Pupe e secchioni

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La notizia non è freschissima e oggi, all’uscita del nuovo numero di Bice, in questi ultimi giorni di Novembre, forse in pochi ricorderanno che, il 31 ottobre scorso, un ragazzino, uno studente modello, Diego, di appena 14 anni, ha scelto di morire, impiccandosi ad un albero, nel giardino della sua casa.

Ci sono persone, della cui aridità morale forse ci sarebbe qualcosa da dire, avvezze a liquidare con un frettoloso “aveva dei problemi” chi, giovane, vecchio o ragazzino che sia, cede allo sconforto e si toglie la vita.  Molto comodo, molto facile, una reazione che scrolla dalle spalle ogni pensiero e ogni responsabilità.

Ma angherie continue, villanie, soprusi, emarginazione…invece, pare siano alla base di questa terribile vicenda e ciò che più colpisce e addolora, è che Diego non era quello che in gergo, con un termine greve, ma efficace, si definisce “uno s…”, che forse aveva già, dentro di sé, problemi esistenziali e guai personali, tali da fargli apparire ogni cosa come un insormontabile ostacolo. 

No, Diego, famiglia di alta borghesia, un nonno materno noto studioso, era un bel ragazzo, alto un metro e novanta, appassionato giocatore di bowling come di scacchi o di calcio…sano e intelligente, pieno di allegria e gioia di vivere…ricco di talento, scriveva favole e racconti ma soprattutto era studioso, e dallo studio stesso aveva molte soddisfazioni, come votazioni a due cifre, meta difficile a raggiungersi in un a scuola esigente e complessa come è ogni liceo. 

Ma non era certo un introverso, tutt’altro. 

 Era un figlio amato, con una vita ricca di progetti futuri e a breve termine …e uno dei suoi ultimi gesti è stato quello di candidarsi come rappresentante di classe, cosa che una persona depressa o in crisi certamente non fa. 

Forse proprio queste sue doti, questa sua capacità e volontà di mettere a frutto i doni ricevuti, studiando e applicandosi, hanno fatto nascere, nei compagni meno dotati di lui, la mala pianta dell’invidia, che porta all’intolleranza, alla sopraffazione, all’emarginazione di chi è, in qualche modo, diverso, anche quando la diversità consiste nella bravura a scuola.

Per questi compagni bollare con l’epiteto di secchione era il solo modo di riconoscere questa qualità, trasformandola in un insulto.

Abituati a rispecchiarsi nei tanti replicanti uguali a loro, un compagno come Diego non destava la loro ammirazione, perché chi è meschino è incapace di riconoscere il valore e la superiorità in qualcuno, e desidera solo l’uniformità, il livellamento in basso.  Non l’avrebbero considerato con simpatia anche se non fosse stato così bravo, anche se i suoi voti non fossero stati così eccezionali.

 Perché la sua normalità, ossia andare a scuola, studiare, non usare impropriamente il diritto a scioperare, etc, metteva in risalto la loro pochezza e faceva di Diego un diverso rispetto al vuoto delle loro menti e delle loro anime.

Diego, certo, era diverso in quella classe, perché, come non mancheranno prontamente di far notare i razzisti di vecchia data e dell’ ultim’ora, a Lacco Ameno è più facile trovare, anche a scuola, qualche guappetto, figlio di guappo, dove esserlo, guappo, di padre in figlio, è magari un punto d’onore, chissà.

E dove molti sono gli sfaticati perdigiorno, a scuola come nella vita, in luoghi dove la dominazione francese ha lasciato abbondanti tracce, in parole come faticà , lavorare, da fatiguer, verbo assai meno simpatico di ballare, giocare, scherzare…e lo studio non è il massimo delle aspirazioni dei bei giovani e delle belle ragazze…Ma questo, giusto perché fra i miei difetti non annovero il razzismo a buon mercato, dicevo, questo è molto comune anche qui, nel profondo Nord….dove spesso le belle della classe e i bulletti che affollano le medesime hanno ben altro in testa dello studio e del lavoro.  Anche perché, fra queste valli brumose, come nelle assolate piane a Sud, le parole di Pavese sono attuali , come non mai, perché, appunto, “lavorare stanca”…e stanca anche studiare, la prima e la più nobile forma di lavoro.  Sia che si studi per diventare cuoco, o infermiere, o ingegnere, o idraulico, o giornalista, o grafico o sarta.  Si studia comunque e questi studi, a mio avviso, anche se con difficoltà differenti, hanno pari dignità ed è gratuito e spocchioso fare delle sterili graduatorie.

