Rassegna Stampa

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Questa rubrica - ancora in fase di allestimento - approfondisce il tema o la notizia che abbiamo ritenuto essere tra le più importanti della settimana, a livello nazionale.

   Queste vengono scelte tra le pagine dei quotidiani italiani di maggiore diffusione e messe a confronto.

   Gli articoli proposti sono riportati con tutte le indicazioni idonee per permettervi una loro ponderata consultazione. Le stelline, come ormai prassi, indicheranno l’autorevolezza di un pezzo. (Da leggere ê Da non perdere êêDa conservare êêê)

   Anche in questo spazio saranno apprezzati i commenti e le analisi dei lettori.

   

L’argomento da approfondire questa settimana è: l’amnistia  

 

L’ AVVENIRE    
Edizione del 15 dicembre 2005

 

«Sull’amnistia proposte superficiali»

Parla monsignor Caniato: non basta aprire le galere, bisogna capire che fare dopo Il sovraffollamento è la conseguenza del boom dei crimini

Da Milano Paolo Viana

«Superficiali». È questo il giudizio di monsignor Giorgio Caniato, ispettore generale dei cappellani carcerari sulle iniziative pro amnistia. «Intendiamoci, dietro le sbarre si vive male ed io, come tutti i cappellani d’Italia, sarei ben contento di veder aprire le galere e fare uscire tutti i detenuti e soprattutto quelli cui manca poco, o che siano stati condannati a pene brevi; tuttavia, anche se l’amnistia e il condono, per la Costituzione, possono essere concessi solo per alcuni tipi di reato, mi chiedo se il Paese sia pronto ad accogliere non uno, non cento, ma decine di migliaia di ex detenuti, amnistiati, condonati…»
Monsignor Caniato coordina 240 cappellani e tiene i contatti con migliaia di volontari, che operano nelle case circondariali del Paese come assistenti, insegnanti, animatori, ecc. Vivono a stretto contatto con i problemi dei detenuti, ne seguono il dolore con rispetto e amore, spesso sono al loro fianco nel richiedere condizioni di vita migliore e naturalmente sono sensibili all’aspirazione del «ritorno» alla vita civile, ma conoscono anche tutti i contorni del problema.
Perché il tema dell’amnistia divide il Paese?
Perché non fa piacere alla società trovarsi con una massa di persone che non saprebbe gestire, spesso senza famiglia, stranieri lontani dal loro paese, con difficoltà enormi a trovare un lavoro, una casa. Chi invoca l’amnistia – e fa bene – deve però spiegare anche cosa si fa “”dopo””. Altrimenti è un modo per scaricarsi la coscienza e scaricare le galere. Ma fino a quando?
Lei non crede che la situazione carceraria sia insostenibile, sotto il profilo dei numeri?
Certo e riconosco che l’apertura delle porte sarebbe una soluzione immediata, però anche un palliativo. Le riforme servono, ma si devono fare sulle strutture, sul modo di concepire la pena, sulla prevenzione e allora il discorso diventa serio, ci investe tutti quanti. Perché non dimentichiamo che noi viviamo in una società in cui aumentano i reati persino tra le pareti domestiche, in famiglia. Se le carceri sono sovraffollate è anche perché la gente delinque e finisce dentro. Solo ieri, scorrendo le notizie riportate dal giornale, ho contato un centinaio di ordinanze di custodia cautelare ma saranno state sicuramente di più. In questo senso dico che il sovraffollamento carcerario non tocca solo i magistrati né solo i governi in carica.
La depenalizzazione dei reati potrebbe essere un provvedimento sensato?
Secondo me la società potrebbe accettarlo meglio, perché sarebbe limitato ai cosiddetti reati minori».
Allora quantifichiamone l’impatto…
Dipende dal tipo e dalle condizioni del provvedimento. Se non uscissero almeno ventimila dei sessantamila che sono in cella, anche quella misura non servirebbe a niente.

