Sembravano uscire dalla preistoria gli uomini-gazzella

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano”L’Italo Calvino scrittore non necessita di presentazione. Meno noto, invece, è il Calvino giornalista. Questo articolo lo ha scritto in veste di inviato speciale per L’Unità alle Olimpiadi di Helsinki nel 1952.


L’Olimpiade[1] chiude i battenti. Le nostre valigie sono pronte. Abbiamo già in tasca il biglietto del battello che ci riporterà a Stoccolma, e di lì in patria. Già si pensa al giorno in cui a tavola potremo tracannare, al posto dei bicchieri di latte di questa Scandinavia pastorale, dei buoni bicchieri di vino rosso. Già si pensa al giorno in cui per le strade incontreremo ragazze brune, castane, rosse, e non più questa folla di paffute bionde finlandesi, tutte col naso all’insù.

Pure a staccarci dalle Olimpiadi ci piange un po’ il cuore, e per diverse ragioni, che ora v’enumererò. E un mondo in cui siamo vissuti per quindici giorni, un «microcosmo» davvero, cioè un piccolo universo, che riproduce i contrasti dell’universo grande ma in cui le virtù umane sono ingigantite e sembrano voler superare ogni difficoltà.

Prima di tutto, ci dispiace andarcene proprio ora che alle vittorie italiane cominciavamo a prenderci gusto. Confessiamo che verso la fine della prima settimana ci eravamo un po’ scoraggiati, e già ci andavamo dicendo: «Sì, queste Olimpiadi noi italiani possiamo guardarcele da semplici spettatori, in fondo non siamo parte in causa». Occasioni per fare il tifo sul serio per i connazionali ne avevamo ben poche. Il passo di Dordoni[2] per quei viali piovosi sembrava dovesse restare nei nostri ricordi come il culmine delle glorie azzurre a Helsinki. Poi le nostre fortune hanno preso un altro ritmo: gli a-fondo dei Mangiarotti[3], le virate della vela mediterranea di Straulino[4] in quel nordico pezzo di mare, la pedalata di Sacchi[5] hanno fatto sì che gli appassionati italiani, che hanno risalito l’Europa per sostenere col loro applauso i nostri atleti, si siano sentiti rinfrancati.

Nel grande magazzino «Stocknam», dove un’enorme tabella ha riportato giorno per giorno la classifica per nazioni (sconfessata ufficialmente ma sempre argomento di discussione), la bandiera italiana si è andata affiancando a cifre sempre più alte.

Per me poi, personalmente, la fine delle Olimpiadi arriva proprio nel momento in cui ero riuscito, io profano, a entrare appieno nel loro meccanismo, a viverle davvero. Adesso posso confessare che le prime giornate, in mezzo alla gran giostra delle gare più disparate, stentavo a raccapezzarmi, specie là nel grande stadio dell’atletica leggera, fra tante competizioni simultanee, fra tanti nomi che mi giungevano nuovi, fra tanti numeri. Alla fine degli otto giorni di atletica leggera, ero già un accanito appassionato. Così mi è successo per la pallanuoto, il nuoto, il ciclismo. Ma voglio parlare soprattutto dell’atletica, di quest’enorme spettacolo in cui ho trovato nuovi personaggi, nuove dimensioni di bellezza e di valore umano. Credo che resterò un appassionato d’atletica, ma tante rappresentanze di popoli diversi, tante figure che m’erano divenute familiari ed esaltanti, dove e quando le ritroverò?

Personaggi di vincitori o di sconfitti. Nina Dumbaze, cosi signorile e dolce che ci si dimentica d’aver di fronte una tale gigantessa e, più forte di lei, la Romaschova, la nuova vincitrice del disco, quella biondona dal tondo viso di ragazza ridanciana (e le parlai il mattino in cui tornava dall’aver vinto le semifinali, e non lo sapevo, e non sapevo nemmeno chi fosse, mi feci dettare il suo nome, ma mi lasciai scappare un’intervista preziosa, da vero novellino delle Olimpiadi quale ero!). E la francesina Blankers-Koen , che avrei voluto vedere ai suoi bei tempi, con i suoi calzoncini arancione, lei che in questa che sarà – dice – la sua ultima Olimpiade era la «mamma volante» in un senso diverso, di «anziana» ormai, di fronte a quelle formidabili ragazze-uccello, creature della foresta o della prateria, che sono le australiane Strickland e Jackson. E i giamaicani Rhoden, McKenley, Wint, Laing, questi uomini-gazzella, che paiono usciti da un graffito preistorico con quelle lunghissime gambe tutte tendini, con quel loro ritmo da metronomo, quella impassibilità che pare sovrumana, come se non facessero nessuno sforzo, come se fossero fermi, a cavallo di quelle gambe di compasso (come li ho visti uno dopo l’altro nella finale di staffetta che naturalmente vinsero, rimontando gli avversari come se fossero fatti di un’altra materia).

