Renzi affronta il giudizio dell’Europa

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Per piacere in Europa non conta l’età, contano i fatti. Renzi per il momento può esibire solo il poco ottenuto dai suoi predecessori e il suo essere ‘nuovo’; ma ce la farà.
di Alberto Venturi

 Il successo del viaggio di Matteo Renzi nelle capitali e nel cuore dell’Europa,  non dipenderà certo dalla sua scarsa esperienza e dalla giovane età; anzi, porta una ventata di aria nuova e infatti viene descritto come un leader, non ideologico, in guerra con la vecchia politica, ambizioso, determinato, capace di muoversi in fretta e di essere al passo con i tempi. L’età è un dettaglio e Renzi non è neanche il premier più giovane, battuto dal neoeletto collega estone, Taavi Roivas, di 34 anni.

All’estero sono abituati a guardare più ai fatti che alle parole; infatti il piacione Silvio Berlusconi non ha mai riscosso successo, suscitando, talvolta, irritazione. Anche Matteo Renzi ha promesso tanto, altrettanto sta avviando, ma ha concluso poco o niente, per il poco tempo trascorso dalla sua nomina; porta in dono soltanto il poco raggiunto dai suoi predecessori; otterrà perciò una apertura di credito, ma dovrà meritarsela e portare al traguardo le riforme annunciate, perché l’Europa ha bisogno di un’Italia forte, visto che avrà la Presidenza dell’Unione Europea nel semestre di insediamento del nuovo Parlamento, dell’elezione della nuova Commissione e del Presidente dell’Esecutivo; visto anche, e noi continuiamo a dimenticarcene, che ospiteremo l’Expo, in grado di catalizzare l’attenzione internazionale sul nostro Paese.

Mentre scrivo Renzi è impegnato nell’incontro con Angela Merkel, dopo avere lasciato con un buon risultato la Francia di Hollande, dove sono stati evidenziati gli elementi di sintonia, soprattutto la necessità di cambiare il patto di stabilità per creare sviluppo e lavoro (pur impegnandosi a non superare il 3% nel rapporto deficit/Pil) e la volontà di ridurre lo spread fra cittadini e istituzioni, in grado di gonfiare le vele delle forze antieuropeiste, che oltralpe soffiano con Le Pen, in Italia con Movimento 5 Stelle e Lega Nord.

Raggiungere Berlino via Parigi, è servito a Renzi per potere esibire l’alleanza con Hollande, grazie alla comune appartenenza al Partito Socialista Europeo, alla sensibilità per i temi sociali, alla necessità di entrambi di segnare una discontinuità con il passato per trovare o recuperare consensi.

Da parte sua Angela Merkel attende questa ennesima visita di un premier italiano, avendo convenienza a non figurare come nazione troppo rigida e sorda alle richieste che provengono da diverse nazioni e non solo dell’Italia, ma ferma sugli impegni in termini di riforme strutturali: conti pubblici, riduzione del debito, controllo dell’inflazione, sburocratizzazione, riforme del lavoro, delle pensioni, privatizzazioni, assunti a suo tempo dall’Italia nei confronti dell’Europa come percorso  verso il risanamento. La prima richiesta resta una maggiore stabilità politica e perciò assumeranno importanza perfino la riforma elettorale e il nuovo assetto istituzionale. La Merkel non metterà i bastoni fra le ruote, ma dall’esito delle conversazioni di oggi sarà possibile capire quanta libertà di manovra potrà prendersi Renzi, se cioè godrà di vera fiducia o soltanto di una non sfiducia istituzionale. Credo che porterà a casa quanto sperato, ma sapendo di essere sotto osservazione ‘speciale’.