Tornando a Diego, e a quel gesto, all’abbandono, al suo “gettare la spugna”…ci saranno ora dei rimorsi, dietro la liscia fronte di qualche graziosa giovinetta, o sotto la zazzera di qualche nerboruto compagno di classe…?

O, chissà, questi ragazzi e ragazze troveranno il tempo per un esame di coscienza tardivo, un ripensamento, sempre tardivo, o un darsi dell’imbecille, ancora più tardivo…con la muta richiesta di perdono al compagno, duramente angariato e insultato per anni?

Forse no e forse neppure p
ossiamo pretenderlo.

Ma qualche genitore, anche se a sua volta tardivamente, potrebbe interrogarsi, e non parlo soltanto per i genitori di quella lontana scuola del Sud, parlo di tutti noi genitori. 

Quante volte ai nostri figli abbiamo il coraggio e il buon senso di dire :- Non fare il furbo, non prendere in giro chi è migliore di te, o chi è peggiore, o soltanto differente…  Non essere invidioso di chi è bravo, cerca invece di fare tesoro delle sue qualità, e comportati allo stesso modo…  Rifuggi gli atteggiamenti e le spacconate dei bulli, sii te stesso, ma non imporre sempre e solo la tua volontà, abbi l’umiltà e la gentilezza di riconoscere il valore negli altri, ammirali senza covare rancori e gelosie, rispetta la scuola, i tuoi compagni e gli insegnanti. … Cogli l’occasione che ogni giorno ti si presenta, di arricchire la tua personalità con le nozioni e soprattutto con l’amicizia, l’affetto, l’allegria dei rapporti umani, che rendono così preziosa la giovinezza e la vita tutta… Allontanati da chi non ha nulla di buono da trasmetterti, che sia un compagno o una compagna o che sia un insegnante indegno del suo ruolo… Non adeguarti a comportamenti vili, meschini, volgari o idioti… solo perché lo fanno tutti gli altri.  Non temere di sembrare diverso, se diverso significa migliore.  Sii consapevole del tuo valore, senza essere prepotente, e concedi sempre con semplicità e franchezza la tua simpatia e la tua fiducia agli altri, ma non aver timore di ritirarti, se qualcosa in loro non ti convince, o non ti piace.-

Cose da dire non tutte di seguito, certo, non tutte nello stesso momento anche perché il sonno chiuderebbe gli occhi dei destinatari del predicozzo, fin dalle prime frasi…Ma si possono dire a piccole dosi, frammezzate a battute scherzose e unite, sempre, alla nostra offerta di comprensione e amore incondizionati…

Non ce la facciamo.  Forse abbiamo troppi pensieri, abbiamo troppe difficoltà esistenziali, abbiamo troppi grattacapi per poter fare bene, o almeno tentare di fare bene, il nostro compito di genitori.

E forse, tutto sommato, queste cose nemmeno le pensiamo.

Così ai figli trasmettiamo altri valori, altre certezze, altre aspirazioni di vita: fare lavori che facciano guadagnare molto, essere servili e ottenere con l’adulazione la simpatia del prossimo, fare alleanza con i più forti, lasciando al loro destino i meno scafati…essere sexy, a qualunque costo, mettersi magliette e vestiti che valorizzino e mostrino il bel corpo, perché chi non mostra, non vende, come dice l’antico adagio, scegliere accuratamente attività extrascolastiche non che piacciano, ma che portino al massimo dei crediti, un vero tesoretto, utilissimo per arrotondare il voto della Maturità, se non si brilla troppo nello studio.

In pratica diciamo loro, se non con le parole, con il nostro esempio, che nella vita, anche sgomitando, l’importante è arrivare dove vogliamo, col minimo sforzo e il massimo risultato.  Enfatizziamo i valori dell’effimero, della ricchezza facile, della sistemazione economica vantaggiosa, della posizione redditizia e li incoraggiamo a fare di questi concetti la loro regola di vita, nell’incuranza totale di sensibilità, dignità, esigenze e diritti altrui.

Giusto.  Certo, sembra giusto. 

Oppure no?

A far riflettere, se sia davvero giusto, forse basterebbe, per un istante, mettersi nei panni della mamma di Diego.

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