Quinto Comandamento e dintorni

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Come sempre viene proposta una lettura su un argomento puntualmente attuale e toccante senza indulgere mai nel banale o nello scontato. Scritto da mente pensante e con un cuore pulsante. Come sempre è un articolo di Maria

“Non uccidere”.

E’ l’azione  più terribile, quella che nessuno di noi commetterebbe mai…

Certo, a voler essere proprio pignoli,  se desiderare  la morte di qualcuno è già ucciderlo[1]  se esiste una sorta di assassinio  interiore quando  desideriamo  nuocere al nostro prossimo, allora tutti,  allora anche noi cristiani, che siamo così buoni, così sensibili alla difesa della vita, dal suo primo schiudersi alla sua conclusione,vita che mettiamo  rigorosamente nelle “mani di Dio”, possiamo essere degli assassini.

Possiamo  uccidere una persona  desiderando la sua dipartita in tempi brevi, possiamo uccidere  la sua dignità e la sua credibilità, con la calunnia e la menzogna, possiamo uccidere il rispetto che gli altri nutrono per lei, deridendola e parlandone  con  riferimenti degradanti. Ma a tutto questo, per quanto meschino e grave, forse perché è così comune, non facciamo quasi più caso.

Ma ciò che ci atterrisce e che ci fa orrore, quando irrompe nelle nostre vite, quando ne veniamo a conoscenza, quello cui non ci abitueremo mai, è la notizia dell’uccisione fisica, è il gesto omicida nella sua follia e stupidità.

Ce ne parla la cronaca di questi orribili giorni: è ucciso chi nega  l’elemosina[2], è uccisa chi, musulmana, sceglie di vivere all’occidentale[3]… e metto tra le vittime di un omicidio e non di un’azione di guerra, soprattutto i nostri militari, che il 17 settembre sono rimasti vittime di un gravissimo attentato a Kabul, [4] . Vile attentato, che sia compiuto con un’autobomba  o sia  opera di  autospappolatori” [5] che hanno sommamente in spregio la vita umana, quella dei soldati, quella delle inermi persone civili (donne, bambini, anziani) e anche la propria miserabile vita. Non perché ci siano vite meritevoli e vite miserabili, ogni vita è un inatteso miracolo che ogni giorno ci premia,  ci fa andare avanti.

Ma miserabili sono le vite di chi è stupido, crudele, esaltato,falso e ingrato e distrugge le vite degli altri . Perché i nostri  militari sono stati uccisi da persone che appartengono alle popolazioni  che hanno aiutato, alle quali hanno teso la mano, alle quali hanno portato viveri, medicine, vestiti.

Persone alle quali hanno tentato anche di portare dell’altro, assai più prezioso.

Difficile, quando fra i destinatari ci sono persone come queste, ottusamente e follemente chiuse nella loro arrogante certezza, di essere nel giusto, di avere ogni diritto sulle vite altrui, è difficile, dicevo,  immaginare di donare, con i beni materiali e i generi di conforto, soprattutto   la cultura della pace, cercando di diffondere, non di  imporre, ma di diffondere, i concetti di democrazia, di libertà, di rispetto della vita umana, della dignità, della laboriosità, dell’istruzione.

In questi momenti il desiderio di ritirare le nostre truppe, di far tornare a casa i nostri soldati è tanto forte; ma non è solo un fatto emotivo, che qualche cinico potrebbe ricondurre al “mammismo” italico, oggetto di barzellette che mi sono sempre apparse spietate, perché irridono e banalizzano il dolore e i sentimenti.

E’ l’indignazione, a farci desiderare il loro rientro anticipato, è il dolore per tante vite, di persone eccezionali, sprecate, vittime di un omicidio, ripeto, cadute non in un leale combattimento, in un’azione di guerra, ma per un vile attentato, imprevedibile nei tempi e imprevedibile nelle modalità d’esecuzione.

Lasciare, in questo momento di grave lutto, ascoltando la voce dell’indignazione e del dolore, l’Afghanistan, significherebbe però rendere inutile l’impegno, il sacrificio di chi ha operato in precedenza. Significherebbe, e ciò è ancor peggio,  lasciare quella nazione martoriata  in mano ai fondamentalisti,  ai “signori della guerra” permettendo che liberamente si incrementi 
quel temuto vivaio del terrorismo, capace di seminare anche  in Occidente morte e disperazione.

La razionalità dice che  rimanere in Afghanistan significa non solo salvare molte vite umane della popolazione, significa anche difendere la nostra sicurezza, i nostri confini, il nostro territorio…qui, in Occidente, e in Italia. Perché il nemico oggi è rappresentato soprattutto da chi ha in spregio la vita umana, da chi non esita, vigliaccamente, a “spappolare” sé stesso pur di fare del male agli altri, che siano inermi civili, o soldati in missione di pace. 

Chiamarli kamikaze è un insulto  per i valorosi soldati giapponesi, che si immolavano in azioni militari.

