Roma litiga e la città aspetta

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Pro o contro Marino: si combatte nelle stanze del potere, sui media, in piazza , ma non in Consiglio Comunale. Il maggiore partito di maggioranza si sente all’opposizione e mentre si decide come falciare definitivamente l’attuale sindaco, Roma aspetta d’essere governata. 

E’ deprimente la bagarre romana pro o contro il forse ex sindaco Ignazio Marino, ma nel contempo rappresenta lo specchio della situazione politico-istituzionale nel Belpaese (di destra, sinistra e centro, perché in ogni dei cantoni partitici si stanno disputando partite ad entro/esco, lascio/raddoppio, divido/alleo, compro/vendo). Lascio da parte la questione dei presunti reati commessi sui quali sta indagando la magistratura capitolina in merito alle spese relative o meno alle sue mansioni, per guardare le figurine oggi sul tavolo.

C’è un sindaco che non vuole dimettersi, sostenuto e supportato da un forte gruppo di elettori romani; c’è il maggiore partito di coloro che lo hanno eletto che invece ritiene chiusa l’esperienza e intende voltare pagina, portando Roma alle urne.

Nella democrazia come se la sono immaginata i Padri Costituenti, il sindaco prosegue il suo operato e, se ritenuto indispensabile, viene sfiduciato in Consiglio Comunale dal numero necessario di consiglieri con una apposita mozione.

Nel regno del buonsenso Marino ha due scelte: ritiene di essere indispensabile per traghettare la città oltre l’attuale pantano criminale e non si arrende, andando contro il suo partito perché ovviamente lo ritiene invischiato in quei giochi e lascia a loro la responsabilità e le motivazioni per sfiduciarlo, ma in ogni caso non si ripresenterebbe perché sa di essere causa di divisione e perciò alle prossime elezioni sosterrà un altro candidato.

Nell’Italia berluscorenziana invece tutto si svolge sui media e nelle piazze, le battaglie sono personalizzate e, nella realtà, i partiti non sono più luoghi di confronto e di mediazione, né ci sono regole uguali per tutti. I leader decidono di volta in volta secondo presunta convenienza e perfino secondo fedeltà.

Intanto sui media si svolge il consueto teatrino di parole al vento e c’è perfino chi fa lo sciopero della fame (nessuno mai fa lo sciopero della fama) in difesa di Marino, il quale grida ai suoi sostenitori:  “In questi due anni abbiamo strappato il cancro di parentopoli di chi da queste stesse scale si era presentato col saluto romano. Noi abbiamo portato le decisioni dai salotti cosiddetti buoni all’aria aperta. Abbiamo scelto sulla base del merito e delle competenze e non degli amici degli amici o sulla base delle tessere del partito”  però, più che la politica, è stata la magistratura a scaravoltare il pentolone di mafia capitale.

Stefano Esposito, senatore Pd, sancisce: “” Le piazze democratiche sono sempre belle ma oggi ho visto più che molto Pd parecchie bandiere di forze politiche avversarie del Pd, come Sel Rifondazione e soprattutto cartelli contro Renzi””. In realtà non avversari, ma alleati, così come trovo assurda la ventilata idea delle dimissioni in blocco dei consiglieri Pd per bloccare il sindaco. L’unica strada democratica è andare alla conta in aula, seppure comporti tempi più lunghi,  tanto a Roma il Pd è al governo, non all’opposizione e può nel frattempo, attraverso i suoi assessori, portare avanti il programma di legislatura. Ecco la parola dimenticata alla quale nessuno sembra dare peso: programma, cose da fare per la città. 

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