 

L’ AVVENIRE
Edizione del 15 dicembre 2005


 

A proposito del dibattito sull’amnistia

Ballare a comando. Non è tra i gusti cattolici

Urge l’accetta,poiché la credibilità dell’Italia è a rischio. Primi segnali già arrivati dalla JP Morgan

Davide Rondoni

Poi arrivano loro. Che si sentono sempre come il Settimo Cavalleggeri. Arrivano i buoni, che sono anche i Moderni, gli Illuminati. Suonano le trombe e le trombette dei loro augusti giornali, mandano avanti le guide indiane. Tema: l’amnistia. Svolgimento: che bravo Pannella, come siamo buoni a Natale, che strano il silenzio dei cattolici. Uno chiude il giornale e pensa: sto ancora sognando. No, è messa giù proprio così.
Ma come? Il Papa chiese un atto di clemenza tre anni fa, lo ha ripetuto, lo chiese anche ai tempi del Giubileo, e adesso arrivano questi? Che sussiegosi si guardano intorno con le lenti sul naso e dicono: e i cattolici dove sono, che d
icono? Proviamo a chiarire un paio di cose al Settimo Cavalleggeri. A coloro che, forse avendo il complesso del padrone del circo, vorrebbe che ballassimo a comando, e su musichetta già scelta. E invece no, non siamo scimmiette. E, oplà, ragioniamo. Anzitutto si evitino confusioni. Se si parla di amnistia si tratta di un atto che pertiene alla sfera del diritto, che per vari motivi amministrativi o politici si decide di usare a favore dei reclusi in cella, per tutti o per determinati reati. Può servire, come in passato, a “”chiudere”” stagioni politiche, a segnare passaggi giudiziari ecc. È un atto di opportunità politica e giuridica, voluto da una classe dirigente per siglare un passaggio eccezionale. Se, come ha fatto il Papa, si parla di un atto di clemenza, si intende un gesto di pietà umana dal profondo valore culturale e spirituale, motivato anche dalla considerazione di una situazione di grave bisogno. E soprattutto motivato da una certa idea dell’uomo e della vita. Non a caso fu chiesto per il Giubileo. Una certa idea cristiana, una certa idea che non c’era prima e non ci sarà dopo, se il cristianesimo finisce. Un’idea che non c’è dove il cristianesimo non c’è o dove è stato dimenticato e scacciato. L’idea che siamo tutti capaci di errore e che però l’uomo non coincide con il suo errore. L’idea che compito della società è dare speranza agli uomini, non regolarne la vita in un patto che ne tenga a bada la ferocia. E il Papa ha chiesto un gesto di clemenza per tutti coloro che nelle carceri sopportano situazioni gravi e umilianti, a fronte spesso di reati non gravi. Ha chiesto un gesto di clemenza per loro, intendendo che ne abbiamo bisogno tutti. Non ha messo alcuni in alto, buoni, e altri in basso, reprobi. Non li ha usati come materia di scambio politico. Per fare un gesto così occorre avere un grande orizzonte davanti agli occhi. L’amnistia? è uno degli strumenti possibili per tale clemenza. I politici di questa legislatura, come di quelle passate e future, han tutti gli strumenti per simili iniziative. E per interessarsi delle carceri quando vogliono, a Natale ma anche a Capodanno, sotto elezioni o sotto le ferie. Se i politici intendono procedere sanno di avere da tempo l’interesse genuino dei cattolici. L’avevano anche quando poi hanno scelto di non procedere. L’attenzione al mondo carcerario i cattolici la vivono in modo continuo e senza grancassa. Dedicando talora tempo ed energia ad opere di assistenza, di educazione e di socialità nelle carceri. Là dove certuni non mettono né le mani, né il cuore. Non possiamo che gioire per un fatto: anche coloro che pur procedono inclementi verso chi è chiuso nella pancia di una donna chiedono clemenza per chi è chiuso tra le mura di un carcere. Ma gli accostamenti sono del tutto incongrui. Ogni situazione, anzi ogni vita, fa caso a sé. Non ci sono classi differenziali. Per questo siamo genuinamente contenti che il Settimo Cavalleggeri arrivi, con le sue fanfare e trombettine, anche se in ritardo. Contenti perché conosciamo il volto dei carcerati. Chi patisce in galera non è per noi un pretesto di polemica politica. Ma, come si suol dire, un povero cristo. Letteralmente, un povero Cristo. E clemenza è rendere onore a quel volto. Ecco cosa diciamo, da un duemila anni. Vi garba?

