San Geminiano, Vescovo

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In onore e rispetto della città di Modena e dei suoi abitanti, Bice, in questo numero riserva un doveroso spazio al suo Santo patrono

  La fiera Sant’Antonio abate, protettore degli animali, venerato in tutta Italia,  è una sorta di grande “prova tecnica generale” della fiera di Geminiano tutta esclusivamente modenese: ricorre il 31 gennaio, è dedicata al santo protettore della città la cui esistenza ed opera  è tanto legata ed interconnessa alla storia di Modena al punto che nei documenti dell’alto medioevo Mutina fu definita “Civitas Geminiana”.

Fiera che si svolge il 31 gennaio, giorno della morte avvenuta nel 397 o (oppure nel 393 o  nel 394).

 

La storia.

Pochi sono i testi e i fatti realativi al fondatore e consolidatore del cristianesimo a Modena che fu ordinato diacono nel 350 d.C. dal vescovo Antonio o Antonino.

Fu poi eletto vescovo per acclamazione, pare, nel 355: occupò dunque a lungo la cattedra vescovile in una Mutina, ex fiorente colonia romana (secondo la famosa definizione ciceroniana) descritta poi come “cadavere di città semidistrutta” dal vescovo di milano Ambrogio nella “Vita Ambrosii.

Geminiano ed Ambrogio operarono in modo talmente incisivo nell’opera di diffusione del cristianesimo ed, al contempo, nel governo civile e politico delle loro città, al punto che i modenesi sono chiamati “geminiani” come i milanesi “ambrosiani”. Privilegio di cui godono anche i bolognesi chiamati anche “petroni” grazie al vescovo Petronio che è di epoca successiva a Geminiano e ad Ambrogio.

Pare assodato che Teodulo,  prete fiduciario e notaio di Geminiano Vescovo di Modena, fu anche suo probabile successore nella cattedra vescovile in un anno imprecisato. Sono infatti scarse  le testimonianze dell’epoca ad esclusione della Vita di Sant’Ambrogio, promotore del noto concilio tenuto a Milano nel 390 al quale prese parte Geminiano senescente accompagnato dal segretario Teodulo.

Geminiano nacque povero di beni, probabilmente a Cognento nel 313, anno dell’Editto di Milano emanato dall’imperatore Costantino. Editto che rese possibile e praticabile la religione cristiana. Geminiano operò in anni compresi tra il 343 ed il 397, nella seconda metà del IV secolo. Suo predecessore fu Antonio ricordato nell’Apologia contro gli ariani.

Solo i poveri  potevano all’epoca divenire chierici. Geminiano è stato acclamato con esultanza vescovo sia dai cittadini che dal clero: emblema dell’identificazione tra la comunità civile e  quella religiosa. Poco si sa del suo episcopato come poche sono le testimonianze sicure sulla sua vita, ad eccezione de la “Vita Brevior” risalente alla fine del IX secolo e la “Vita Longior” dell’XI secolo, dove si narra del viaggio a Costantinopoli compiuto per esorcizzare la figlia dell’imperatore Giovano. Difficile però è distinguere i fatti storici dalle alterazioni ascrivibili al culto devozionale ed alla tradizione orale e scritta accumulatasi nel tempo.

Fu vescovo in un periodo importante che vide il definitivo trionfo nella pianura padana del cristianesimo avversato, in seguito, solo dall’imperatore pagano Giuliano l’apostata, imperatore tra il 361 ed il 363, col trionfo del cristianesimo riconosciuto poi come religione ufficiale dell’impero nel 380, anno dell’editto di Tessalonica, emanato dall’imperatore Teodosio.

Fu proprio Geminiano colui che cristianizzò Modena, come fu Ambrogio a cristianizzare Milano. Sull’architrave della porta dei principi sono meravigliosamente illustrate dallo scultore Wiligelmo le storie ed i miracoli di San Geminiano: sei episodi della sua vita, prima volta nella storia dell’arte scultorea in cui si raccontano episodi della vita di un santo.

Due riquadri si riferiscono al viaggio del vescovo a Costantinopoli dove gli attribuirono il miracolo di aver liberato dal demonio la figlia dell’imperatore Gioviano.

Infine le ultime formelle del ritorno a Modena e della triste morte datata al 31 gennaio 397 con la sepoltura della salma. Fu sepolto, per suo espresso volere, in una pietra semplice e rozza, senza epigrafi altisonanti o magniloquenti, la stessa pietra di marmo dove tuttora sono contenuti i suoi resti. Nei decenni successivi, Modena registrò una progressiva rinascita dei commerci, della giustizia e delle attività  artigianali : un rinsaldarsi della comunità.

