Segnali di ripresa

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Ma che ripresa è quella che non allarga la fascia di benessere? Che non ha proporzionali ricadute sull’occupazione, in particolare quella giovanile e quella femminile; non dà, a chi pure ne avrebbe voglia, ‘speranza’ attraverso un percorso occupazionale ‘garantito’ da ammortizzatori sociali. Anzi, tornano ad aumentare i contratti a termine, quelli che impediscono una qualsiasi programmazione di vita.

 


Nel mondo, fra una cannonata e l’altra, fra un esodo biblico e un altro, fra una siccità e un terremoto,  ci dicono si respiri aria di sviluppo, di crescita, di produzione industriale con il segno più.

L’Italia, secondo chi racconta la sua postverità politica, tenta a fatica di salire sul treno, o invece sta già nei corridoi muovendo verso la testa del convoglio, con meta un futuro di benessere.

Come dichiara il ministro Padoan a proposito delle proiezioni di Bankitalia di una crescita economica all’1,4%:  “”I numeri sono importanti e positivi, ma soprattutto sono il frutto di un’accelerazione degli investimenti””; sono sorti “”più capannoni, più industrie”” e queste “”sono cose che restano e creano occupazione””. “”Siamo uno dei Paesi più virtuosi dal punto di vista fiscale; caso unico in Europa assieme alla Germania. Continuiamo così e cresciamo e il debito pubblico scomparirà da solo””.

Peccato che a maggio il debito pubblico sia salito a 2.278,9 miliardi, 8 in più in un mese e continuiamo a spendere soldi che poi dovremo ripagare. Facciamo festa con le risorse dei nostri figli. Non solo, mi domando come si possa chiamare ripresa qualcosa incapace di allagare la fascia di benessere.

L’aumento della ‘ripresa’ economica non ha proporzionali ricadute sull’occupazione, in particolare quella giovanile e quella femminile; non dà, a chi pure ne avrebbe voglia, ‘speranza’ attraverso un percorso occupazionale ‘garantito’ da ammortizzatori sociali. Anzi, tornano ad aumentare i contratti a termine, quelli che impediscono una qualsiasi programmazione di vita.

Non a caso gli Italiani continuano ad essere pessimisti. Secondo il rapporto Tecnè e Fondazione di Vittorio: “il 20% degli intervistati teme un ulteriore peggioramento delle proprie condizioni economiche nel prossimo futuro, il 70% pensa che non cambierà nulla e solo il 10% si attende un miglioramento. In questo quadro, solo il 4% si sente economicamente e socialmente più sicuro rispetto a un anno fa, il 32% giudica peggiorata la propria situazione economica mentre il 24% si sente più vulnerabile e fragile”. L’ascensore sociale carica salendo il 7% degli intervistati, ma si affolla scendendo del 38%

Che senso ha allora parlare di ‘ripresa’, anche di ‘ripresa economica’ se non cala il numero dei poveri e delle famiglie indigenti?  Nel 2015, nella sazia Emilia-Romagna, pur stando sotto la media nazionale del 6,2%, la quota dei nuclei in povertà assoluta è arrivata al 4,2%. Quelle meno abbienti raggiungono il 16% ma dispongono soltanto del 6% di reddito; sparisce la classe media, risucchiata in parte nella classe più povera.

L’indice nazionale di deprivazione materiale sale nel 2016 dall’11,5% all’11,9%, con una situazione di disagio elevato per le famiglie la cui persona di riferimento e in cerca di lavoro o con lavoro part time, per i genitori single con figli minori, per gli abitanti del Mezzogiorno.

La sociologa Chiara Saraceno sostiene che la diffusione dei cosiddetti ‘cattivi lavori’ insieme al taglio del welfare potrebbe interrompere l’equazione che aumento dell’occupazione significhi via d’uscita dalla povertà (Accanto al welfare retrenchment – sostiene – o alle mancate riforme del welfare in direzione più equa, un errore gravissimo, a mio parere è continuare a pensare che la disoccupazione e la povertà siano un problema di offerta e non soprattutto di domanda, ponendo quindi tutto il peso della responsabilità sugli individui, e non sulle strategie sbagliate degli attori politici, imprenditoriali, finanziari).

 

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