Se Otello scende in piazza

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""Pagine memorabili del giornalismo italiano""Esattamente trentatré anni orsono, l'8 dicembre del 1976, Montanelli pubblicò su ""Il Giornale Nuovo"", un articolo dedicato alla serata inaugurale della Scala, serata per la quale si erano temute azioni violente da parte dei gruppi extraparlamentari di sinistra.

I nostri cronisti dislocati sul posto ci telefonano che, salvo sorprese durante il corso della rappresentazione o dopo, la Scala ha potuto inaugurare la sua stagione senza l’invasione che si paventava. Questo è certamente dovuto alle misure di sicurezza ch’erano state predisposte dai pubblici poteri, ma forse anche a un accordo fra i partiti che si erano impegnati a fare quanto potevano per impedire i disordini. Per partiti naturalmente s’intende quelli di sinistra perché la minaccia stavolta, anche se non da loro, veniva dalla loro parte.

Tuttavia, nonostante lo scampato pericolo di ieri sera, il Natale non si annuncia molto allegro. Noi non vorremmo incupirne ancora di più la vigilia facendo i profeti di sventura. Ma dobbiamo dire a nostri lettori che c’è in giro qualche preoccupazione. A Milano i pubblici poteri temono un concentramento di gruppuscoli extraparlamentari per un’azione eversiva in piena regola, a tempi lunghi e a studiato crescendo: blocco di strade e mezzi di trasporto,occupazione di uffici, autoriduzioni nei locali pubblici, saccheggio di negozi, eccetera. Già stanotte ne abbiamo avuto alcuni sanguinosi assaggi.

Il piano sarebbe finalizzato a scopi ben precisi: creare nella pubblica opinione un panico tale da farle digerire, se non addirittura reclamare, quel «governo di emergenza» che comunisti e filocomunisti non si stancano di auspicare e che verrebbe presentato come l’unico capace di far fronte al caos e di ristabilire l’ordine. Insomma, una «strategia della tensione» alla rovescia in vista di qualcosa che dal «golpe» si differenzierebbe solo nel nome.

Naturalmente noi non ci sentiamo di giurare che tutto questo avverrà, anzi l’esperienza c’insegna che le previsioni quanto più sono date per certe tanto meno si avverano: in Italia di vigilie rivoluzionarie ce ne sono state molte, ma di rivoluzioni punte, nemmeno quelle che poi sono passate per tali. Riferiamo solo ciò che ci risulta non per provocare inquietudini fra i nostri lettori, ma perché non si lascino sorprendere dagli avvenimenti, se ci saranno, e non vi reagiscano in modo da secondarne il disegno.

Di chi sia questo disegno, noi non sappiamo. I più vi ravvisano, o vi sospettano il marchio di fabbrica comunista. Ma noi non ne siamo del tutto convinti. I rapporti che il Pci intrattiene con gli extraparlamentari sono, a dir poco, ambigui. Esso declina ogni responsabilità nelle loro iniziative, li sconfessa, li condanna. Ma questa condanna non arriva mai al ripudio, e rimane sempre nel generico. Nei casi concreti, diventa il più delle volte semplice deplorazione, addolcita dalla concessione di tutte le attenuanti: sì, sono ragazzacci, ma il loro estremismo, per quanto deplorevole e controproducente, trova ampie giustificazioni nelle ingiustizie della società capitalista, nelle provocazioni della polizia eccetera: un linguaggio in cui si avverte il tono, più accorato che indignato, del padre verso il figlio deviazionista, ma recuperabile. E del resto, che questo rapporto ci sia, lo ha dimostrato proprio l’episodio della Scala. Dei partiti che si erano impegnati a far sì che l’ordine non venisse turbato, l’unico che poteva agire in questo senso era, è chiaro, quello comunista. E ciò potrebbe indurre alla conclusione che quindi al partito comunista debba andare la responsabilità del tentativo eversivo, se dovesse verificarsi.

Noi a questa conclusione non arriviamo perché le responsabilità non siamo abituati a ricostruirle con sillogismi. Ma una cosa crediamo di poterla dire con assoluta certezza: che della sovversione, se dovesse scoppiare, i beneficiari sarebbero i comunisti, in quanto gli unici in grado di domarla.

In questo caso noi ci troveremmo a rivivere un’esperienza già vissuta, che dovrebbe averci insegnato a cosa conduce la resa alla paura. Fra il ’21 e il ’22 Mussolini, dopo aver scatenato le sue squadracce, riuscì a persuadere gl’italiani che lui solo avrebbe potuto ricondurle alla ragione e ristabilire la pace e la legalità, se gliene avessero affidato lo strumento, cioè il potere. Fu così che lo conquistò. E il seguito della storia lo sappiamo tutti.