 

Edizione del 19 dicembre 2005  

 

Pisapia: Ds e Dl pensano solo a non perdere voti  

ROMA – Ipocrisia? «No, non direi». Allora troppa prudenza? «Nemmeno. Semplicemente, Ds e Margherita sono convinti che appoggiando l’ amnistia perderebbero voti. Sono valutazioni che rispetto ma non condivido. E soprattutto non tengono conto di una cosa importante: se uno pensa di governare deve gestire una situazione che senza un intervento immediato sfuggirà di mano». Ministro «in pectore» della Giustizia per l’ Unione, Giuliano Pisapia (Rifondazione comunista) è tra i più convinti sostenitori dei provvedimenti di amnistia e indulto ma ammette di «non essere ottimista». Pannella chiede a Berlusconi e Prodi d’ incontrarsi. «Mi sembra poco probabile. E poi sarebbe più utile un confronto tra i leader dei partiti, insieme ai responsabili giustizia, per trovare una strada ragionevole e praticabile». Qual è il problema? Amnistia e indulto sono argomenti impopolari, specie sotto elezioni? «Il problema principale è questo. Basta vedere i silenzi e le dichiarazioni degli altri partiti: An e Lega sono contrari, Ds e Margherita dicono di sì solo all’ indulto non comprendendo che, chiunque governerà, sarebbe un vantaggio partire senza due milioni di processi destinati a finire nel nulla». Perché nel nulla? «Approvare solo l’ indulto vorrebbe dire scarcerare un certo numero di detenuti, alleviando in parte il problema delle carceri. Ma senza amnistia si farebbero fare due milioni di processi destinati o a finire in prescrizione, soprattutto dopo l’ ex Cirielli, oppure con una condanna la cui pena sarebbe condonata proprio per l’ indulto. Tre gradi di giudizio per non arrivare a nulla. Il massimo dello spreco: un assurdo politico e giuridico». Lo avrà detto a suoi colleghi della Margherita e dei Ds. «Sono cinque anni che lo faccio». E cosa le rispondono? «Nei dibattiti dicono tutti che si tratta di riflessioni ragionevoli. Poi quando arriva il momento delle decisioni entrano in gioco le valutazioni sull’ impatto elettorale. Ma per dare una risposta a questi problemi bisogna prendere una decisione e portarla avanti fino in fondo anche perché spesso ciò che all’ inizio appare minoranza può poi trovare il consenso della maggioranza». Non crede che partiti come i Ds o la Margherita, ma anche quelli del centrodestra, perderebbero voti appoggiando l’ amnistia? «No, se la questione viene spiegata bene. E cioè se si dice che si tratterebbe di provvedimenti revocabili: ad esempio se chi ha beneficiato dell’ indulto commette un nuovo reato entro cinque anni, sconta la pena sia vecchia che nuova e questa è una garanzia per la sicurezza dei cittadini. Ma soprattutto se si spiega che questo dovrebbe essere solo il primo passo per ridisegnare il sistema della giustizia: sanzioni alternative al carcere, intervento sulla prescrizione per accelerare i processi, eliminazione di tutti gli effetti negativi della Cirielli e delle altre leggi penali di questi ultimi anni». Ma ormai alle Camere mancano poche settimane di lavoro. «E infatti questi sono impegni da prendere, al di là dell’ esito di questa mobilitazione, per le prime settimane della prossima legislatura». Dalla Margherita Roberto Giachetti propone di riunire la Came
ra tra Natale a Capodanno. Sta raccogliendo le 200 firme necessarie. Servirà? «È una sollecitazione utile e credo che le 200 firme, tra cui quelle di Rifondazione, si troveranno. Il problema sarà trovare poi gli oltre 400 voti per approvare la legge. Legge che non sarebbe né aberrante né buonista ma solo l’ applicazione di un principio della Costituzione: dal 1947 al 1990 abbiamo avuto 42 amnistie e indulti. Dal 1990 nemmeno uno. Qualcosa vorrà pur dire, no?». Lorenzo Salvia

 

Edizione del 24 dicembre 2005  

 

