Sbarchi: alla radice del problema

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Un sottile senso di colpa è stato insinuato nelle coscienze degli italiani, tanto da addormentare l’innato istinto alla difesa del territorio e quel sano egoismo che da secoli guida i popoli all’auto-conservazione. E così abbiamo assistito impotenti all’invasione. 


Gli ultimi 900 morti nel Mediterraneo potrebbero essere la goccia che fa traboccare il vaso della rassegnazione di fronte all’invasione cui è sottoposta l’Europa e l’Italia in primis. Dopo questo shock l’opinione pubblica, narcotizzata dal buonismo e dal cosmopolitismo, comincia a scuotersi e a porsi il problema di come fermarla.

 

Sono anni che i media ripetono questo ritornello: quelli che arrivano sui barconi sono dei disperati che noi ricchi europei abbiamo il dovere di salvare, accogliere, nutrire, mantenere. Se lo facciamo siamo buoni. Se non lo facciamo siamo cattivi. E vai con le immagini toccanti di un bambino annegato o di una madre gravida. Il ricatto morale è evidente. Ma come – dicono le immagini- sei talmente egoista da essere indifferente alle sofferenze di questi esseri umani?  Se non accetti di accoglierli sei davvero un malvagio!

 

Un sottile senso di colpa è stato insinuato nelle coscienze degli italiani, tanto da addormentare l’innato istinto alla difesa del territorio e quel sano egoismo che da secoli guida i popoli all’auto-conservazione. E così abbiamo assistito impotenti all’invasione.

 

Ci sono voluti gli ultimi 900 annegati per costringere l’opinione pubblica a sollevare lo sguardo oltre il giubbotto salvagente arancione dell’ultimo sbarcato per guardare l’Africa e considerare che lì sta l’origine del problema e che non possiamo permetterci di far arrivare da noi quel milione che si accinge a imbarcarsi nei prossimi mesi. Qualcosa – cominciano a dire- bisogna fare!

 

Chi vuole il blocco navale, chi distruggere i barconi, chi organizzare campi d’accoglienza in Libia, chi l’invasione militare.

 

E’ ovvio che delle misure d’emergenza devono essere prese. E quella dell’azione militare limitata alla distruzione sistematica dei barconi, fino a rendere non redditizio il business che sta dietro gli sbarchi, pare la soluzione più ragionevole. Tuttavia affrontare il problema nei suoi effetti, disinteressandosi della causa, significa vanificare qualunque sforzo. E la causa sta nel fatto che l’Africa da sola non si salva. Ha bisogno dell’Europa. La politica degli aiuti internazionali è fallita. Gli stati nati dalla decolonizzazione sono in gran parte incapaci di garantire i bisogni primari ed il rispetto dei diritti fondamentali.

 

La Lettera Politica n.122, consultabile al link http://www.iniziativaveneto.com , pubblicata nel 2009, indica una soluzione, al di là di ogni ipocrisia, nell’interesse nostro e degli africani

 

 

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