Reality e Veline: l’anno del “botto”

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La televisione italiana sembra oramai ad un punto di svolta, il fenomeno dei reality show è agli sgoccioli e la vicenda Vallettopoli sembra svelare un mondo dello spettacolo senza nessuna morale.

Ne è passato di tempo da quando Edy Campagnoli,  storica valletta di Mike Bongiorno a “Lascia o Raddoppia” fece la sua prima timida comparsa sugli schermi della televisione italiana nel 1955. La Campagnoli rappresentava la rassicurante vestale di un’Italia da poco uscita dalla guerra, un Paese ancora profondamente contadino, ma che si apprestava in quegli anni a scoprire la modernità industriale che lo avrebbero condotto da lì a poco al miracolo economico. Quella ragazza giovane e minuta, scelta personalmente da Mike Bongiorno, ha inagurato insieme al primo quiz della storia della televisione italiana anche la figura della valletta televisiva, ma quel che è certo è che nessuno allora avrebbe potuto immaginare quale importanza avrebbe acquisito nel corso dei decenni questo ruolo televisivo femminile che  per definizione è secondario e complementare. Con l’andare del tempo infatti il ruolo della valletta televisiva è divenuto sempre più centrale e in larga misura auroreferenziale nella televisione italiana. Dall’eterea Edy Campagnoli, si è passati infatti dopo tre decenni alle discinte e provocanti ragazzone del Drive In negli anni ’80, alle giovanissime ninfette di “Non è la Rai” dei primi anni ’90.

Fu proprio quella trasmissione di Gianni Boncompagni a segnare una svolta epocale, per la prima volta infatti le vallette non solo da figure di supporto al conduttore divenivano elemento  centrale dello spettacolo, ma con la conduzione di Ambra Angiolini (succeduta ad Enrica Bonaccordi e a Paolo Bonolis) le vallette si trasformavano in protagoniste assolute del programma.  Molte furono allora le critiche a quella trasmissione del primo pomeriggio, dove quelle ragazzine ancheggianti ed ammiccanti giocavano a fare le dive in pose da lolite, e proprio da quei primi anni ’90 il fenomeno del “vallettismo” si fece sempre più grande. Negli ultimi 10 anni infatti personaggi come Elisabetta Canalis o Maddalena Corvaglia, Aida Yespica o Loredana Lecciso, Flavia Vento o Elisabetta Gregoraci sono divenute una costante di una televisione sempre più vuota ed autoreferenziale, un carosello mediatico che si consuma sugli schermi solo in parte, in quanto la popolarità alle bellezze sgambettanti quanto incapaci di ballare, cantare o recitare deve essere consacrato da paparazzi e gossippari che le immortalano con famosi calciatori ed imprenditori e che raccontano nei minimi dettagli scoop fatti di corna e pentimenti.

Di quanto il fenomeno mediatico del vallettismo sia radicato nelle coscienze degli italiani se ne é avuta la riprova con il programma di Teo Mammuccari “VELINE” del 2003 , dove un vero e proprio esercito di aspiranti sostitute della Canalis e della Corvaglia si  precipitato a cogliere il tanto agognato quarto d’ora di celebrità offerto.

A modificare profondamente i palinsesti televisivi e non solo, e a divenire oggi quasi un tutt’uno con il fenomeno del velinismo è stato un altro profondo evento mediatico: il reality show.

Questo tipo di format può essere considerato figlio legittimo delle trasmissioni degli anni ’90 come “Stranamore” di Alberto Castagna o Carramba che Sorpresa” di Raffaella Carrà dove i sentimenti della gente comune venivano spettacolarizzati, e nipote dei giochi telefonici degli anni ’80. Passando tra grandi fratelli, talpe, calciatori, isole e fattorie, dalla prima edizione del più famoso reality show del mondo, cioè il Grande

Fratello, iniziato in Italia nel 2001, la televisione ha perso oramai la funzione descritta dal suo stesso nome: cioè far vedere cose lontane, così come ha stravolto la famosissima locuzione di Cartesio “Penso quindi sono” trasformandola in “Sono visto, quindi sono”. Mai infatti prima nella storia italiana delle TV si erano viste file del così lunghe per i provini di una trasmissione televisiva e mai era capitato che  ragazzi senza nessuna qualità  che non fosse la spregiudicatezza, e quasi tutti piuttosto  ignorantelli, fossero trasformati in stelle televisive così improvvisamente e così immotivatamente, per poi tornare nell’oblio dopo pochissimi anni se non addirittura mesi.

Mai prima tanti sociologi, psicologi e massmediologi avevano tributato scritti e parole ad un evento mediatico.

Ma l’anno televisivo 2006-2007 appena trascorso è stato però l’anno del botto per veline e reality: oramai quasi tutti i programmi offrono vallette scollate e sgambettanti,  lo storico Grande Fratello dopo ben 7 edizioni (caso forse unico nel mondo per questo tipo di format), è stato quasi un flop, altri reality hanno avuto bassissimi ascolti, oramai l’inflazione da reality, veline e letterine sembra aver superato il punto di non ritorno.

 Unica novità della stagione ed icona di quanto la televisione possa essere autoreferenziale da divenire subito un nuovo caso mediatico è stato “La pupa e il secchione”. Trasmissione nelle quale belle ragazze così sciocche da non sembrare vere, hanno dato con un assurdo orgoglio la dimostrazione di un’ignoranza così incredibile da far pensare che fosse solo supposta. Ma vera o finta che fosse, mai prima l’ignoranza era

stata una virtù e men che meno un qualità degna di essere sbandierata da un pulpito mediatico.

A parte i cali d’ascolto, quello che è successo e che sta ancora avvenendo in questo 2007, che è tale da far pensare di essere davanti ad una svolta è stato il caso giudiziario-mediatico di Mora e Corona battezzato subito Vallettopoli.

Questa inchiesta infatti sembra aver tolto la scorza dorata dello show-biz , rivelando un ventre molle e decomposto.

Un ventre fatto di ricatti, droga e prostituzione; una realtà dove tutto sembra avere un prezzo e dove pare che i favori sessuali di tantissime starlette più o meno famose possano essere comprati come scatolame al supermercato.

Comunque si concludano le vicende giudiziarie degli inquisiti, può essere solo auspicato che tutto questo possa costituire una scossa ad un sistema televisivo e dello spettacolo che sembra oramai allo sbando e non solo privo di qualunque morale ma anche del benché minimo senso della vergogna.

 

 

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