IN PARLAMENTO di PIERLUIGI BATTISTA

I più scettici ne avevano preventivamente decretato il fallimento, ma la marcia di Natale promossa da Marco Pannella per l’amnistia ha già registrato un imprevisto successo. Il presidente della Camera, Casini, d’accordo con i rappresentanti dei gruppi parlamentari, ha stabilito di convocare per il 27 dicembre una seduta straordinaria del Parlamento. L’aula di Montecitorio, ne siamo certi, verrà raggiunta dai 208 deputati che hanno meritoriamente chiesto di essere convocati in una giornata anomala e scomoda, nel cuore della pausa natalizia, per affrontare un tema che sinora non era comparso tra le priorità dell’agenda politica. CONTINUA A PAGINA 38
A pagina 15
Martirano
Un successo, sia pur provvisorio. O almeno la consapevolezza di un’urgenza. Un imprevedibile soprassalto di orgoglio.
La strada per l’amnistia, come è noto, è irta di ostacoli. Non sfiora un tema «popolare», nell’imminenza delle elezioni. È perennemente esposta al rischio dello svuotamento, della minimizzazione, dello snaturamento attraverso la proposta e l’adozione di strumenti che ne ridimensionino la portata. Ma è un fatto che, nella freddezza o nell’indifferenza delle forze politiche, nei giornali il tema dell’amnistia riproposto dall’iniziativa di Pannella ha trovato l’appoggio di una pattuglia di sostenitori capaci di dare battaglia. Mentre fiorivano le polemiche tra i Ds e la Margherita, un quotidiano comeEuropa , che di quel partito è espressione, ha tenuto acceso l’interesse per l’amnistia assieme all’ Unità che ospitava i ripetuti appelli di Furio Colombo. A sinistra arrivava la pioggia dei dinieghi e dei no all’amnistia (con rare eccezioni, come quella di Massimo D’Alema) ma sui giornali di quell’area i pro-amnistia non si sono arresi e proprio su Europa Romano Giachetti della Margherita ha avanzato la proposta della convocazione straordinaria del Parlamento durante le vacanze natalizie. E mentre la Casa della Libertà sbarrava la porta a qualsiasi provvedimento di clemenza sacrificato sull’altare della «sicurezza», un giornale come il Foglio ha sostenuto la battaglia pannelliana per l’amnistia, e impreviste adesioni sono arrivate dal ministro Matteoli di An e persino dal presidente del Consiglio.
Certo, una dichiarazione vale ancora troppo poco. Ed è singolare che il capo del governo proclami la sua personale disponibilità all’amnistia, accompagnandola però alla constatazione che tanto non se ne farà nulla per via della contrarietà della maggioranza del suo schieramento. Ma evidentemente l’iniziativa di Pannella ha contribuito a suscitare dubbi dove c’erano solo granitiche certezze e muri di ostilità. Così come appare addirittura macroscopica la condizione miserevole in cui versano le carceri italiane e anche il divario drammatico tra le ovazioni che accolsero la richiesta papale di un atto di clemenza dello Stato italiano e il clamore con cui da più parti ci si è opposti in questi anni persino all’indultino, che ha sì aperto le porte della prigione a più di ottomila detenuti ma che in tutta evidenza non ha potuto incidere più efficacemente sul sovraffollamento delle nostre carceri, ancora piene come non mai nella storia dell’Italia repubblicana.
La marcia natalizia promossa da Pannella, dunque, è ben lungi dall’aver centrato l’obiettivo. Ma di qui a pochi giorni si potrà misurare il tasso di serietà dei parlamentari che hanno deciso di tornare a Montecitorio con un atto solenne e che certo non diserteranno un appuntamento così importante. E anche chi si oppone all’amnistia potrà far valere le proprie ragioni in modo aperto e non all’ombra di un ostruzionismo politico funzionale soltanto all’ennesima manovra dilatoria. L’amnistia, almeno, non è più un tabù.

 

Edizione del 19 dicembre 2005   

 

