Romania a mano armata

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Quello di Marzaduri è il primo articolato studio – teorico, analitico e di sintesi – mai realizzato finora sulla cinematografia romenaart. di Francesco Saverio Marzaduri

 

Tra le opere degne di nota viste nelle ultime edizioni del festival di Cannes, dove il conferimento della Palma d’oro risulta spesso imprescindibile dal contesto sociale e culturale di qualsiasi opera premiata – e questo ancor prima dei suoi meriti artistici – una menzione particolare meriterebbe la 60°, di cinque anni fa. Che conferiva l’ambita onorificenza al film 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, e contestualmente indicava nel suo autore Cristian Mungiu uno dei giovani cineasti più degni d’interesse che la recente cinematografia mondiale avesse proposto.

La Palma d’oro era anche il riconoscimento, necessario per quanto tardivo, alla produzione cinematografica di un Paese da troppo tempo in sonno, e in attesa di riscoperte che coincidessero con una sua più attenta e giustificata rivalutazione. Nel seguire le vicende di una studentessa decisa ad aiutare la propria amica del cuore ad abortire clandestinamente, in una situazione oppressiva e repressiva, Mungiu mostrava la vitalità d’una presa di coscienza e di un risveglio nazionale che si facevano largo, scardinando i troppi silenzi e pregiudizi su un Paese e sull’opinione che, fuori dai suoi confini, ci si era fatti su di esso – a partire dai venticinque anni del governo Ceausescu, la cosiddetta “età dell’oro,” come il Geniul din Carpati in persona grottescamente amava definirla.

Due anni dopo la data d’ambientazione indicata nel film di Mungiu, il 21 dicembre 1989 Ceausescu crollò, la rivoluzione spazzò via lui e ne travolse il sistema. Da qui, dalla fine del dittatore e dalla speranza popolare nel Nuovo e dalla persistenza del Vecchio, parte e si sviluppa l’analisi che Noul Val – Il nuovo cinema romeno 1989-2009, il saggio monografico che Francesco Saverio Marzaduri dedica alla cinematografia rumena dell’ultimo ventennio, e alle pellicole realizzate in tale sofferto e laborioso periodo di rifondazione nazionale e di resa dei conti culturale.

Quello di Marzaduri è il primo articolato studio – teorico, analitico e di sintesi – mai realizzato finora sulla cinematografia romena: considerazione non immodesta se si nota, a un lustro esatto dalla Palma d’oro a Mungiu, la partecipazione rumena alla Croisette con un’altra pellicola diretta dal medesimo autore, questa volta tratta da un romanzo di Tatiana Niculescu Bran: Dupa dealuri (Beyond the Hills, è il titolo uscito per l’edizione straniera). Per non parlare della messe di partecipazioni a rassegne internazionali, e di segnalazioni, e di premi, raccolti dal Noul Val in questi anni, a Cannes e altrove, ma sempre con risonanza relativa. Spesso con sufficienza, come in Italia.

Proprio col nostro Paese s’è avviato un processo di relazione per certi versi inevitabile, data se non altro la presenza rumena in Italia ormai divenuta la più numerosa delle minoranze extra-nazionali, e le comuni e colpevolmente dimenticate radici linguistiche e culturali. Con l’Italia, la Romania si è posta a confronto esibendo l’avvenuta mutazione anagrafica di una società sempre più vecchia, la nostra, a fronte di un popolo più simile che differente nella dignità, nel suo retaggio di semplicità, inventiva e voglia di fare, in certe sublimi saggezze e pure in certi cupi e irresistibili umorismi.

In campo cinematografico, analogie e similarità che apparentano i due paesi trovano conferma nel sostegno finanziario e distributivo dato dai canali di produzione italiani alle opere di pregio. E spesso si tratta di opere d’esordio che rendono conto delle reciproche dinamiche di scambio tra culture e società. In molte di queste, la Romania e il suo presente occupano il fulcro delle vicende, siano trattazioni di fantasia o storie realmente accadute (Cover Boy – L’ultima rivoluzione di Carmine Amoroso, Pa-Ra-Da di Marco Pontecorvo o Mar Nero di Federico Bondi, per fare qualche esempio), quando non è la sua Storia a porsi al centro, in radiografie documentarie in digitale che sono suggestive finestre su un’attualità e un futuro incerti (Il giorno della rivoluzione di Leonardo Celi, o lo short siglato da Antonio Martino Gara de Nord, copii pe strada).

