Raggiunto scopo vita gettasi zappa

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Si lavora, in tempi come questi, qualsiasi impiego si trovi, anche a  tempo determinato, grati a qualche divinità per averlo ottenuto. ma  l'incertezza del domani, la precarietà della situazione economica, impediscono ogni progettualità, impediscono persino di sognare il futuro.


Non so se corrisponda a verità, o sia una delle famigerate leggende metropolitane, ma tempo addietro, primo dopoguerra,  si raccontava che un neo assunto in un ufficio pubblico,  superati i sei mesi di prova, ne dette conferma ai suoi genitori, con un telegramma, necessariamente sintetico e senza segni di interpunzione, contenente queste parole “”Raggiunto scopo vita gettasi zappa””  e poi il suo nome.

Il testo di quel telegramma, ammesso che sia stato realmente spedito, raccontato come divertente aneddoto,  ripreso e usato con immenso sollazzo come battuta,  oggi non mi fa più ridere…Esso, me ne rendo tardivamente conto, non solo mette con crudeltà alla berlina chi, figlio di semplici agricoltori, dopo tanti sacrifici, riusciva ad ottenere un posto di lavoro sicuro, in una nazione martoriata, ancora con le macerie fumanti per i bombardamenti…ma,  contemporaneamente, come è d’abitudine nella nostra beneamata nazione, stupidamente offende gli agricoltori e  etichetta sommariamente un’intera categoria, quella degli impiegati pubblici, i quali, paghi della sicurezza  del posto di lavoro, non si curerebbero un granchè di meritare, questa grande fortuna, svolgendo  pigramente e con scarsa professionalità quel poco che viene loro richiesto. Come tutti i giudizi sommari, come tutte le generalizzazioni, anche questa mi è invisa. Ma, tornando al testo di quel telegramma, esso, almeno   a me rivela anche il desiderio di ogni essere umano di avere sicurezza nel lavoro, non importa se nella Pubblica Amministrazione, nel commercio, nell’industria o in qualsiasi altro settore. Spacciare, come purtroppo stanno facendo, la “”noiosità”” del posto fisso,  quasi ad esaltare possibilità di cambiarlo in continuazione, mi pare davvero ingiusto. E’ sicuramente sbagliato (ancorchè in possibile ai giorni nostri)  “”sposare”” un lavoro, magari il primo che si è ottenuto dopo gli studi, lunghi o brevi che siano stati.  Il mondo, e con esso anche il mercato del lavoro, anche prima della crisi appariva profondamente cambiato e “”il mito del posto fisso”” anche nel settore privato, con imprese e aziende che contavano sull’esperienza, la dedizione e la competenza fedelissimi operai e impiegati di tutta una vita, sono solo un ricordo.

Si lavora, in tempi come questi, qualsiasi impiego si trovi, anche a  tempo determinato, grati a qualche divinità per averlo ottenuto. Ma,  se è vero che la dinamicità fa acquisire molte competenze, se è indubbio che rimettersi  in gioco, imparando  e migliorando le proprie  capacità, come accade a chi deve imparare un lavoro nuovo, è positivo,  è altrettanto vero che l’incertezza del domani, la precarietà della situazione economica, alla distanza  impediscono ogni progettualità, smorzano gli entusiasmi, impediscono persino di sognare il futuro. Questo rende le persone disilluse e amare e non c’è ideologia che tenga, nè decreto,  che servano a restituire la voglia di fare e il desiderio di rimettersi in discussione.  

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