Amnistia, perché sto con Pannella di EGIDIO STERPA

Non sarò a Roma per Natale alla marcia indetta da Pannella per l’amnistia, ma condivido quasi del tutto le motivazioni del leader radicale. A Pannella, di cui personalmente, come egli sa, non condivido il passaggio nelle file di Prodi – gliel’ho rimproverato in una lettera aperta – va riconosciuto il merito di affrontare, da decenni ormai, battaglie di alto valore civile. E questa dell’amnistia lo è sicuramente. So bene che non pochi lettori del Giornale sono contrari ad atti di clemenza in questo particolare momento storico, e però non esito a farmene sostenitore, illudendomi che essi quanto meno non disprezzeranno la franchezza e la chiarezza di posizioni che non mancano mai nei miei scritti. In questo caso ci sono ragioni serie e solide ad indurmi a favore di un provvedimento di giustizia che risponde, a mio parere, innanzitutto ad uno stato di necessità ed è giustificato, come scrive Croce nel suo Etica e politica dalla considerazione che la giustizia è fatta anche di compassione umana. Veniamo al sodo. Nelle oltre duecento carceri italiane ci sono oggi, stando a dati ufficiali, circa 60mila detenuti, quando ne potrebbero contenere sì e no 40mila. Una assurda e vergognosa condizione che lo stesso Guardasigilli Castelli, pur contrario a provvedimenti di clemenza, non si stanca di segnalare sottolineando l’urgenza di un programma di edilizia carceraria. Ma non è la sola indegnità della nostra giustizia. Sull’apparato giudiziario italiano gravano nove milioni circa di processi inevasi, di cui oltre tre di carattere civile e più di cinque di carattere penale. È giustizia questa? Qualche responsabilità va ascritta alla inadeguatezza quantitativa della struttura giudiziaria, ma non poca ne va addebitata alla magistratura. È una questione che risale a decenni di incuranza, aggravatasi in questi ultimi anni. Evitando le solite compiacenze tartufesche e interessate, è innegabile che questa è la oggettiva situazione. Ci sono processi che durano anni, mentre migliaia di altri giacciono in fascicoli in attesa di venire esaminati e discussi. Sono oneste osservazioni, queste, che vengono da uomini del diritto, fra i quali appunto alti magistrati, che ne soffrono l’umiliazione. Un grande moralista francese, La Bruyère, annotava già nel Seicento una considerazione valida ancora quattro secoli dopo: «È ingiustizia quella che fa aspettare troppo tempo l’imputato e ogni cittadino che vi ricorre». Non è esagerazione dire con Pannella che questa della giustizia in ritardo e delle disonoranti carceri sovraffollate è forse oggi la più grande questione sociale italiana. Sta qui la motivazione più razionale per un appello all’amnistia e all’indulto. Giorni fa uno dei nostri più insigni giuristi, Giuliano Vassalli, ha dichiarato: «Non c’è mai stato, nella storia dell’Italia prima monarchica e poi repubblicana un periodo così lungo – ben quindici anni – senza amnistia e indulto. Per questo le carceri scoppiano». L’ultima amnistia fu nel 1990. Dove sta l’impedimento al tempestivo svolgersi di un’azione che pure tanti saggi ritengono giusta? I motivi sono diversi. Prevalgono senza dubbio il timore dell’impopolarità – nell’opinione pubblica c’è in effetti preoccupazione per l’eventuale ritorno in libertà di pericolosi criminali (ma un provvedimento ben congegnato potrebbe evitarlo) – il calcolo, interessato e peloso, che amnistia e indulto favoriscano gli avversari, infine – questo assai farisaico e demagogico – il giudizio che un atto di clemenza può essere sfruttato a fini elettorali. Ipocrisia ce n’è tanta indubbiamente. Il 14 novembre del 2002 Papa Wojtyla fu accolto trionfalmente a Montecitorio (c’è una targa a ricordarlo nell’aula) e venne applaudito senza riserve dai parlamentari di tutti i partiti quando invocò l’amnistia. Non a caso l’Osservatore Romano non ha esitato a parlare di «presa in giro». Va aggiunto che c’è purtroppo una norma della Costituzione, l’articolo 79, approvato nel 1992 in un clima politico assai controverso, che rende impervia la strada verso amnistia e indulto. Eccone il testo (primo comma): «L’amnistia e l’indulto sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera in ogni suo articolo e nella votazione finale». Fatti i conti, alla Camera, per esempio, la maggioranza dei due terzi si raggiunge con 407 voti. Come dire che l’obiettivo, con i tempi che corrono, è quasi irraggiungibile. Il che però non impedisce di sperare, come Pannella, in un improvviso scatto di saggezza da parte delle diverse parti politiche. Il mio pragmatismo non mi induce ad illusioni, ma la mia coscienza e il mio senso del diritto mi portano a sperare con Pannella che il miraggio possa diventare realtà. 

 

 

Edizione del 22 gennaio 2003

 

 

