Sentenza stato mafia? Dubbioso ma rispettoso

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Il dubbio più grande riguarda la possibilità che, approfittando del periodo con la gente distratta da ben altri problemi quotidiani, o semplicemente distratta, si insabbi e si chiudano pagine scomode del passato.

 


Sono rimasto dubbioso leggendo della sentenza di appello sul processo trattativa stato-mafia, con l’assoluzione di Marcello Dell’Utri perché il fatto non sussiste e degli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Morti e Giuseppe De Donno ‘per non avere commesso il fatto’ .

Come sintetizza il Post: “i giudici hanno ritenuto vero che la mafia tentò di piegare lo Stato con gli attentati dei primi anni Novanta, e che dialogò con gli ufficiali imputati. Ma questi ultimi lo fecero per ragioni investigative, e non esercitarono pressione su politici e ministri perché cedessero alle richieste mafiose”.

Quanto a Dell’Utri, la sentenza dice che Bagarella tentò di fare arrivare le minacce a Silvio Berlusconi, ma Dell’Utri non veicolò quella minaccia.

Ho letto opinioni diverse e giornalisti che stimo, come Deaglio, hanno applaudito alla sentenza trovando campate in aria sia le accuse che le prime condanne; però i dubbi mi restano seppure, è chiaro, la sentenza va accettata.

E’ credibile la posizione delle forze dell’ordine, che hanno visto nella trattativa la possibilità  di arrivare ai capi mafiosi; mi domando solo chi ne fosse informato e se esistano documenti a comprovare questa strategia.

Quanto a Dell’Utri, può darsi che davvero abbia stoppato le richieste senza farle arrivare a Berlusconi, ma parliamo di chi già era stato condannato in via definitiva per concorso esterno, in quanto giudicato come collegamento tra Berlusconi e la mafia. E guarda caso nel decreto Biondi, che fu approvato proprio in quei giorni, c’era una piccola modifica che avrebbe alleggerito la custodia cautelare dei mafiosi e obbligava i magistrati a svelare le indagini in corso dopo solo tre mesi, di fatto annullandole.

Dubbi. Tanti dubbi. Ad esempio, ho letto su QN un’intervista all’ex ministro socialista Rino Formica, nel quale commentava la sentenza con “E’ la fine della magistratura militante”. Può darsi ma a me suona stonato quando aggiunge “Dieci anni fa c’era un orientamento ampio di opinione pubblica a favore di quella costruzione fatta dalla magistratura militante e attiva, della presunta vera storia d’Italia come storia di una politica che si era sposata e incrociata all’attività criminale della mafia in Italia”.

Forse sposata no, ma che ci andasse a letto spesso è innegabile, quindi incrociata senz’altro, ieri come oggi. Del resto Formica ha una ben strana idea delle istituzioni e della legalità se, da ministro, aveva proposto di sconfiggere la piaga del contrabbando assumendo nella pubblica amministrazione i ventimila e passa addetti del settore.

Ma il dubbio più grande riguarda la possibilità che, approfittando del periodo con la gente distratta da ben altri problemi quotidiani, o semplicemente distratta, si insabbi e si chiudano pagine scomode del passato.

Rispetterò la sentenza, dunque, ma con molte preoccupazioni, che una nota di Libera tende a confermare: “In attesa di leggere le motivazioni, la sentenza del processo d’appello ci allontana dalla verità e giustizia su uno dei periodi più oscuri della nostra Repubblica. Oggi, ancora di più, il nostro pensiero va ai tanti familiari delle vittime innocenti delle mafie che davanti a questa sentenza vedono acuire le loro ferite e il loro dolore”.

 

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