Scandalo: si censura l’informazione

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La verità è che per decenni gran parte degli italiani non se ne è interessata facendosi i fatti propri e restando in una beata ignoranza grazie alla complicità della politica.

 


Ha tenuto banco per diversi giorni, una stucchevole polemica sull’eventuale censura subita da un cantante rap per alcune esternazioni fatte durante una trasmissione nella tv di stato. Apriti cielo, autorevoli opinionisti e politici, si sono alternati con fiumi di parole per rivendicare l’atteggiamento di rispetto nei riguardi dei diritti delle minoranze e dei gruppi socialmente più deboli che, tradotto e abbreviato, sfocia nel politicamente corretto. Una passerella, che in alcuni casi è stata accompagnata dalla solita marchetta per la presentazione del loro ultimo sforzo editoriale.

Niente di nuovo per chi segue la politica ed ha cervello e portafoglio senza etichetta politica. Facciamo un passo indietro per capire dove è iniziato questo sistema. Nel dopo guerra, fino alla fine degli anni ‘60 (bene o male), grazie anche alla pluralità dell’informazione cartacea, tante erano le testate con riferimento alla politica dei vari partiti, anche perché c’era fame di conoscenza da parte di un elettorato che cercava di capire di più sull’orientamento dei movimenti politici, stanco delle veline dell’agenzia Stefani. Certo, lo Stato vigilava! Nel 1958, il primo caso conosciuto. Totò, il grande comico napoletano, diede inizio a tutto aprendo il vaso di Pandora, per aver detto durante la trasmissione televisiva Il musichiere: – Viva Lauro -. Quest’ultimo, altri non era che uno dei capi del partito monarchico (forte nel meridione d’Italia) e che dava fastidio alla Dc. Apriti cielo: intervennero i dirigenti Rai della Democrazia Cristiana, pare sollecitati dal ministro dell’Interno Tambroni, che non fecero più partecipare l’attore per diversi anni ai programmi televisivi. Poi, vennero i casi di Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi, Dario Fo e Franca Rame, solo per citare i più conosciuti. La grande censura, però, arrivò negli anni ‘70 interrotta dall’avvento delle radio e televisioni private, canali d’informazioni difficili da controllare. Lo capirono ancora meglio i partiti i quali corsero ai ripari pretendendo e ottenendo quote di rappresentanza nelle dirigenze e quindi di decisione su chi e che cosa mandare in onda. Non a caso nel 1979 nasce la Rai 3, meglio conosciuta come Tele Kabul grazie a Sandro Curzi, di chiara osservanza al Partito Comunista Italiano. Ora, mi sembra ovvio che se sei in Parlamento, una poltrona nel CdA della Rai, specialmente se ben retribuito, non si nega a nessuno. Quindi, gli italiani non si devono stupire e possono stare tranquilli: passata qualche settimana tutto tornerà come prima, compreso la beata ignoranza (senza offesa), degli italiani.

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