Cosa sono indultino amnistia e indulto
ROMA – Il cosiddetto “”indultino””, che la conferenza dei capigruppo della Camera ha deciso di rinviare al 4 febbraio, è un tentativo di riuscire ad arrivare ad una misura di clemenza senza la maggioranza dei due terzi, che una riforma dell’articolo 79 della Costituzione, approvata nel novembre 1991, ha stabilito per amnistia e indulto. Il termine si è affacciato per la prima volta sulla scena politica nel luglio del 2000, quando, di fronte all’impossibilità di approvare l’amnistia e l’indulto senza i voti necessari del Polo, la maggio
ranza di centrosinistra ha tentato di puntare su quello che fu definito un “”indultino””, con una estensione dei benefici della legge Gozzini, una legge ordinaria che non aveva bisogno di maggioranza qualificata.
Cosa prevede. L'””indultino”” prevede la sospensione degli ultimi tre anni di pena per chi non ha commesso reati gravissimi, ha tenuto un buon comportamento in carcere e ha già scontato un quarto della propria condanna. Questo beneficio può essere però concesso solo una volta e non varrà nei confronti dei sorvegliati speciali, di coloro cioè che non abbiano tenuto in carcere una buona condotta.
A quali reati non si applica. Il testo (presentato da Giuliano Pisapia di Rifondazione comunista ed Enrico Buemi dello Sdi) stabilisce anche che la sospensione della pena non valga per chi ha commesso reati di terrorismo, devastazione, saccheggio e strage, sequestro di persona a scopo di terrorismo o eversione, associazione di stampo mafioso e riduzione in schiavitù o pedofilia. Esclusi dall’indultino saranno anche coloro che hanno commesso rapine ed estorsioni aggravate, così come i delinquenti abituali.
Chi decide. Se il Parlamento approverà la legge, dovrà essere il magistrato di sorveglianza a disporre la sospensione della pena e a valutare la condotta in carcere del condannato. Sarà sempre lui, inoltre, ad indicare quali dovranno essere gli obblighi ai quali l’ex detenuto dovrà sottoporsi.

Cosa accade ai detenuti scarcerati. Chi beneficerà del provvedimento dovrà comportarsi in modo impeccabile per i successivi cinque anni. Non potrà commettere altri reati o disattendere gli obblighi previsti, pena il rientro in carcere immediato.

Per quali sentenze. Il testo approvato in commissione avrà efficacia solo nei confronti di chi, al momento dell’entrata in vigore della legge, si troverà in carcere con sentenza di condanna passata in giudicato.
Cos’è l’indulto. Insieme con la grazia è previsto dall’articolo 174 del codice penale e “”condona in tutto o in parte la pena inflitta, o la commuta in un’altra specie di pena stabilita dalla legge. Non estingue le pene accessorie, salvo che il decreto disponga diversamente, e neppure gli altri effetti penali della condanna””.
Cos’è l’amnistia. Prevista dall’art. 151 del codice penale, “”estingue il reato e, se vi è stata condanna, fa cessare l’esecuzione della condanna e le pene accessorie””. Secondo l’ultimo comma dell’articolo, l’amnistia non si applica ai recidivi, ai delinquenti abituali, o professionali o per tendenza “”salvo che il decreto disponga diversamente””.

Cosa dice la Costituzione. L’articolo 79 della Costituzione regola l’amnistia e l’indulto. “”L’amnistia e l’indulto – è scritto nella Carta fondamentale – sono concessi con legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale. La legge che concede l’amnistia o l’indulto stabilisce il termine per la loro applicazione. In ogni caso, amnistia e indulto non possono applicarsi ai reati commessi successivamente alla presentazione del disegno di legge””.
Prima della revisione del 1991, la Costituzione affermava che “”L’amnistia e l’indulto sono concessi dal Presidente della Repubblica su legge di delegazione delle Camere. Non possono applicarsi ai reati commessi successivamente alla proposta di delegazione””. La motivazione del ddl costituzionale era proprio quella di restituire ad amnistia e indulto la “”connotazione di eccezionalità”” dopo i numerosi provvedimenti emanati dal dopoguerra in poi. In realtà, anche per il nuovo clima politico, dalla modifica costituzionale in poi non è più stato possibile raggiungere il quorum necessario ai provvedimenti di clemenza.

 

Edizione del 15 dicembre 2005

 

