Rammaricarsi e scusarsi

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Leggo da una rassegna stampa pubblicata dalla Gazzetta di Modena di martedì 19 settembre, pag. 3,  i titoli di alcuni autorevoli quotidiani esteri:

New York Times : “Con le sue personali scuse il Papa compie un insolito passo”

Los Angeles Times : “Il Papa pronuncia insolite scuse”.

The Indipendent : “Le scuse del Papa non riescono a placare la violenza dei mussulmani”

Le Monde : “Dopo le scuse del Papa, gli appelli alla calma si moltiplicano in un clima teso”

Berliner zeitung : “Mai prima d’ora una Papa aveva reagito in questo modo alla pressione della pubblica opinione per giustificare una personale disattenzione”.

Forse occorre un po’ di indulgenza verso chi non essendo italiano, cade in errore. Tuttavia, trattandosi di parole pronunciate dal Pontefice, era auspicabile una traduzione maggiormente accurata di quanto pronunciato all’Angelus: ne avrebbe guadagnato la qualifica professionale dei giornaloni e, soprattutto, la verità intrinseca del pensiero papale.

Del medesimo tono i titoli di altri quotidiani della stampa nazionale: e qui la faccenda si fa seria.

È del tutto inaccettabile che chi scrive professionalmente sulla stampa ignori il significato dei verbi italiani. Peggio ancora se, pur conoscendolo, lo travisa per scopi di malversazione ideologica.

Il testo dell’Angelus del Pontefice è chiaro anche per un ragazzo che frequenti le medie.

Qualora non lo fosse, a causa dell’inusitato verbo “rammaricarsi [1] ”, si può ricorrere al soccorso di un buon dizionario.

Ci si scusa [2] quando si ammette una colpa, un errore. Ci si rammarica ovvero ci si duole, ci si amareggia, si è desolati, ci si dispiace, ci si affligge, ci si rattrista a causa di un evento spiacevole o quando ci si avvede di un errore altrui.

Nella fattispecie sono entrambe le componenti: a causa della lettura superficiale e della interpretazione fallace della Lectio magistralis di Regensburg (l’errore altrui), vi sono state reazioni scomposte, quando non ignobili (l’evento spiacevole).

In effetti i latrati levatisi, conditi da insulti, minacce, frasi ed atti inconsulti non meriterebbero commenti se non fossero stati amplificati dai soliti megafoni dell’informazione coatta.

Non sarebbe perciò male se, proprio per evitare che i megafoni laicisti abbiano il singolare privilegio del monopolio della vicenda, si alzasse qualche voce autorevole, magari anche di qualche vescovo diocesano, per fare chiarezza, almeno tra i propri fedeli, circa il vero significato di quanto è accaduto e accade.

Così come non sarebbe male se, una volta tanto, si reperisse una briciola di coraggio e si manif
estasse in modo visibile e tangibile l’esecrazione per quanto è stato detto e fatto avverso il Pontefice.

Tanto per non fare sempre e solo la parte degli stuoini.



[1] Lat. tardo Amaricare (da amarus «amaro»). Affliggersi, provare dolore, rattristarsi. Spesso reca implicito il manifestarsi esterno del rammarico, e assume perciò l’accezione di Lamentarsi, Dolersi. D.I.R.

[2] Lat. Excusare. Propriamente: Liberare da un’accusa (il contrario di accusare). Anche riferito alla mancanza o all’errore compiuto. Riflessivo: Esprimere il proprio rincrescimento. D.I.R.

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