Secoli dopo, nel culmine nella lotta per le investiture tra papato ed impero, in sostituzione della precedente cattedrale fatiscente, nel 1099, i cittadini modenesi ed i canonici edificarono tra il 1099 ed il 1106, col concorso dell’architetto Lanfranco la splendida cattedrale modenese che, proprio nel 30 aprile 1106 divenne la effettiva e degna casa di San Geminiano, poiché nella cripta dell’abside fu traslata la pietra marmorea contenente le reliquie del santo.

Tra il 7 e l’8 dello stesso anno, fu effettuata la ricognizione (la riapertura della tomba) delle reliquie di Geminiano alla presenza di Matilde di Canossa, dei clerici e dei cives e di papa Pasquale II che consacrò definitivamente l’altare. In seguito papa Lucio III consacrò il duomo il 12 luglio 1184 e fu, in quell’occasione, riaperta pe
r la seconda volata l’urna marmorea contenente le ossa di Geminiano.

La devozione dei modenesi per il  patrono fu così l’origine della costruzione del duomo: “domus clari Geminiani cioè casa dell’insigne Geminiano”: come espressamente dichiarato nella splendida lastra scolpita da Wiligelmo collocata sulla fronte dl duomo, in alto, sulla sinistra, del portale principale. Con questo specifico documento di valore straordinario, viene così datata con precisione la costruzione della cattedrale, dove si loda anche  Wiligelmo, fondatore della scultura italiana. grande artefice delle straordinarie sculture tanto elogiate,  pochi giorni fa, da Mimmo Paladino, nel giorno del “dispiegamento del  “velo della discordia” sulla torre campanaria, simbolo di Modena, detta Ghirlandina: un affettuoso vezzeggiativo che allude alle balaustre leggiadre come ghirlande che ne incorano la guglia.

La costruzione della Ghirlandina è attribuita sempre a Lanfranco ed ai suoi diretti continuatori: sicuramente l’ impianto della torre ed i suoi primi quattro piani, con l’intervento dei maestri Campionesi intervenuti poi nella seconda metà del XII secolo. Ma avremo tempo per parlare a lungo della torre campanaria, o almeno ci sia consesso visto che non la vedremo più per due lunghissimi anni. 

Tra i tanti miracoli attribuiti al protettore di Modena quelli rimasti nella memoria collettiva della comunità modenese  furono interventi salvifici in favore della città. L’intervento miracoloso più famoso, ma anche l’equivoco leggendario, risale  al 452, (Geminiano era morto nel 397) quando la città rischiò di essere invasa e saccheggiata dagli Unni guidati dallo spietato Attila che, intento a mettere a ferro e a fuoco l’Italia giunto sul Mincio fu indotto a ritornare sui suoi passi da papa Leone Magno accompagnato dal vescovo di Modena Geminiano II.

Presto la leggenda cristiana arricchì e rese più miracolosa la straordinaria impresa del papa  grazie al supporto offerto al pontefice dagli stessi apostoli Pietro e  Paolo coautori del miracolo.. Il fatale incontro avvenne forse a Governolo, la cui parrocchia, non a caso è intitolata al pontefice della straordinaria impresa, ma più probabilmente a Peschiera sul Garda: quando San Geminiano era morto da più di mezzo secolo.

Probabilmente ad far desisterete Attila dai funesti propositi, al fianco del papa, fu anche il vescovo di Modena Geminiano II: in seguito l’omonimia col patrono ha ingenerato la retrodatazione cronologica del miracolo: un improvviso calar della fitta nebbia che nascose e salvò Modena da “Attila, flagello di Dio”.

Una fittissima nebbia che noi modenesi purtroppo conosciamo benissimo, ma che, in quel frangente, salvò letteralmente Modena. La leggenda narra di altri interventi salvifici del santo post mortem che protesse Modena dalle scorrrerie degli Ungari e dalle terribili intemperie del clima di quei secoli. Nacque infine il Comune e, nel palazzo fu collocata una cappella dedicata al patrono. Inoltre furono tante altre le “vittorie miracolistiche” attribuite all’intervento del santo: dopo la cacciata dalla città del dispotico Azzo d’Este, nel 1306, i modenesi ritrovarono nel culto del santo un elemento di ritrovata identità collettiva, altro evento iscritto sul muro della basilica.

Infatti anche il giorno della cacciata di Azzo fu ascritto all’intervento provvidenziale di Geminiano: così il 26 gennaio, da allora, venne consacrato al santo: delle celebrazioni in pompa magna dell’evento si prese  carico e onere l’intera comunità: un particolare trascritto negli antichi statuti redatti nel 1327, riesaminati in quella data, nella cui prima pagina, campeggiava l’effigie di Geminiano trionfante a cavallo, avvolto nei paramenti sacri recanti i colori della città, come, del resto la gualdrappa del cavallo: il giallo ed il blu. Immagine logo del nostro Ateneo cui, nel 2004, è stato aggiunto il tricolore, simbolo della consorella Reggio Emilia e dell’intera nazione.

