Ritornano sempre: Matteo Renzi, ma perdendo pezzi

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Ci sta provando Matteo Renzi a ricreare la magia; il suo intervento a Rimini, nella grande convention inaugurale del suo nuovo corso, ha avuto i toni da statista concreto ma ci sono ombre lunghe da scacciare, a cominciare dalla sua promessa di ritirarsi in caso di sconfitta al referendum.

 


Il ritorno sotto i riflettori di Matteo Renzi rischia di avere l’effetto opposto a quello da lui sperato e dividere ulteriormente la sinistra italiana, invece di unificarla, come richiederebbe ogni tentativo di raggiungere il 40%, indispensabile per ottenere il premio di maggioranza alle prossime elezioni, insieme ai centristi e ai cattolici, sotto un nuovo Ulivo capace di combattere il populismo, individuare politiche sostenibili di sviluppo, di giustizia e di solidarietà, basate su una più equa distribuzione del reddito, ma tra smarcamenti e dubbi è una strada in salita.

Su un nuovo Ulivo ha già messo gli occhi Massimo D’Alema, sì proprio chi ha cercato in tutti i modi di farlo seccare, fino al grande tradimento dei 101 Giuda, quando Romano Prodi è stato candidato, per poche ora, alle Presidenza della Repubblica. Per l’ennesima volta potrà tagliare le gambe altrui, ma non darle ai propri progetti, perché manca di credibilità e non riesce ad appassionare l’elettorato con un sogno, capacità indispensabile nella società italiana, tutta ‘pancia’ ed emotività.

Ci sta provando Matteo Renzi a ricreare la magia; il suo intervento a Rimini, nella grande convention inaugurale del suo nuovo corso, ha avuto i toni da statista concreto: “”Se vogliamo cambiare le cose nel settore della prevenzione, nella lotta al dissesto idrogeologico, non si risolvono le cose con un tweet, ci vogliono anni””; ha toccato il cuore dei partecipanti “”Vorrei che dedicassimo la nostra assemblea a una delle vittime di Rigopiano, Jessica, una giovane democratica. Il padre ha detto: abbiamo perso una figlia che credeva al cambiamento di questo Paese”; ha provato a valorizzare i territori: “”ottima l’idea di ripartire dagli amministratori, dal loro riformismo solidale e pragmatico””, ma ci sono ombre lunghe da scacciare, a cominciare dalla sua promessa di ritirarsi in caso di sconfitta al referendum. Non è molto credibile nemmeno quando guarda con ammirazione all’operato dei sindaci, in prima linea, il vero salvagente italiano. Il suo governo ha massacrato le autonomie locali; gettato nel caos le province, umiliato le regioni a favore di un centralismo inefficiente e incapace, messo all’angolo il sindacato. Piange Jessica ma il suo governo e quello ombra di Gentiloni continuano ad abbassare le risorse della Protezione Civile.

Sempre a Renzi possiamo addebitare una fetta di responsabilità per la debolezza di questo governo, da un lato fotocopia del suo e quindi del tutto coerente con le sue politiche, ma anche soggetto alle stesse limitazioni, costretto però ad agire giorno dopo giorno per la spinta alle elezioni del suo mentore, pur sapendo, come dimostrano i sondaggi, il pericolo di una nuova ingovernabilità. Guarda ai sindaci come referenti autorevoli, ma non sono stati sindaci lui e Delrio? Non sanno cosa significa?

Sbaglierò, ma nell’universo renziano c’è posto per un unico sole: lui e perfino Matteo Richetti usa parole dure per respingere l’idea del voto subito: “Niente cedimenti alla demagogia – riporta il Resto del Carlino – troppe leggi tutte importanti ancora da scrivere o completare, come la legge sui partiti”. “E’ finito il tempo dell’oracolo; non si può parlare di nomi, ma coinvolgere tutto il partito, non si può parlare solo con chi ti dà ragione”.

Prima o poi cominceremo a parlare anche di cosa, oltre che di chi e con chi.

 

 

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