Di questi giorni è l’annunciato debutto di Alessandro Gassman dietro la macchina da presa, con Roman e il suo cucciolo, tratto dal proprio omonimo fortunato spettacolo teatrale: focus sul rapporto – controverso e irrisolto – tra un padre romeno, semianalfabeta e spacciatore di droga, e un figlio adolescente, in apparenza schiacciato dall’autorità paterna, che cerca il riscatto attraverso lo studio pur nascondendo al genitore le proprie illusorie prospettive di vita e la propria progressiva dipendenza dall’eroina. E sempre di questi giorni, è la breve rassegna cinematografica tenutasi ad Alghero il mese scorso, come pure l’altra bella personale che il Museo Nazionale del Cinema di Torino – in collaborazione con l’Institutul Cultural Român e con l’Istituto Rumeno di Cultura e Ricerca Umanistica di Venezia – ha dedicato soprattutto alle recenti contemporanee novità filmografiche della Romania, in concomitanza con il XXV Salone Internazionale del Libro.

A parte l’Italia, una preziosa p
artecipazione alla distribuzione internazionale del cinema romeno hanno dato, in qualità di produttori esecutivi, nomi d’ineccepibile rango quali Wim Wenders, Martin Scorsese o Francis Ford Coppola, che proprio in terra rumena ha scelto di dirigere Un’altra giovinezza, realizzato con contributi e finanziamenti locali. Questo, anche e soprattutto perché la Romania – assurta a deputato, consono luogo per il superamento del ristretto perimetro riservato a cinefili e addetti ai lavori – si è trasformata via via in depandance privilegiata dai set hollywoodiani. Con buona pace di facili pregiudizi nostrani: niente male, per quella che tradizionalmente era considerata il fanalino di coda tra le arti della Romania.

Il cinema romeno, come brillantemente il testo s’incarica di analizzare, ha ultimamente confermato doti di eccellenza ed originalità, facendo crescere e debuttare un’intera generazione di cineasti, la più parte dei quali attiva dalla fine degli anni Novanta. Una crescita avviata con la delocalizzazione verso la Romania delle produzioni statunitensi ed europee, e portata avanti col talento degli emergenti: si pensi, oltre a Mungiu, a Corneliu Porumboiu e a Cristi Puiu, a Catalin Mitulescu e a Radu Muntean o al prematuramente scomparso Cristian Nemescu, quasi tutti formatisi “in casa,” all’Università Nazionale d’Arte Teatrale e Cinematografica “Ion Luca Caragiale.” Film makers che, per quanto li si voglia definire acerbi, già ostentano la maturità stilistica necessaria a raccontare il proprio Paese e le contraddizioni che lo affliggono, sempre mantenendo uno sguardo asciutto ed essenziale.

Pur dovendosi confrontare con budget modesti e con ristretti tempi di realizzazione, e nonostante l’assenza di star affermate (compensata, però, da interpreti d’indubbia professionalità), il nuovo cinema rumeno sembra finalmente essere riuscito a catturare l’attenzione internazionale. Con uno sguardo vigile e diretto, senza mediazioni o compromessi, i registi della “nuova onda” romena (Noul Val Românesti, appunto) portano avanti un cinema politico che, quand’anche riferito a una specifica situazione nazionale, non perde mai la capacità di raccontare in modo icastico un Paese, la sua società e il conseguente coacervo di contraddizioni economiche e sociali.

Pare a volte, in questi film, che lo scopo di essi sia quello di allontanare uno scomodo e ingombrante passato, magari parodiandolo per parodiarne gli attori – attivi e passivi, senza assolvere nessuno, come nell’episodico e corale Racconti dell’età dell’oro, girato da più autori sotto la supervisione di Mungiu – o da apologhi fantastici in cui il sorriso si sposa al duro impatto con la realtà (Nunta Muta di Horatiu Malalele). Non è impensabile abbinare entrambe le cose, miscelando la risata dissacratoria al dramma di quella Storia con cui fare presto o tardi, inevitabilmente, i conti (Radu Mihaileanu è lì a ricordarlo); quella medesima Storia, già di per sé innegabile, non può che costituire motivo di serietà, spunto per languide riflessioni (California Dreamin’ – Nesfârsit di Nemescu) che conciliano con trascorsi individuali non meno ingombranti (Ryna di Ruxandra Zenide). Eppure, non si può non imporre l’osservatore a una più seria attenzione, quando il pamphlet critico-sociale vira deciso verso più ostici toni (Francesca di Bobby Paunescu o Medalia de onoare di Peter Calin Netzer). O quando lo spettro di un trascorso oltranzista è ineluttabilmente troppo forte da debellare – e della sua presenza, che pure pesa, non si riesce in alcun modo a fare a meno (Politist, adjectiv di Porumboiu).