Non ci sogniamo di fare accostamenti e paragoni. Sul piano ideologico, culturale, organizzativo, il fascismo fu, in confronto al comunismo, un episodio di goliardia. Ma una cosa il suo duce l’aveva capita, della quale i comunisti mostrano di avere fatto tesoro: che in Italia al potere ci si va non da rivoluzionari, ma da restauratori: non sull’ala delle grandi speranze, ma su quella delle grandi disperazioni.

Ricordiamocelo, se domani le condizioni dell’ordine, o meglio del disordine pubblico dovessero ancora deteriorarsi.

                                                                         

 

 

il Giornale nuovo – 8 dicembre 1976

 

Non mi sono chiare alcune cose.

In che modo il «governo di emergenza» , da tempo auspicato da comunisti e filocomunisti, avrebbe fatto fronte al caos?

Con quali mezzi avrebbe domato la sovversione?

E come avrebbe ristabilito l’ordine?

Sarebbe stato sufficiente uno schioccar di dita, come sembra lasciar intendere Montanelli?

O sarebbe ricorso agli strumenti di cui il potere dispone per disperdere prima e incriminare poi quei “ragazzacci”?

E come mai i maestri dell’alta politica che si trovavano al potere, in virtù del voto degli italiani e con il dovere imprescindibile ed ineludibile di esercitarlo, non furono capaci di far fronte al caos ormai dilagante da qualche anno e di ristabilire l’ordine?

Mancavano i mezzi? Ebbero paura? O erano affaccendati in altre cose più importanti?

Eppure quelli erano i tempi dell’alta politica, dei politici di professione e di vocazione, e allora viene quasi il sospetto che le “altre cose più importanti” cui prestare la primaria attenzione fossero per quei maestri (non ne cito alcuno per non dimenticarne nessuno) i valzer dei governi balneari, le mazurke dei governicchi con i conseguenti girotondi sulle poltrone, le convergenze parallele, la convenzione truffaldina del cosiddetto “arco costituzionale” e quel capolavoro di strategia e di alta politica che va sotto il nome roboante di “compromesso storico”. Ma è solo un sospetto.

Se qualcuno li avesse dimenticati, rilegga per cortesia il susseguirsi dei governi di quegli anni:

V Legislatura

24 giugno 1968 – 12 dicembre 1968   Governo Leone II: DC DC                                 mesi 6

12 dicembre 1968 – 5 agosto 1969     Governo Rumor I: DC DC-PSI-PSDI-PRI        mesi 8

5 agosto 1969 – 27 marzo 1970           Governo Rumor II: DC DC                                                mesi 8

27 marzo 1970 – 6 agosto 1970           Governo Rumor III: DC DC-PSI-PSDI-PRI      mesi 3

6 agosto 1970 – 17 febbraio 1972      Governo Colombo: DC DC-PSI-PSDI-PRI      mesi 19

17 febbraio 1972 – 26 giugno 1972    Governo Andreotti I: DC DC                                            mesi 4

VI Legislatura

26 giugno 1972 – 7 luglio 1973                          Governo Andreotti II: DC DC-PSDI-PLI                         mesi 12

7 luglio 1973 – 14 marzo 1974                             Governo Rumor IV: DC DC-PSI-PSDI-PRI      mesi 8

14 marzo 1974 – 23 novembre 1974   Governo Rumor V: DC DC-PSI-PSDI                              mesi 9

23 novembre 1974 – 12 febbraio 1976              
Governo Moro IV: DC DC-PRI                                         mesi 14

12 febbraio 1976 – 29 luglio 1976       Governo Moro V: DC DC                                  mesi 6

VII Legislatura

29 luglio 1976 – 11 marzo 1978                           Governo Andreotti III: DC DC                                         mesi 19

11 marzo 1978 – 20 marzo 1979           Governo Andreotti IV: DC DC                                         mesi 13

20 marzo 1979 – 4 agosto 1979           Governo Andreotti V: DC DC-PSDI-PRI         mesi 4

Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Elenco_dei_governi_italiani#Governi_della_Repubblica

Quattordici giri di valzer in undici anni. Tutto questo mentre l’Italia, con un tasso d’inflazione del 22%, stava andando a rotoli economicamente, mentre si sgretolavano i baluardi ed i princìpi che l’avevano fatta rinascere nel dopoguerra, mentre si liquefaceva il tessuto sociale, mentre era in atto da anni una sedizione tanto sanguinaria quanto sordida, finalizzata alla conquista del potere.

A questo punto qualcosa mi si chiarisce, il sospetto si consolida e diviene quasi certezza, perché gli Italiani hanno finito col provare nei decenni a seguire sulla loro pelle e con il loro sangue quali frutti siano maturati da quei girotondi sulle poltrone, da quei bizantinismi evanescenti, da quell’ignavia diffusa, da quella codardia e da quell’insipienza conclamate, da quegli infimi e infami interessi di spaccio aziendale.

Il seguito di quella storia è noto a noi tutti purtroppo, perché l’onda lunga di quel liquame è giunta fino a noi.

E qualche sughero (delicata e nobile metafora) vi galleggia ancora.

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