Non è inusuale l’immagine di Geminiano a cavallo: sull’architrave della Porta dei Principi, dove si narra la sua storia, Geminiano è infatti riprodotto a cavallo nella prima e nella penultima formella per il viaggio e l’impresa di Costantinopoli.

Nel 1336 gli estensi tornarono alla guida della città e consentirono che continuassero le celebrazioni del 26 gennaio, però come vittoria contro Attila, censurando così le vicende relative al tirannico predecessore Azzo d’Este, parente scomodo. 

Un falso storico ben congegnato con cui gli estensi praticarono una “abolitio memoriae cioè una disinvolta cancellazione della memoria del tirannico Azzo tanto inviso ai geminiani.

Le celebrazioni del 26 gennaio cessarono dal 1476: in quella data, da allora, si decise di festeggiare la nascita di un principe erede, un piccolo duca estense in erba:a riprova che tra gli estensi ed il patrono c’era forse una contrapposizione di natura simbolica ed anche, forse, istituzionale, poiché Geminiano era il simbolo “comunale” dell’intera collettività civile e religiosa modenese. Solo dopo la peste del 1630 la città ritornò ad invocare la protezione del patrono taumaturgo e la data della festa, riportata così in auge, fu spostata al 31 gennaio, anno della morte di Geminiano

Il rituale

Nel giorno della vigilia, fu convenuto che tutte le rappresentanze di tutti i sobborghi periferici, delle ville e dei comuni e del contado dovessero recarsi a Modena con tutti i loro stemmi, gonfaloni e vessilli, oltre ad offerte in cera ed in sol
di, con multe assai salate per gli inadempienti.

I cittadini modenesi residenti nei vari sobborghi della città dovevano presentarsi ed entrare solennemente in duomo con gli stendardi ed i gonfaloni delle singole società o corporazioni di cui facevano parte. Il rituale della cera assumeva forte valenza simbolica:  cera rosa offerta dal collegio dei notai; cera bianca dall’arte dei banchieri e dalle arti basse come gli artigiani della seta: queste ultime offerte ed accese il 30 aprile (giorno della traslazione in duomo della tomba nel 1106) ed invece il 30 gennaio quelle dei membri delle arti civili. Era tradizione, nella ricorrenza, concedere la grazia ad un condannato con indulgenze varie; tante poi le offerte in danaro per le donne non maritate e le offerte ai poveri ed ai bisognosi particolarmente protetti ed aiutati da Geminiano in vita. Infatti a Modena ebbe lunga vita il collegio delle orfanelle di San Geminiano ed ha origini antichissime anche la Confraternita di San Geminiano sorta anch’essa per soccorrere gli indigenti.

Tanti altri i rituali: come la consuetudine di portare in processione a Modena e nelle campagne la reliquia del suo braccio benedicente quando gli argini della Secchia e del Panaro e dei tanti canali della città erano a rischio di inondazione in caso di piogge intense e di alluvioni.

Rituali in auge anche in caso di siccità, malattie o peste.

La medesima reliquia con cui i  modenesi riceveranno giovedì 31 la consueta benedizione annuale in duomo. Nella tradizione il 30 gennaio era giorno di digiuno; il 31 i notabili conservatori del consiglio comunale partecipavano attivamente ai rituali, pochi erano i forestieri invitati in città: la festa era un evento tutto modenese cui prendeva parte tutto il popolo, i parroci ma non i vescovi delle altre città: era una festa del popolo dove non era gradita nemmeno la presenza del duca estense, nemmeno dopo il 1598, quando Modena divenne capitale dello stato estense dopo la infausta devoluzione di Ferrara allo stato pontificio evento imputabile alle mire espansionistiche dello spregiudicato papa Clemente VIII (Clemente solo nel nome) che non esitò a prendere in ostaggio il figlio di sette anni del nuovo duca successore designato da Alfonso II nella persona di Cesare del ramo di Montecchio.

Solo nel 1707, per volere di Rinaldo I d’Este, la casa regnante, alla guida della città da più di un secolo, aderì e prese parte alle celebrazioni:  per gli estensi alla guida della città più di cento anni erano bastati per diventare “geminiani effettivi”. Così la festa del 31 divenne festa ducale organizzata dai regnanti in onore del patrono e, così, gli estensi “si adeguarono al culto geminiano”

La prima fiera o mercato per celebrare il patrono fu autorizzato il 13 gennaio del 1307 dalla Comunità radunata in Consiglio Comunale: un mercato della durata di sette giorni con particolari immunità e privilegi concessi a fornai ed a mercanti. Dunque se Geminiano è venerato, post mortem, da più di 1710 anni, se accettiamo il 397 come data della sua morte, la fiera, ha compiuto, invece, 700 anni nel 2007.

Tradizioni sacre e profane che si intrecciano inscindibilmente da secoli nel nome del patrono protettore amato anche oggi da tutti, poiché simbolo di unità della nostra comunità civile e religiosa.

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