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Telegiornali e dibattiti di politica su chi deve fare il Presidente della Repubblica. Berlusconi sì, Berlusconi no. Sembra che il problema dell’Italia, oltre al Covid, sia solo questo.


In attesa della nuova stangata sul fronte dei consumi energetici, con relativa chiusura di attività economiche anche rilevanti e nuovi aumenti di disoccupazione oltre che di prezzi, cosa fanno le forze politiche nazionali? Discutono su chi dovrà essere il nuovo Capo dello Stato.Da mesi non si parla che di questo.

Naturalmente, l’informazione si adegua. Altri argomenti? Non pervenuti. Poco o niente, specialmente in politica estera che pure ha una parte importante in ambito internazionale, come nel caso della crisi Russia – Ucraina.

Facciamo un passo indietro senza perderci nella notte dei tempi. Nel 1920 durante la guerra civile russa fra eserciti Bianchi (controrivoluzionari) e Rossi (bolscevichi o comunisti), l’Ucraina voleva distaccarsi da quello che una volta era l’impero russo e rendersi indipendente. Entrambe le forze sopra citate cercarono di assicurarsi il territorio, sia per una questione di approvvigionamenti (in passato l’Ucraina era considerata il “granaio d’Europa”), sia dal punto visto delle risorse umane perché serviva per rimpiazzare le enormi perdite dei due eserciti contrapposti. Ovviamente, sia Bianchi sia Rossi facevano promesse, ma mentre i sostenitori del vecchio impero russo non nascondevano il proposito di un’Ucraina all’interno dei confini già definiti nel vecchio impero zarista (evento che non piaceva ai nazionalisti ucraini), i Rossi furono più astuti millantando garanzie sull’indipendenza, per poi rimangiarsi le parole spese appena la guerra volse a loro favore spegnendo così, con le maniere forti, ogni speranza di una nazione nuova e libera. Poi, arrivò l’Operazione Barbarossa (1941): l’attacco tedesco alla Russia comunista di Stalin. In un primo tempo i patrioti dell’Ucraina videro in questa invasione la possibilità di scrollarsi di dosso l’opprimente regime sovietico e per tale motivo fornirono anche truppe ausiliarie e una divisione di SS (secondo i dati disponibili si è trattato di circa 30.000 uomini). Successivamente, grazie all’incompetenza e arroganza del pazzo di Berlino, non se ne fece più nulla. Finita la guerra, i Rossi usarono il pugno duro per reprimere le spinte indipendentiste ancora esistenti. Si calcola che dal 1946 al ‘49, 500.000 persone siano state mandate in Siberia e nel 1959 il leader dei nazionalisti, Stepan Andriovic Bandera, fu assassinato a Monaco di Baviera da un agente sovietico. In seguito, fino alla dissoluzione dell’Unione Sovietica (1991), d’indipendenza, non se ne parlò più. Come si può leggere, fra russi e ucraini non è mai corso buon sangue: anzi, fra i due popoli c’è chi vorrebbe farlo scorrere in ben altra maniera.

Ora, in questa situazione, ci vogliono mettere il becco sia l’Europa sia gli Usa entrambe timorose che la nazione sia aggredita dallo zar Putin. A mio avvio, le motivazioni sono ben altre. L’Europa lo fa solo per accaparrarsi una nuova fetta di mercato economico dove esportare i propri prodotti e creare un altro stato cuscinetto a fronte di una chimerica invasione da est.  L’America, la cui politica estera è ormai latitante da diversi anni (oltre ad essere ancora succube della sindrome di Jalta (1945) in cui si fece fregare da Stalin), minaccia fuochi e fiamme.

Una situazione ridicola se non ci fossero i presupposti di uno scontro armato con gravi ripercussioni economiche da non sottovalutare.

E l’Italia?

Niente!

Siamo impegnati con il Covid, l’elezione del Capo dello Stato e a seguire le vicende della Royal Family ( meno male che gli inglesi hanno la Monarchia che costa molto meno dell’istituto repubblicano Italiano!). Comunque, meglio così, anche perché in politica estera non valiamo niente ormai da diversi anni. E’ strano, ma l’unico intervento estero di rilievo, fu fatto da Enrico Mattei, il potente capo dell’Eni, che durate la crisi iraniana del 1953 accolse lo Scià Resa Pahlavi a Roma, durante il suo temporaneo esilio, trattandolo come un sovrano, riuscendo così a fare entrare l’importante compagnia di bandiera Italiana in Iran, fino allora esclusivo dominio delle Sette Sorelle.

Termino dicendo che, visto l’esponenziale aumento dei costi energetici, si può proprio dire che le nostre aziende sono alla canna del gas e le famiglie tirano la cinghia.    

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