Rituale barbarico

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“Pagine memorabili del giornalismo italiano” Titolo su nove colonne de “il Giornale” del 10 maggio 1978: Moro assassinato dalle BR. articolo di Indro Montanelli

La condanna è stata eseguita. La ferocia e la freddezza dell’assassinio dimostrano che la «battaglia» iniziata il 16 marzo non poteva avere, per le brigate rosse, altro epilogo. Il cadavere di Aldo Moro doveva essere buttato nel centro di Roma in segno di sfida alla Stato, alla società, al «sistema». Ogni mossa dei sanguinari «ultrà» ha obbedito a un rituale barbarico nel quale il presidente della Democrazia cristiana era la vittima sacrificale. Così è stato fino all’ultimo, fino alla beffa di quella Renault rossa abbandonata a mezza strada tra la sede del Pci e quella democristiana. La sorte di Moro era dunque decisa già all’inizio. L’agonia del «carcere del popolo», le lettere disperate, le proposte impossibili di patteggiamenti e scambi, rientravano nel disegno crudele di una messinscena che aveva come traguardo la morte. Una ferocia studiata, gelida, da manuale.

La fine di Aldo Moro ci rende sgomenti, il fanatismo di chi lo ha ucciso lentamente, togliendogli la speranza prima di togliergli la vita, ci riempie di orrore. Speriamo che la tracotanza dei criminali sia un giorno punita. L’importante, adesso, è che il Paese, proprio per rendere omaggio a Moro e proprio in memoria di lui, sappia trarre da questa tragedia l’amara lezione che essa comporta.

La democrazia non deve, anzi non può essere debole. La libertà, che la rende superiore a qualsiasi altro regime, ma anche più vulnerabile, non va confusa con l’indulgenza verso i nemici, l’imprevidenza, la leggerezza. Lo Stato italiano ha superato con onore questa prova difficile, ma la magistratura e gli organi di polizia hanno denunciato, nella loro azione, una desolante inefficienza, che ha permesso alle brigate rosse di operare con irridente spavalderia. Ne va data colpa non tanto alle forze dell’ordine, quanto a chi ha voluto, per demagogia, per compiacere le sinistre, per acquistare facile popolarità, smobilitare i sevizi segreti, rimuovere i funzionari più ligi al dovere, trasformare le carceri in alloggi con libera uscita quotidiana.

Gli eversori della democrazia, i contestatori della legalità hanno potuto predicare e demolire senza ostacoli. Ci auguriamo di non vederli ora associati ipocritamente al compianto per un delitto del quale sono, ideologicamente se non materialmente, corresponsabili. Le loro non erano soltanto parole. Un giovane sfracellato da un ordigno sulla ferrovia Trapani-Palermo – l’episodio è di ieri – apparteneva a Democrazia proletaria. I banditi che hanno assalito a Bologna un grande magazzino venivano dal Movimento studentesco. E’ inutile che questi gruppuscoli ostentino adesso costernazione e stupore per le belluine imprese delle brigate rosse. Il terrorismo è figlio loro.

All’annuncio della fine di Aldo Moro i sindacati si sono mossi, hanno indetto manifestazioni e proclamano uno sciopero generale. Siamo certi della loro profonda esecrazione e della loro sincera partecipazione al cordoglio nazionale. Pensiamo tuttavia che i lavoratori e i loro rappresentanti darebbero un apporto più costruttivo alla lotta contro i terroristi tenendo d’occhio gli estremisti delle fabbriche, troppe volte protetti e difesi. Così pure gli studenti «impegnati», se proprio vogliono dissociarsi dalle brigate rosse, devono promettere dalle loro file gli agitatori deliranti e i dinamitardi che nascondono bottiglie molotov e armi negli scantinati delle facoltà. Chi ha chiuso gli occhi di fronte alla escalation di violenza degli anni scorsi, li chiuda oggi per non lasciar scorrere lacrime di coccodrillo.

La scomparsa di Aldo Moro segna la fine di un capitolo della storia del dopoguerra. Il suo cadavere, come quello di Matteotti, traccia una tragica linea divisoria. Alla classe politica si chiede, in questo momento, oltre alla fermezza – e l’on. Andreotti dà, dopo il suo comportamento nelle scorse settimane, buone garanzie in proposito – anche un esame di coscienza. La vita continua. Ma non può continuare, dopo una tragedia come quella di Aldo Moro, come prima.

 

Contro corrente

Credevamo che l’assassinio di Aldo Moro così come è stato eseguito fosse il colmo dell’infamia. Abbiamo dovuto ricrederci. Al comizio di protesta svoltosi in piazza Duomo a Milano subito dopo la macabra scoperta di via Caetani a Roma un gruppo di ultrà ha gridato: «Moro fascista». Preferiamo le zanne delle belve alla bava degli sciacalli.

 

il Giornale nuovo   

mercoledì 10 maggio 1978

 

 

L’articolo di sabato 6 maggio 1978 si concludeva così: “E che il resto sia silenzio. Siamo sicuri che, se un giorno potrà farlo, egli stesso non chiederà altro.” Purtroppo e tragicamente Montanelli non fu buon profeta sia perché di lì a quattro giorni avrebbe avuto la tragica conferma che il giorno in cui “avrebbe potuto non chiedere altro” non sarebbe mai giunto, sia perché l’auspicato silenzio non vi fu.

Il silenzio fu rotto immediatamente dalle litanie scontate e fatue dei politici, dai proclami vanesi, dalle frasi di circostanza di quegli stessi soggetti che per un decennio s’erano gingillati nel gioco delle convergenze parallele, degli archi costituzionali e dei compromessi di varia natura.

Il silenzio continuò ad essere annientato dal crepitare delle P38 e delle Skorpion, dalle frasi non aggettivabili pronunciate da individui altrettanto non aggettivabili. Ancora nel terzo millennio abbiamo udito il crepitio di quelle armi, abbiamo udito le litanie scontate e fatue dei politici, ci tocca leggere e udire le frasi non aggettivabili pronunciate da individui non aggettivabili.

Fino a quando? E soprattutto perché? In nome di quale principio?

 

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