Trascorso oltranzista la cui sconfitta, al momento opportuno, ha trasformato chi l’ha vissuta in eroi per un giorno, ognuno con il proprio effimero “quarto d’ora di celebrità”. Salvo poi, a distanza di anni, fugacemente dimenticarsene e fare di un Paese già di per sé accidioso, nonostante la modernità, un luogo ancor più letargizzato, dove nulla sembra essere cambiato in meglio (A est di Bucarest, sempre di Porumboiu, e ancor prima Balanta, di Lucian Pintilie). In questi casi, ma non solo, l’unica soluzione è idealizzare la fuga, o l’emigrazione che sia: una sorta di rancoroso esilio dettato molto spesso da condizioni d’indigenza insostenibili, al di là del fatto che possa essere o non essere fattibile.

Noul Val si propone di sistematizzare quei topoi, corpi e luoghi ricorrenti e tanto esemplarmente messi a nudo da una cinematografia che, prima di tutto, è riverbero di una condizione essenziale del Paese, fin dalle proprie prescritte costumanze (storiche, sociali, etiche, in una parola culturali). Topoi e figure ricorrenti di cui la produzione cinematografica rumena è abbondantemente innervata. E la scelta di Marzaduri di suddividere il testo in tre parti specifiche coincide con l’analisi di un Paese di cui, fino ad ora, davvero poco ci è stato dato di conoscere e quel poco, nella maggior parte dei casi, non sempre né giustamente in termini positivi o gratificanti.

Nella prima, sono indicati i registi ed esaminati i film più importanti e rappresentativi di tale produzione, cercando di mantenere un ordine di presentazione, per quanto possibile, di tipo cronologico e subordinando tuttavia tale criterio a necessità comparative di altro tipo. Trattandosi infatti di un testo dedicato all’analisi non di un solo cineasta ma di un intero movimento, in cui peraltro assai importanti risultano il comune percorso di alcuni autori, la comune estrazione di altri e la reciproca influenza delle rispettive opere, si preferisce privilegiare criteri analitici non necessariamente legati a ordini espositivi di tipo cronologico. Essi ne limiterebbero l’impiego nelle sue forme più profittevoli e, all’uopo, più consone.

Pur sempre identificabile, nondimeno, resta la traccia di un percorso cronologico, fondamentale per comprendere genesi e sviluppo del nuovo cinema romeno e i tempi stessi del suo farsi. Pur non esaurendo la totalità dei film prodotti, le pellicole prese in esame sono tuttavia per quantità, qualità e peculiarità rappresentative sì da restituire un panorama complessivo del fenomeno piuttosto completo. Sempre in questa prima parte, una considerazione non meno lancinante è spesa per una breve quanto esaustiva sezione dedicata a pellicole – la maggior parte delle quali di produzione indipendente – di cineasti non rumeni, e tuttavia centrate sui più pertinenti aspetti sociali, politici ed economici della Romania.

Su una precisa scelta arbitraria, altresì, ruota l’intera seconda parte, dedicata alla filmografia di uno specifico autore, particolarmente rappresentativo, della nuova corrente, la cui opera è cronologicamente esaminata dai suoi esordi sino alle uscite più recenti. Benché quasi certamente sia Lucian Pintilie il regista più autorevole dell’intero cinema romeno – sulla breccia fin dai tempi delle tendenze artistiche iconoclaste degli anni Sessanta, il cui influenzamento gli è valso l’ostracismo e il conseguente esilio in Francia – il Corneliu Porumboiu premiato a Cannes l’anno prima di Mungiu con A est di Bucarest è, per età anagrafica, distante da quella generazione di cineasti che hanno dato vita alla nuova scuola cinematografica, i quali semmai si pongono quali mentori contribuendo con opere significative e seminali, debitrici però di esperienze formative differenti. La preferenza accordata a Porumboiu, contestualmente al compito di rappresentare anche nell’evolversi delle sue linee produttive un’intera generazione di film makers, si deve pure alla relativa facilità con cui è possibile seguire e comprendere, nelle sue opere, non solo una serie di temi precisi, ma anche le linee fondamentali di quel comune processo produttivo che il saggio si propone di esaminare.

La terza parte infine si prefigge, attraverso una ricapitolazione comparativa delle opere, di far emergere le principali tematiche del nuovo cinema rumeno, di evidenziarne i comuni denominatori, d’illustrarne le figure e i pattern più strettamente condivisi. Sono esaminate le analoghe dialettiche testuali e il comune gioco di convergenze e divergenze, di antinomie e dicotomie ch’esse recano, allo scopo di verificare reciproci contributi e dinamiche di scambio, laddove a concludere la sezione sono alcune considerazioni sullo stato dell’arte e sulle prospettive future del cinema romeno.

 

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