 

 

Renzi in Europa: La montagna ha partorito un topolino..senza riforme strutturali non si andrà da nessuna parte

di Gianni Galeotti

Deciso, irriverente e temerario, Renzi è bravo, almeno a raccontarla. Ed è apprezzabile perché mette la faccia su ogni promessa fatta a costo di dire ‘o così o me vado a casa’. Tutt’altro mondo, almeno nella forma, rispetto agli ultimi ‘Monti il grigio’ e a ‘Bersani il triste’. Al di la del merito di ciò che propone (che non è cosa da poco) e promette, Renzi, come Berlusconi, si fa capire e, come Berlusconi, ha la capacità di animare dibattito ed animi, anche solo per la simpatia del suo accento. Servendosi anche di battute e toni frizzanti, dice le cose che la gente vuole sentire dire e parla alla pancia dei cittadini. Anche le dichiarazioni sull’orgoglio italiano, su una nazione forte che non ha bisogno di farsi dire cosa deve fare perchè è responsabile al punto da farlo già, pur preconfezionate e studiate, rendono. In Italia però. All’estero, in Europa, dalla Merkel, la forma conta meno. Là guardano alla sostanza, ai conti, meno alle battute, a meno che non riguardino il fondoschiena della Merkel di berlusconiana memoria. Non a caso alla vigilia dell’incontro bilaterale Italia – Germania di lunedì 17 marzo WELT, titolava: “”Renzi vuole fare altri debiti e spingere fino ai limiti del trattato di Maastricht. Vuole finanziare il suo programma con altri debiti””. In effetti, è così: che piaccia o no Renzi, per sforare i vincoli ed i patti, o fare girare i soldi in un senso anziché nell’altro, ha bisogno dell’autorizzazione di Berlino e Bruxelles. Che, di fatto, non è stata data. Lo si sapeva: era un’impresa non facile, anche perchè il neo Premier Italiano, oltre alle promesse condite da sentimentalismo nazionale, non ha potuto portare sul tavolo della Merkel nulla di più che una striminzita quanto contestata Legge elettorale. Anche gli 80 euro in più in busta nelle buste paga dei lavoratori, che se confermati rappresenteranno comunque una svolta, non rappresentano nulla di strutturale, e serviranno più alla campagna del pd alle europee che a generare nuovi posti di lavoro. Per il resto le riforme strutturali sul fronte del lavoro, della sburocratizzazione e del fisco, oltre che dall’architettura costituzionale, sono ancora lontane a venire e, di conseguenza, lontane dal produrre effetti concreti e tangibili. In più c’è la corsa del debito pubblico, sempre più pesante, ora al livello record del 133% sul pil. Tradotto, non c’è trippa per gatti. Ci vuole ben altro per dare garanzie all’Europa. Dalla Merkel apertura di credito quindi, ma limitata alla fiducia che le riforme illustrate con slide da Renzi vanno nella direzione giusta e che l’Italia riuscirà ha le condizioni e la forza per farle, ma nulla più.

 

Insomma, con questi dati e questi ‘non fatti’, Renzi, oggiAggiungi un appuntamento per oggi, poteva oggettivamente fare ben poco. Il merito è di averci provato. Gira che rigira, il punto è quello. L’Italia deve fare le riforme, quelle che rimettono in moto lavoro, consumi, potere d’acquisto delle famiglie, capacità di investimento e riducono sprechi e spesa pubblica. Senza di quelle, è tutto fumo e continueremo a parlare di nulla o di provvedimenti tampone. Stiamo a guardare. Ha voluto la bicicletta e ci ha messo la faccia: pedali e rischi. Non si sa mai. Faccia le riforme e torni dalla Merkel a fare vedere di non essere solo uno che la racconta bene. Da Italiani disillusi ma non al punto da non sperare più in una svolta, ce lo auguriamo. Non per Renzi, ma per l’Italia. Solo quando le riforme saranno fatte, la riduzione del cuneo fiscale sarà davvero coperta, così come gli 80 euro in più in busta paga saranno reali, potremmo verificare se Renzi è davvero un fenomeno, trovando i soldi che gli altri non avevano visto, o i due Premier che lo hanno preceduto erano talmente incapaci (o, detta alla modenese, ‘lofi’) da fare apparire lui, come un fenomeno.

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