Personaggi gloriosi o quasi inosservati. Zatopek[6], col suo impegno tenace ma sempre pieno d’umanità, senza mai rovello, né accanimento rabbioso, grande personaggio popolare e, insieme, figura aristocratica. E non vorrei dimenticare nemmeno quella saltatrice che dal mio posto vedevo solo lontana e di schiena: la sud-africana Esther Brand che ha vinto il salto in alto. Ogni volta che partiva per un salto abbassava la testa, si metteva a posto le mutandine sempre con lo stesso gesto, eppure da lontano si capiva ch’era piena d’emozione e d’impegno, come una scolara un po’ timida e puntigliosa.

E ancora per quest’altra ragione dico a malincuore addio alle Olimpiadi: perché seguendo questo programma che mi ha obbligato a spostarmi continuamente da posti diversi e distantissimi sono entrato come meglio non avrei potuto nello spirito della città, di questa Helsinki che vuoi essere moderna e cosmopolita a tutti i costi e che mai riesce a farti dimenticare d’essere davvero un’«ultima Tuie», la capitale d’una landa lontanissima, una capitale che sa di pesce e di prato, cresciuta com’è in mezzo ai boschi e all’acqua. Cosa c’era di meglio, per distendere i nervi dal ritmo serrato di tanti avvenimenti, che andare alle gare di canottaggio a Meilhati, dove solo pochi spettatori andavano, di fronte a quel mare chiuso di rive, di foreste, d’abeti e faggi, tutto insenature di isole?

Finiscono le Olimpiadi e si spezza un’atmosfera che ci teneva tutti uniti. Il mondo della «guerra fredda» ringhiotte uomini che per quindici giorni hanno lottato cavallerescamente alla pari, applaudendo l’uno alle vittorie dell’altro, senz’altra misura di grandezza che il valore dei risultati raggiunti. Tra la verde penisola di Otanierni, residenza degli «orientali», e il bianco villaggio Kapyia, sede degli «occidentali» la distanza era presto superata. Ora la propaganda dei guerrafondai riprende a martellare sui bianchi, sui negri, sui gialli che si avviano via «Occidente», le loro parole d’odio corrono verso i fratelli che prendono la via d’Oriente e tornano alla loro vita di pacifico lavoro. E questa la ragione per cui più ci rincresce che le Olimpiadi di Helsinki siano finite. Ma è anche la ragione per cui crediamo che abbiano gettato un seme che fruttifichi non solo di quattro anni in quattro anni nelle Olimpiadi sportive, ma subito e ovunque, nel cuore dei popoli.

Italo Calvino

 (da «l’Unità», 3 agosto 1952)

Tratto da: Dal giornalismo alla letteratura – A cura di Gaetano Afeltra e Silvana Cirillo

Ed. Einaudi Scuola – Milano 1994 (Pag. 91 e segg.)

 

 “Ora la propaganda dei guerrafondai riprende a martellare sui bianchi, sui negri, sui gialli che si avviano via «Occidente», le loro parole d’odio corrono verso i fratelli che prendono la via d’Oriente e tornano alla loro vita di pacifico lavoro.”

Pennellata di classe dello scrittore-giornalista che il 3 agosto del 1952, a soli sette mesi e due giorni dalla morte di uno dei più grandi benefattori dell’umanità (anzi, possiamo affermare che fu il più grande in assoluto), sente la necessità impellente di sottolineare, con una visione tanto nitida della realtà quanto scevra da ogni condizionamento ideologico, come la propaganda dell’Occidente guerrafondaio martellasse sui bianchi, sui negri, sui gialli (s’è dimenticato dei Pellerossa) le sue parole di odio verso i fratelli buoni che stavano per prendere la via del paradiso in Terra, l’Oriente sovietico. Quel paradiso dove tutti erano pacifici lavoratori, con un tenore di vita invidiabile e, sopra ogni altra cosa, con un dono inestimabile: la Libertà.

Di lì a quattro anni avrebbero teso la mano fraterna e pacifica anche ai fratelli magiari.

 

 




[1] Olimpiade: quella di Helsinki, nel 1952, fu la XV edizione delle Olimpiadi moderne. L’Italia ottenne il quinto posto nella classifica per nazioni, avendo conquistato 8 medaglie d’oro, 9 d’argento e 4 di bronzo.

[2] Dordoni: Giuseppe Dordoni (1926), marciatore; vinse la medaglia d’oro nella gara dei 50 chilometri .

[3] Mangiarotti: Edoardo Mangiarotti (1919), schermidore; medaglia d’oro nel fioretto maschile.

[4] Straulino: Agostino Straulino, velista; vinse la medaglia d’oro per la vela nella classe «star».

[5] Sacchi: Enzo Sacchi, ciclista; medaglia d’oro nelle gare di velocità.

[6] Zatopek: Emil Zatopek (1922-1992), podista cecoslovacco, vincitore, quell’anno, della medaglia d’oro sui 5.000 e 10.000 metri .

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