Se più lavoro è più povertà, che lavoro è? … e lo sciopero dei ceramisti

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Massimo Gramellini, nella rubrica Il Caffè del Corriere della Sera, ha ieri così descritto l’Italia: “Una persona su dieci vive sotto la soglia minima di povertà, il ceto medio si assottiglia ogni giorno di più, un lavoratore dipendente che può contare solo sul proprio stipendio non riesce a sbarcare il lunario e un laureato su tre si deve accontentare di un impiego per il quale non è richiesta la laurea.

I giovani sono diminuiti di cinque milioni nel giro di trent’anni e la parte più istruita di loro si divide tra chi è andato all’estero e chi non vede l’ora di andarci. A causa della mancanza di soldi e di lavoro due trentenni su tre vivono ancora in casa con i genitori, i fidanzamenti si sono allungati a dismisura, come l’adolescenza, e per strada è più facile avvistare un ufo che una culla. Nessuna famiglia riesce più a risparmiare alcunché e grava oltretutto un debito pubblico di 2.894 miliardi di euro che rende praticamente impossibile mettere dei correttivi alle disuguaglianze”.

Non sono dati ‘comunisti’. Gramellini cita il Rapporto Italia 2024 dell’Istat. Ma allora se questa è l’Italia vera, dov’è l’Italia che ci viene venduta in ogni tg e in ogni discorso? L’Italia apparentemente felix perché ci sono 600.000 posti di lavoro in più? Che lavoro è quello che produce povertà?

Prendiamo lo sciopero del settore ceramico dei giorni scorsi, che ha visto a Sassuolo duemila addetti davanti alla sede di Confindustria Ceramica e un’adesione altissima. Parliamo di un settore nel quale i rapporti sindacali sono sempre stati costruttivi, ma ora, per il rinnovo del contratto, le contraddizioni del sistema saltano fuori. Come scrivono i sindacati: “I lavoratori e le lavoratrici del comparto vengono da anni di pesanti sacrifici, affrontati con responsabilità esemplare e contribuendo a sostenere il ceramico nei momenti durissimi della pandemia e della carenza di materie prime conseguente allo scoppio della guerra ad est. Per contro, il mondo industriale ceramico ha potuto realizzare record su record di fatturato. Oggi non può trincerarsi dietro ad una contrazione delle vendite per impedire che l’equità salariale faccia il suo corso”. E invece è quello che avviene in ogni comparto, con la forza lavoro come unica variabile sulla quale agire sempre più spesso attraverso l’esternalizzazione di reparti, la sostituzione di personale esperto con assunti alle prime armi per pagarli meno, la sparizione dei sistemi premianti sostituiti da livellamento e spersonalizzazione, con l’idea che uno valga l’altro, catene di comando sempre più lontane e sempre più basate sulla finanza.  

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Una risposta

  1. I soliti noti
    Mi stavo chiedendo da tempo : come mai i media stanno diffondendo con toni trionfalistici notizie estremamente confortanti in merito ai dati economici, con in testa quelli sull’occupazione in genere e su quella giovanile in specie ?
    Quando poi il dato più importante, quello sul debito pubblico, era estremamente preoccupante, essendo stati bruciati 106 miliardi in pochi mesi ed avvicinandosi sempre più la soglia psicologica del 3000 miliardi di euro ( siamo intorno al 2900 ora ) che costituirebbe per tutti gli economisti non ammanicati il non ritorno , il default per l’azienda Italia e l’inevitabile commissariamento .
    Da sempre nell’imminenza dei turni elettorali coloro che governano si affannano a buttare fumo negli occhi degli elettori lodando il proprio operato e prospettando un futuro radioso nel caso che l’elettorato dovesse confermarli alla guida del Paese, della regione o del Comune.
    Da decenni ormai anche nei piccoli comuni prima delle elezioni è invalsa l’usanza di dare in pasto all’opinione pubblica il cosiddetto bilancio di mandato , che costituirebbe una sintesi delle cose fatte nel quinquennio di gestione di questa o quella amministrazione.
    Ovviamente vengono evidenziati i dati che fanno più comodo, quelli che possono catturare più facilmente l’attenzione degli elettori e tradursi in altri consensi e voti per l’amministrazione uscente.
    E’ il classico tentativo di captatio benevolentiae che spesso dà i suoi frutti perché la gente si lascia abbagliare dalle immagini di libricini in carta patinata e coloratissimi, la cui realizzazione spesso viene commissionata a professionisti esterni , che hanno una sola mission : produrre un documento che non sia necessariamente aderente alla realtà ma che possa catturare voti .
    Io penso che un bilancio di mandato serio dovrebbe essere estremamente scarno : da una parte gli obiettivi contenuti nel programma elettorale e dall’altra i risultati ottenuti.
    Ma un simile bilancio non sarebbe idoneo a catturare consensi perché ben difficilmente , anche per una serie di motivi contingenti, come la crisi economica, quella sanitaria, quella energetica ed altro, vi potrebbe essere perfetta corrispondenza tra promesse fatte e realizzazioni.
    Al di là delle contingenze descritte vi è il vizietto trasversale di promettere mari e monti agli elettori pur di vincere le elezioni.
    Ricordo che nel 2018 il semper ridens Giggino, prima pentastellato e poi passato ad altri lidi per tirare a campare, promise addirittura l’abrogazione della povertà e la felicità che sarebbero state dispensate a piene mani con il demenziale Reddito di Cittadinanza.
    Il RDC fu dato a cani e porci attingendo al Pozzo di San Patrizio , che era il debito pubblico, facendolo schizzare sin quasi al default .Chi non ricorda Giggino che, affacciandosi dal balcone di Palazzo Chigi , con il solito sorriso Durban’s, mostrò alla gente sottostante il dito indice e medio ( alla Churchill ) in segno di vittoria , come se avesse vinto al superenalotto mentre invece aveva aumentato il debito pubblico di due punti percentuali, aprendo un’altra voragine nei conti pubblici.
    E’ di tutta evidenza che quella che ci viene ammannita oggi da media e social è solo informazione di regime che fa a pugni con una realtà economica sempre più difficile.
    Hanno poco da essere allegri figli, nipoti e successive generazioni perché il governo Meloni, proseguendo il trend dei suoi predecessori , sta lasciando loro solo macerie e terra bruciata.
    Quello che sta poi succedendo nel settore ceramico non è niente altro che la storia di sempre: quando c’è da stringere la cinghia nel caso di crisi economica generale ne fanno le spese i lavoratori e solo in minima parte i padroni.
    Quando finisce la crisi gli imprenditori si arricchiscono e fanno finta di non accorgersi che il vento è cambiato e che sarebbe giusto ridistribuire le ricchezze accumulate tra i lavoratori aumentando i salari che erano rimasti inalterati o addirittura diminuiti per anni , prescindere dalle esternalizzazioni selvagge e non optare sistematicamente per le assunzioni a termine improprie.
    Vi sarebbero poi quelli che sono rimasti senza lavoro perché alcune aziende hanno abbassato le saracinesche per sempre nel corso della crisi sanitaria prima e di quella energetica dopo.
    Per questi sarebbe opportuno imporre l’obbligo del reinvestimento del surplus per creare nuovi posti di lavoro per quelli che lo hanno perso a causa della crisi economica.
    Purtroppo continua a restare lettera morta la responsabilità sociale d’impresa prevista dall’art 41 della Carta Costituzionale, che è rimasta mera enunciazione di principio in assenza di norme attuative.

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