AMNISTIA SCONFITTA NECESSARIA
IL tema dell’amnistia è sicuramente scomodo. Non è un caso che l’ultimo provvedimento risalga ad oltre quindici anni fa. Ne aveva insistentemente parlato Giovanni Paolo II, che auspicava che il Giubileo del 2000 diventasse festa anche per i carcerati. E, due anni dopo, invitato a Montecitorio, aveva rilanciato il suo appello al Parlamento. Si ritorna a parlarne oggi, sull’onda della iniziativa «amnistia per Natale 2005» sottoscritta da politici, intellettuali, giuristi e operatori sociali di diversa connotazione culturale e politica. I promotori ammettono che sollevare il problema della amnistia e dell’indulto comporta «silenzi imbarazzati» o «considerazioni di inopportunità» da parte di quasi tutte le forze politiche, e obiezioni da parte dei tecnici e dell’opinione pubblica preoccupati dall’emergenza criminalità. Amnistiare alcuni reati e condonare una parte delle pene già comminate attraverso l’indulto è sempre una forma di rinuncia, di lesione del diritto dei cittadini e delle vittime dei reati a vedere riconosciute le proprie ragioni.
Non tutto ciò che è giusto in astratto, essi sostengono, lo è tuttavia anche in concreto. Oggi il funzionamento della giustizia penale e il sistema delle pene carcerarie non risarciscono in realtà nessuno, o risarciscono le vittime in modo casuale. Negli ultimi cinque anni 865.073 persone hanno beneficiato della prescrizione. Le cifre della detenzione sono ugualmente allarmanti: 60.000 detenuti, 50.000 persone sottoposte a misure alternative, 70/80.000 che attendono la decisione del giudice sulla possibilità di utilizzare l’alternativa al carcere. Per altro verso, la mole dei processi penali pendenti raggiunge il numero di 5.580.000 unità. Ecco, allora, che la questione amnistia e indulto, da semplice provvedimento umanitario, si è trasformata in risposta necessitata ad una emergenza giudiziaria e sociale che deve essere per forza affrontata. Questo ragionamento è suggestivo. Prima, eventualmente, di condividerlo, mi preme tuttavia chiarire quale uso si sia fatto nel passato dell’amnistia e dell’indulto, e perché nel 1992, allo scopo di circoscriverne la utilizzazione, si sia deciso di modificare la Costituzione subordinando l’approvazione delle leggi di amnistia e indulto al voto favorevole di 2/3 dei componenti di ciascuna Camera. Originariamente l’amnistia e l’indulto erano concepiti come benefici eccezionali, concessi in occasione di rilevanti eventi nazionali, quali
il matrimonio del principe o la nascita del primogenito del re. L’istituto si è poi trasformato, diventando strumento ordinario di controllo del funzionamento della giustizia e degli istituti di pena: nel secondo dopoguerra, ogni due o tre anni si cancellavano con l’amnistia i reati puniti con la reclusione fino a tre anni, e si condonavano con l’indulto uno o due anni di pena. In questo modo si assicurava da un lato l’eliminazione delle pendenze minori, e si consentiva pertanto ai magistrati di non essere soffocati dai processi in corso; si garantiva dall’altro uno sfoltimento automatico delle carceri, e quindi agli istituti di pena di non essere a loro volta soffocati dal numero dei detenuti. In questo modo lo scopo pratico di fare funzionare la macchina giudiziaria e di gestire il carcere era bene o male raggiunto. Il mezzo usato era tuttavia inaccettabile. Un’intera fascia di criminalità minore risultava di fatto impunita, con gravi conseguenze sulla efficacia preventiva delle norme penali che prevedevano i relativi reati. Un numero elevato di detenuti riceveva periodicamente il regalo della scarcerazione anticipata senza nessuna valutazione della loro personalità, con il rischio di rimettere in circolazione soggetti pericolosi che appena liberati ritornavano a delinquere. Di qui la necessità di un radicale cambiamento di rotta. In effetti il cambiamento è stato tentato. Con la menzionata legge del 1992 si è subordinata la decisione di concedere l’amnistia e l’indulto ad una valutazione ampiamente condivisa dalle forze politiche. Nel 1989 è stato approvato un nuovo processo penale che prevedeva patteggiamenti della pena e riti abbreviati che avrebbero dovuto garantire, secondo le intenzioni, un elevato sfoltimento dei processi. Sono state contemporaneamente previste norme penitenziarie che assicuravano liberazioni anticipate dei detenuti e forme di esecuzione penale alternativa al carcere avendo riguardo alla specifica personalità dei detenuti, e che subordinavano pertanto il premio alla valutazione individualizzata della avvenuta risocializzazione. In astratto il nuovo sistema appariva più razionale del precedente. In concreto, per svariate ragioni, non è riuscito tuttavia ad impedire che gli uffici giudiziari si ingolfassero e le carceri si affollassero ulteriormente. Di qui l’emergenza giudiziaria, penitenziaria e sociale denunciata dai promotori del documento «amnistia per Natale 2005». Una emergenza penitenziaria che rischia addirittura di ingigantire a cagione degli effetti perversi della ex Cirielli. E’ questo il contesto nel quale deve essere valutata la menzionata pressante richiesta di amnistia ed indulto. Non ritengo, con i promotori della iniziativa, che la clemenza costituisca premessa indispensabile delle riforme organiche che il nuovo Parlamento dovrà affrontare per cercare di rendere efficiente la giustizia penale e gestibili le carceri. Le emergenze già presenti, e quelle che rischieranno di verificarsi in caso di mancato tempestivo intervento, rendono tuttavia, forse, ineludibile il provvedimento. Se esso sarà assunto, dovrà tuttavia esserlo senza soddisfazione, piuttosto con la consapevolezza che non costituisce affatto una vittoria della giustizia, ma il riconoscimento del suo fallimento.

