stato scongiurato, mentre le forze islamiche si ritroverebbero oramai isolate ed avrebbero perso il controllo di tutti i maggiori centri urbani. L’intervento Etiope del presidente

Zenawi a supporto del governo provvisorio di Mohamed Ghedi, può essere considerato come  l’inizio di una terza fase della guerra civile somala (ma secondo alcuni analisti sarebbe la sesta fase), giunta nel 2007 al suo ventunesimo anno dall’inizio della sollevazione armata contro Siad Barre.

Ma questa nuova fase porta con se una serie di interrogativi su quello che potrebbe essere il futuro di tutta la regione del Corno d’Africa e di un possibile impegno internazionale. Il primo ministro Ali Mohamed Ghedi ha infatti invocato un repentino

intervento dell’ONU per cercare di stabilirzzare la situazione, ma non deve essere dimenticato che il suo governo si basa sul delicato equilibrio tra i vari Signori della Guerra, o per meglio dire sulla non opposizione di questi all’azione governativa stessa,

e che non è del tutto escluso che la violenza interclanica possa nuovamente riesplodere. Alla testa delle fazioni politiche e claniche che reggono il governo provvisorio, vi sono in gran misura personaggi largamente compromessi da un ventennio di guerriglie e guerre che hanno assunto negli anni ‘90 i toni cupi della più efferata pulizia etnica.

Un’altra grandissima incognita è rappresentata da quello che sembra essere il profilarsi di due fronti di nazioni intorno alle fazioni in lotta: ad esempio forze jihaidiste in Eritrea non ha esitato a schierarsi dalla parte delle Corti Islamiche in chiave

anti-etiope, così come in Somalia opera una vera e propria “legione straniera” di jihaidisti provenienti da diverse nazioni del Medio Oriente.Sull’altro fronte si sono schierati formalmente Uganda e Yemen. La possibilità che altre nazioni possano approfittare di questo conflitto per scendere in campo rimane in questi giorni presente, ma il vero pericolo è rappresentato dalla creazione in Somalia, di un nuovo logorante fronte di guerriglia tra forze governative ed etiopi (ed eventualmente truppe internazionali) e terroristi islamici, considerando che il leder delle Corti Islamiche Dahir Aweys è negli elenchi dei peggiori terroristi dell’ONU, questo terribile scenario non è una possibilità così remota.Come sempre il terrorismo islamico anche in questo caso ha sfruttato e sfrutterà una tensione regionale locale nell’ottica della creazione di un califfato islamico internazionale, e secondo un sistema ben sperimentato i burattinai del terrore continuano a muovere le loro marionette sfruttando una rete organizzativa su scala globale.Tutta la comunità internazionale in questo 2007 appena iniziato si ritrova dunque a non poter più ignorare le sanguoinose vicende della Somalia, paese dimenticato da più di un decennio che si ritrova oggi ad essere al centro degli equilibri geopolitici mondiali.

 

 

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