Comunque il nome che essi stessi si danno è  shaid,  ossia  “martire” ,“testimone di Dio” , il quale, di queste loro cruente testimonianze di fede, dovrebbe in teoria essere tutto contento.

Immaginiamo, e speriamo,  che Dio sia uno solo, per tutti e,  dato che ne abbiamo un’idea decisamente diversa, un Dio contento di massacri e di sangue ci fa paura e orrore; ci limitiamo a sperare che sia, tutt’al più,  indifferente alle infinite bassezze e crudeltà che gli  uomini commettono in nome Suo. 

Tornando proprio alle cose umane, per i militari feriti ed i loro familiari, e soprattutto per i  familiari dei caduti, questo è solo il momento del dolore;  nulla e nessuno, tantomeno l’ufficialità del cordoglio espresso dai politici, può essere di aiuto o conforto.

Ma, mai come ora, è urgente prendere atto delle spaccature, delle profonde divergenze sulle missioni militari all’estero, presenti all’interno della maggioranza anche prima delle elezioni in Afghanistan, e prima di questo terribile evento.

Spaccature e divergenze che si sommano  alle voci in aperto dissidio, all’opposizione, con il Partito Democratico che invoca sicurezza per i militari e l’Italia dei Valori che chiede di ridiscutere in Parlamento il senso della missione. Già prima di queste elezioni il problema si era riacutizzato e aveva visto un “”botta e risposta”” fra Ministri. 

 “Torneremo indietro” assicurava il Ministro della Difesa La Russa “quando avremo concluso l’obiettivo della missione, che è dare all’Afghanistan la possibilità di gestire autonomamente il territorio”, in risposta a Bossi.

Derubricando, in questo modo, come una cosa sentimentale, da papà, la dichiarazione nella quale il Ministro per le Riforme sosteneva che, per i costi in vite umane  e  per i rischi che comporta, di Afghanistan si dovrebbe tornare a parlare in Consiglio dei ministri.

Nel corso delle missioni militari, anche se “”di pace””, io credo sia  indispensabile poter porre in atto reali azioni militari. La risoluzione n.1386 delle Nazioni Unite, gli accordi di Bonn del 5 dicembre 2001, l’intesa col governo afghano per “”assistere le istituzioni politiche afghane per creare e mantenere un ambiente sicuro”” con “” l’uso della forza al minimo livello possibile”” non tengono, e ne abbiamo triste testimonianza,  nella dovuta considerazione l’asprezza e la violenza estrema delle azioni dei Talebani che di questi accordi ovviamente se ne infischiano altamente.. Ora, alla luce degli ultimi avvenimenti, la discussione non è più rimandabile. Non tanto e non solo su un possibile ritiriro, impossibile, sia per gli accordi internazionali, sia per la sicurezza stessa dei nostri soldati, ma anche per una revisione su questi elementi.

L’ attentato del 17 settembre non può fermarsi  alla coreografia, al clichè dell’esecrazione  per i mandanti e delle lacrime per i caduti.


  [1] 1Giovanni 3:15 Chiunque odia suo fratello è omicida; e voi sapete che nessun omicida possiede in sé stesso la vita eterna

[2] PRATO – Ucciso da una rom perchè si era rifiutato di darle l’elemosina. E’ successo la notte scorsa davanti al pronto soccorso dell’ospedale di Prato. Un anziano di 72 anni lasciava l’ospedale dove aveva accompagnato la suocera ultracentenaria. Aida Halilovic l’ha colpito al cuore con un coltello da cucina. Già conosciuta dalla polizia per furto e tentata estorsione, la giovane rom, 22 anni, è stata arrestata con l’accusa di omicido volontario. http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/cronaca/ucciso-prato/ucciso-prato/ucciso-prato.html?rss

[3] El Ketawi Dafani, 45 anni, Grizzo di Montereale Valcellina (Pordenone) ha sgozzato la figlia diciottenne, perché amava un giovane italiano, Massimo De Biasio.

  http://ansa.it/opencms/export/site/notizie/rubriche/daassociare/visualizza_new.html_1652763605.html

[5] (…)coloro che scelgono di farsi esplodere in diverse parti del mondo seminando solo orrido!

Questo demenziale connubio che mette insieme il loro nauseante ed inaccettabile disprezzo per il loro corpo con la contemporanea esaltazione della loro figura , frutto solo di meschine, abbiette e  gratuite convinzioni o conversioni o allucinazioni , non riesco a comprenderla e a capirla . Limite mio che poi si aggrava quando questi se spappolatori  “eroicamente” si esibiscono tra increduli, indifesi, innocenti (forse bambini, forse giovani, anziani, uomini e donne, ma comunque esseri umani) colpevoli solo di essere  casualmente presenti nel posto sbagliato all’ora sbagliata.

www.dabicesidice.it/articolo.asp?file=108bisdieffe.xml

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