 

Ed izione del 24.12.2005


 

E Fini smentisce il premier: “”Sono contrario all’ammnistia”” Pagina 4

ROMA La marcia di Natale non è ancora partita, ma l’amnistia fa passi avanti nei Palazzi. La Camera è stata convocata il 27 dicembre, in via straordinaria, per valutare l’eventualità di un provvedimento di clemenza: negli ultimi dieci anni, solo l’anno scorso il Parlamento è rimasto aperto tra Natale e Capodanno ( 27 e 28 dicembre), per discutere di Finanziaria. Un altro mattone alla causa dei carcerati l’ha messo Silvio Berlusconi. « In uno stato emergenziale come quello delle carceri di adesso, penso sia assolutamente opportuno un provvedimento di clemenza » , ha detto ieri il premier, subito contraddetto dal suo vice a Palazzo Chigi, Gianfranco Fini. « Personalmente, sono contrario » , ha tenuto a ribadire il capo della Farnesina, aprendo un falla non da poco nel governo alla previgilia di Natale

 

Sprigionate la libertà

 

 

Date retta a Pannella. Onorevoli parlamentari, fate una giusta amnistia

Ha ragione Marco Pannella, c’è una grande questione sociale dimenticata, taciuta, nascosta, tabù, rinchiusa in pochi metri per tre, dove sei letti a castello ospitano sei detenuti in celle buone per due. C’è una grande questione sociale che coinvolge decine di migliaia di famiglie che scontano con i loro cari pene per reati spesso nemmeno accertati. C’è una grande questione sociale che si coglie andando dentro, nel dentro più dentro delle nostre società sempre più affaticate nella gestione di situazioni complesse come le colpe individuali e le sicurezze collettive. Bisogna vedere sguardi che vivono all’ombra della costrizione quotidiana per capire quanto sia feroce la privazione della libertà. E’ utile almeno immaginarsi le code di mamme con bambini e sacchetti fuori dalle case circondariali per comprendere quanto grande sia la sofferenza di centinaia di migliaia di affetti messi alla prova dalla prigionia. Beh, invertiamo il corso di quelle code, marciamo a Natale per far marciare libere persone che aspettano da quindici anni un atto di clemenza, che poi sarebbe una buona azione, un giusto modo per restituire al carcere il ruolo di rieducazione al quieto vivere sociale che ora non può svolgere perché sovraffollato.
Non si possono dimenticare gli sguardi delle vittime, ma una giustizia resa ingiusta dalle prescrizioni provocate dal sovraffollamento delle scrivanie dei magistrati non può permettersi di considerare risolto il problema facendo scontare a pochissimi sventurati, di solito i più deboli e poveri e meno pericolosi, le colpe di moltissimi. Anche per questo l’amnistia e l’indulto sono atti di buon governo, come ha detto ieri Emma Bonino. Dopo tre lustri di condanne eseguite senza dubbio, dopo svariate riforme dei codici, si può e si deve ripartire. Lo può fare uno Stato che con la clemenza si dimostrerebbe forte, capace di manifestare la propria sovranità nel più felice degli eventi: il dono della libertà. La Repubblica italiana, con tutti i suoi difetti, nacque forte anche grazie a un’amnistia. Ma da tempo non riesce a essere così coraggiosa. Abbiamo perfino lasciato passare inascoltate le preghiere di un Papa come Wojtyla che molti hanno amato amare, ma pochi hanno osato ascoltare. Nemmeno la tradizione delle clemenze giubilari è stata rispettata. Onorevoli parlamentari, rispettate ora l’usanza dei doni natalizi, regalate a quelle famiglie ciò che in fondo loro spetta. Fate un’amnistia, fate un indulto. Fateli giusti, ma fateli subito.

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